Il caffè alla Torrefazione Aurora, sotto casa mia a Bergamo, costa un euro e trenta, e da quattro anni lo prendo sempre doppio: uno per me, uno da portare su, alla Residenza Sant'Anna, dove vive mia sorella Brenda.
Mia madre è morta undici anni fa, in una stanza dell'ospedale Papa Giovanni XXIII che sapeva di disinfettante e di minestra fredda. Aveva le mani sudate, le teneva strette alle mie, e ha detto una cosa sola, tra un respiro e l'altro: "Promettimi che ti occuperai di Brenda." Io, mio fratello Dario e mia sorella Ilaria eravamo tutti lì, intorno al letto, e abbiamo detto di sì. Tutti e tre. Ma è stato a casa mia che Brenda ha portato le sue valigie, due settimane dopo il funerale.
Brenda ha una disabilità cognitiva dalla nascita, qualcosa che i medici negli anni Sessanta chiamavano con parole che oggi fanno accapponare la pelle. Ha sempre avuto bisogno di qualcuno vicino. Mia madre è stata quel qualcuno per quarant'anni. Poi sono stata io.
Mio marito Sergio non ha mai fatto una piega. La stanza in fondo al corridoio, quella con la finestra sul cortile, è diventata la sua. Io lavoravo alla Camera di Commercio, mezza giornata la mattina e mezza il pomeriggio a incastro con i turni di Sergio, e per dieci anni ha funzionato. Brenda cucinava con me il sugo la domenica, guardava le partite dell'Atalanta urlando più di tutti, litigava con me per il telecomando. Sorella, insomma. Non un peso: una sorella.
Poi le gambe hanno iniziato a cederle. Prima piccoli inciampi, poi cadute vere, una volta in bagno con sette punti sulla fronte. La diagnosi è arrivata lenta, come arrivano certe cose brutte: una malattia degenerativa che le mangiava i muscoli un centimetro alla volta. A sessantadue anni Brenda si è ritrovata su una sedia a rotelle, e la nostra casa, quella con lo scalino all'ingresso e il bagno stretto come un armadio, non era più un posto per lei.
Sergio ed io avevamo passato i sessantacinque, con la schiena a pezzi per gli anni passati a sollevarla, a spostarla, a portarla su per quello scalino maledetto. Ricordo Ilaria al telefono, con quella voce leggera di chi non deve viverla, la faccenda: "Ma dai, trovale un posto, vedrai che sta bene." Come se fosse questione di un modulo da compilare. A me sembrava di tradire mia madre, quella promessa fatta stringendole le mani sudate. Mi sembrava di buttare via undici anni in una firma.
Ci abbiamo messo otto mesi a trovare la Residenza Sant'Anna, sulle colline sopra la città, quella con le camere singole e l'infermiera di notte che Brenda chiama "la mia amica Rosanna". Milletrecento euro al mese, di cui io e Sergio copriamo settecento tra pensione di reversibilità e risparmi, il resto lo mette Dario, che almeno a quello non si è tirato indietro.
Il giorno del trasferimento Brenda non ha detto una parola per tutto il tragitto in macchina. Ha tenuto in grembo la sua vecchia sveglia col gallo dipinto, quella che aveva sul comodino da quando aveva vent'anni, e la stringeva come si stringe qualcosa che potrebbe rompersi. Io guidavo e mi mordevo l'interno della guancia per non piangere davanti a lei.
Ci ho messo mesi a smettere di sentirmi una che ha mollato. Poi un pomeriggio, arrivando per la visita, l'ho trovata in giardino che rideva con un'altra ospite, una certa Franca, per una storia di un gatto che aveva rubato le polpette in cucina. Rideva con la testa buttata indietro, come non la vedevo ridere da anni. Ho capito, in quel momento, che quello scalino all'ingresso di casa mia non l'avrebbe mai fatta ridere così.
Oggi è martedì, e il sole di settembre scalda ancora le mattonelle della terrazza della Sant'Anna. Salgo con i due bicchieri di plastica, il mio ormai freddo perché il tragitto in salita mi fa perdere sempre il fiato. Brenda mi aspetta vicino alla ringhiera, con le unghie di ieri già scrostate perché si gratta il bracciolo della carrozzina quando si annoia.
"Hai portato lo smalto rosso?" mi chiede, prima ancora del "ciao".
Tiro fuori dalla borsa il flaconcino, quello comprato al mercato del mercoledì in piazza Pontida, due euro e cinquanta, colore Ciliegia Numero Nove. Le prendo la mano sinistra, quella che trema meno, e comincio a passare il pennellino su ogni unghia, piano, aspettando che si asciughi prima di dire qualcosa. Lei intanto mi racconta di Franca, del gatto, di un'infermiera nuova che secondo lei ha "una faccia da carabiniere".
"E Ilaria quando viene?" chiede a un certo punto, guardando fisso l'unghia del mignolo.
"Domenica, ha detto. Porta le paste della pasticceria Balzer, quelle al pistacchio che ti piacciono."
Lei annuisce e non aggiunge altro, ma io so cosa significa quel silenzio: Ilaria viene una volta al mese, se va bene, e Brenda conta i giorni anche se non lo dice mai apertamente. Le finisco l'ultima unghia, soffio piano sulle dita per far asciugare lo smalto, e lei mi guarda le mani mentre lo faccio, come faceva da bambina quando aspettava che le legassi le scarpe.
Beviamo il caffè ormai tiepido guardando i tetti di Bergamo bassa che scendono verso la pianura, e lei mi racconta, per l'ennesima volta, di quando a sedici anni le ho insegnato a fare la treccia da sola davanti allo specchio della camera che condividevamo. Io la interrompo, le dico che si sbaglia, che è stata lei a insegnarla a me, e lo sappiamo entrambe che nessuna delle due ha ragione o torto, è solo un gioco che facciamo ogni volta, come una canzone che si canta a memoria.
Nella borsa ho ancora la cartellina blu con i documenti della Sant'Anna, quella che tengo aggiornata con le ricevute dei pagamenti e il numero di Dario segnato a penna sulla prima pagina, per quando toccherà a me non poterci più andare, e qualcun altro dovrà sapere dove trovare tutto. Non la tiro fuori oggi. Oggi c'è solo il sole, il caffè freddo, e le unghie color ciliegia che luccicano mentre Brenda alza la mano per farmele vedere meglio, orgogliosa come una bambina.












