Mi chiamo Barbara, vivo a Roma, in un palazzo popolare in via Tiburtina, zona Pietralata. Due anni fa, a novembre, ho preso al canile di Muratella una gatta. Rossa, magra, con un orecchio strappato — probabilmente per qualche zuffa, prima che la prendessero. Il veterinario mi ha detto subito: sterilizzata tempo addietro, forse già prima della cattura, e sterile in modo irreversibile. L'ho chiamata Formica, perché era minuta e correva sempre da qualche parte.
Sapevo che non avrebbe mai avuto cuccioli suoi. E sinceramente, non mi importava affatto. Non l'avevo presa per farla riprodurre, non contavo su niente del genere. Volevo solo che avesse un posto caldo sul termosifone e una ciotola che non si svuotasse mai.
Per due anni Formica è stata una gatta come tante. Dormiva sul vecchio golf di mia madre, che avevo lasciato sulla poltrona perché ci si era affezionata. La sera si sedeva sul davanzale a guardare le luci del supermercato di fronte, dall'altra parte della strada. Niente di speciale. Finché non è arrivato quel martedì.
Erano circa le due di notte. Ero sveglia, guardavo una serie sul telefono, perché la mattina dopo avevo il turno anticipato all'ambulatorio dove lavoro come receptionist. Ho sentito aprirsi lo sportellino nella porta del balcone, quello che mi aveva montato il vicino del piano di sotto, il signor Nino, in cambio di una bottiglia di vino e la promessa che l'avrei aiutato con la dichiarazione dei redditi. Formica tornava da fuori, dove ogni tanto usciva sul pianerottolo e in cantina, perché la porta della cantina qualcuno si dimentica sempre di chiuderla bene.
Camminava piano, diversamente dal solito. Senza quel suo trotterellare rumoroso con cui svegliava tutto il pianerottolo alle sei del mattino. Aveva in bocca qualcosa di piccolissimo. È venuta dritta verso di me, verso il letto, e ha posato quella cosa sul piumone, proprio accanto alla mia gamba.
Un gattino. Letteralmente un pugno di pelo, forse tre settimane di vita, tutto bagnato e tremante, gli occhi appena socchiusi. Da dove l'avesse preso non ne ho idea. Forse da uno scatolone dietro i cassonetti, forse dalla cantina, dove certa gente a volte abbandona i cuccioli sperando che "qualcuno se ne prenda cura". Non so quanto tempo fosse rimasto lì da solo.
Formica si è seduta accanto, si è scrollata e ha cominciato a leccarlo, come se lo facesse da sempre. Mi ha guardata un attimo e poi è tornata a leccarlo. Nessun miagolio, nessun dramma. Aveva portato un lavoro da fare e si era messa lì a farlo, come se aspettasse che io la aiutassi.
Ho avvolto il gattino in un asciugamano, quello a righe blu appeso in bagno, e gli ho scaldato un po' di latte per gattini che avevo ancora in dispensa da un'altra adozione. L'ho nutrito con la siringa ogni due ore per tutta la notte. Formica non si è mossa di un centimetro, si sdraiava accanto a lui così da scaldarlo con il proprio pelo, nonostante non avesse mai partorito un cucciolo in vita sua.
La mattina ho chiamato l'associazione con cui collabora il nostro canile, per chiedere se potevano prendere il piccolo o darmi consigli su come nutrirlo. La signora dell'associazione, Elena, mi ha chiesto direttamente: "E lei, cosa intende fare?". Non ci avevo nemmeno riflettuto.
Ho chiamato il gattino Carbone, perché è nero come la pece, tranne una zampetta con un calzino bianco. Resta da noi. Formica lo allatta col biberon insieme a me, lo pulisce quando si sporca, e dorme accanto a lui tutta la notte, anche se biologicamente non ha nulla a che fare con lui.
Due settimane dopo ho iscritto Carbone dallo stesso veterinario di Formica, in via Nomentana. Ha ricevuto il libretto sanitario, il primo vaccino e il mio numero di telefono come proprietaria. Ho firmato il modulo di adozione dell'associazione con il suo nome e il mio cognome — un costo di novanta euro, più trenta per la prima visita. Ho pagato senza pensarci un attimo, anche se proprio quel mese il mio budget era già in affanno per colpa della lavatrice rotta.
Il golf di mia madre, su cui dormiva Formica, adesso se lo dividono in due. Torno a casa la sera dal lavoro, accendo la luce nell'ingresso, e sulla soglia della camera vedo sempre la stessa scena: Carbone infilato tutto dentro la manica, tanto che spunta fuori solo la punta della testa e la zampetta bianca, e Formica sdraiata al suo fianco, con una zampa anteriore appoggiata sulla sua schiena, come a tenerlo fermo lì. Mi tolgo le scarpe piano per non svegliarli, e resto lì un momento, ancora con il cappotto addosso e la borsa sulla spalla, a guardare quei due sopra il vecchio golf di mia madre.












