La sagoma nera sotto il pelo dell’acqua

Lavoro al porticciolo di Portovenere da ventitré anni. Porto turisti alle Cinque Terre, trasporto cassette di pesce, a volte traino una barca in secca quando il libeccio si mette di traverso. Quel giorno di settembre ero ormeggiato alla banchina piccola, quella dietro la chiesa di San Pietro, e stavo sistemando le cime quando ho visto la ragazza con il drone.

Avrà avuto trent’anni, teneva il radiocomando con due mani come se stringesse un uccellino, e ogni tanto alzava gli occhi dallo schermo verso il mare aperto. All’inizio non ci ho fatto caso. La gente filma i tramonti, i gabbiani, le barche a vela — roba da turisti. Poi però si è messa a correre verso il bordo della banchina.

«Oddio», ha detto. Poi più forte: «Oddio, guardate».

Mi sono sporto oltre la murata della mia barca. Al largo, a forse centocinquanta metri, c’era qualcosa che si muoveva tra le onde increspate. Un puntino scuro. Non una boa, non un relitto — una testa. Zampe che annaspavano. Un cane. Un pastore maremmano, l’ho riconosciuto dalla coda folta che affiorava a ogni bracciata, e andava nella direzione sbagliata.

La corrente intorno alla punta di San Pietro quel giorno era una lama. Va verso il largo, l’ho visto succedere decine di volte con i pedalò e i materassini. Un cane da solo, con quelle zampe pesanti e il pelo che si impregna d’acqua, non dura più di venti minuti prima di cedere alla fatica.

Sulla banchina intanto si era radunata una piccola folla. La ragazza del drone balbettava: «Stavo filmando il mare, è apparso così, non so chi sia il proprietario». Una signora anziana si è messa a chiamare: «Di chi è questo cane? C’è un cane in acqua!». Nessuno rispondeva.

E poi l’ho visto. Il padrone.

È uscito dalla spiaggetta dietro la chiesa, quella di ciottoli grigi dove si fermano solo i locali, e si è buttato in acqua senza nemmeno togliersi le scarpe. Un omone sulla cinquantina, spalle grosse da muratore, capelli brizzolati. Ha cominciato a nuotare a stile libero, colpi potenti e disordinati, alzando schizzi alti come schiaffi. Faticava subito, si vedeva dal modo in cui tirava il collo fuori dall’acqua a ogni respiro, ma non rallentava. Non ha mai rallentato.

La signora anziana ha urlato: «Fermo, la chiamo io la guardia costiera, non ce la fa!». Ma lui non l’ha sentita, e se l’ha sentita non gliene importava.

Io ho mollato la cima e sono salito di corsa sugli scogli per vedere meglio. Il drone ronzava sopra la scena, la ragazza aveva lo sguardo fisso sullo schermo, e a un tratto è diventata pallida.

«C’è qualcosa sotto», ha mormorato.

Si è girata verso di me con gli occhi sbarrati e mi ha fatto segno di guardare. Ho abbassato la testa verso il piccolo monitor che teneva tra le mani. Sul blu scuro del mare, tra le increspature biancastre delle onde, si distingueva una sagoma molto più grande di quella del cane. Una macchia allungata che scivolava veloce, dritta verso il punto in cui il maremmano annaspava.

«Che cos’è?», ho chiesto, ma lo sapevo già. L’avevamo pensato tutti.

La gente sulla banchina ha smesso di parlare. Un silenzio strano, di quelli che ti entrano nello stomaco. Si sentiva solo il ronzio del drone e lo sciabordio dell’acqua contro la pietra.

L’uomo in mare ha visto anche lui. Ha smesso di nuotare per un istante, restando a galla con la testa dritta verso la macchia scura. Poi ha ricominciato ad avanzare, disperato, lento, sputando acqua.

La sagoma saliva verso la superficie. La pancia chiara, il dorso scuro. Una pinna. No, non una pinna — un dorso curvo, liscio, che rompeva l’acqua con un movimento rotondo.

Poi è emerso.

Un tursiope. Un bel delfino adulto, lungo due metri e mezzo, il muso corto e gli occhi che sembravano guardare dritto verso la telecamera del drone. È scivolato accanto al cane con una lentezza quasi calcolata, senza fretta, come se stesse valutando la situazione. Il maremmano ha girato la testa, l’ha annusato, ha emesso un guaito — non di paura, ma di stanchezza. Un lamento.

E allora è successo.

Il delfino si è messo a nuotare in cerchio intorno al cane, spingendo l’acqua con la coda in un modo che l’ho visto fare solo con i cuccioli del suo branco. Gli girava intorno, lo toccava appena con il rostro, lo spingeva piano verso riva. Il cane capiva, o forse semplicemente si lasciava guidare: ha smesso di annaspare contro corrente e ha cominciato a nuotare nella direzione che il delfino gli indicava.

La signora anziana si è messa a piangere. La ragazza del drone trema ancora adesso quando lo racconta, ne sono certo. Io tenevo il respiro e mi sembrava di essere sott’acqua anch’io.

L’uomo ha raggiunto il cane a una quarantina di metri dalla riva. Il delfino è rimasto lì ancora per qualche istante — sembrava controllare che il pericolo fosse passato, che la coppia fosse al sicuro — poi ha virato ed è sparito verso il largo con un colpo di coda.

Sulla spiaggetta, l’uomo è uscito dall’acqua trascinando il maremmano in braccio. Il cane tremava, ma scodinzolava. Il padrone si è seduto sui ciottoli con le scarpe zuppe e la schiena curva, stringendo il muso del cane contro il petto. Non parlava, non piangeva — restava lì immobile, come se avesse paura che un’altra onda glielo portasse via.

La ragazza del drone ha continuato a filmare. Ha ripreso tutto, dal primo metro in mare fino all’abbraccio sulla spiaggia. Quando ha staccato il dito dal pulsante di registrazione, aveva le mani che le tremavano.

«L’ho preso», ha detto. «Tutto. L’ho preso tutto».

Io sono tornato alla mia barca. Ho finito di sistemare le cime, ho controllato il meteo per il giorno dopo, ho bevuto un bicchiere d’acqua tiepida dalla bottiglia che tengo nella cabina. Ma ogni tanto alzavo ancora gli occhi verso il punto in cui il delfino era scomparso.

La sera, al bar del porto, il barista — che si chiama Alessandro e ha una figlia che studia a Genova — ha detto che secondo lui il delfino era lo stesso che due anni fa aveva accompagnato una barca a vela fino all’imboccatura del porto durante una burrasca. «Si chiama Golia», ha detto versandomi un bianco fermo. «Torna sempre quando qualcuno è in difficoltà».

Può darsi. Io di delfini non capisco niente. So solo che quel pomeriggio ho visto un animale selvatico decidere di salvare un altro animale che non conosceva, guidarlo verso la terra e poi andarsene senza aspettare niente in cambio. E so anche che il video che la ragazza ha caricato quella sera ha fatto trecentomila visualizzazioni in dodici ore.

Il giorno dopo sono tornato alla banchina piccola. C’era il mare calmo, un sole pallido, e una coppia di turisti tedeschi che scattava foto alla chiesa. Sembrava un giorno qualunque.

Solo che sulla sabbia, vicino all’acqua, ho visto un paio di scarpe da uomo abbandonate, la suola consumata e la tomaia ancora umida. Le hanno lasciate lì, come se il proprietario volesse tornare. O come se quelle scarpe fossero diventate — non so — un segno. Un promemoria.

Non le ho toccate. Ci sono passato accanto, le ho guardate, ho pensato a quell’uomo seduto sui ciottoli con il cane in braccio, e ho pensato che a me, nei miei ventitré anni di porto, non era mai capitato di vedere niente del genere.

Poi ho acceso il motore e sono uscito in mare, che dovevo andare a prendere una cassa di orate vicino all’isola del Tino. E mentre passavo al largo della punta, ho tenuto gli occhi ben aperti, solo per il caso che una pinna curva spuntasse tra le onde.

Solo per quello.

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