La bustina è ancora tiepida di tasca quando Barbara Conti la posa sulla scrivania, tra sé e Marco Serra.
– L'ha trovata mia moglie. Nella giacca. – Marco fissa il sacchettino come se potesse svanire se smettesse di guardarlo. – Ha detto che se vede ancora una cosa del genere, prende i bambini e va da sua madre a Cuneo. Non stava scherzando. Ha dormito in salotto per tre notti.
Barbara non tocca la bustina. Sposta solo la tazza di caffè ormai freddo, per lasciare più spazio tra loro.
– È per questo che è qui? Perché lei ha dormito in salotto?
– Sono qui perché… – Marco stringe la mascella, le dita gli tremano mentre riprende la bustina e se la rimette in tasca, come se si vergognasse persino di averla tirata fuori. – Perché dopo una giornata sotto le macchine la schiena mi fa così male che la sera non riesco a raddrizzarmi. E quella roba fa effetto subito. La grappa non è così veloce.
– Quante volte al giorno?
– Due. A volte tre.
Barbara annota qualcosa sulla cartella, senza alzare gli occhi.
– E lo spacciatore lo conosce da tanto?
– Dalla stazione. Un quarto d'ora a piedi dall'officina. Più veloce che andare dal medico.
Quella frase resta nello studio più a lungo di quanto dovrebbe. Barbara pensa alla lista d'attesa per lo psichiatra del servizio pubblico, ai due mesi di attesa, ma non ne parla adesso – non è una lezione, è un uomo con le mani che tremano, che un momento fa nascondeva di nuovo in tasca la prova della propria vergogna.
– Va bene. Torni martedì.
Marco non si presenta martedì. Chiama mercoledì, la voce sfibrata, come se non avesse dormito.
– Ne ho presa ieri. Appena uscito da qui. Non so cosa mi sta succedendo.
– Dov'è adesso?
– In officina. Da solo.
– Resti lì. Vengo io.
Lo trova sotto un'auto sollevata sul ponte, le mani nere di grasso ma che tremano al punto da non riuscire a stringere un bullone che tiene in mano da dieci minuti. Posa la chiave, si siede su un vecchio pneumatico, parla al pavimento, non a lei.
– Ha preso i bambini. È da sua madre. Ha detto che torna quando smetto di mentire. E stamattina le ho mentito, le ho detto che andavo dal dottore e invece sono andato da quel tizio vicino alla stazione. Avevo addosso quattrocento euro per le gomme invernali di un cliente. Ne ho spesi centocinquanta.
– E adesso?
– Non so cosa fare con il resto dei soldi del cliente. Non so cosa dire a mia moglie. Non so nemmeno se voglio davvero smettere, o se ho solo paura che se ne vada.
Barbara si siede sull'altro pneumatico, accanto a lui, così in basso che vede la ruggine sul pavimento dell'officina.
– Allora cominci da questa seconda cosa. Dalla paura.
Parlano per un'ora tra l'odore di grasso e benzina. Barbara adesso non gli spiega statistiche – gli dice solo che conosce persone tornate indietro da un posto peggiore di un'officina alle nove di sera con il portafoglio vuoto. Alla fine Marco chiama la moglie. La telefonata dura tre minuti, lui parla a malapena, solo alla fine dice: – Vengo domani. Voglio sistemare le cose.
Gennaio è peggio di dicembre. Marco chiama una notte, ubriaco, dice che tanto ha già perso tutto, che la moglie ha presentato la domanda di separazione, che non c'è motivo di provarci ancora. Barbara resta al telefono con lui finché non sente qualcosa che sembra un coltello posato sul piano della cucina.
– Marco. Si allontani da quel piano.
– Mi sono allontanato.
– Si sieda per terra.
– Seduto.
Quella telefonata dura quaranta minuti e finisce con Marco addormentato con il cellulare vicino all'orecchio, mentre Barbara resta sveglia in casa sua fino alle due di notte, per essere sicura che non richiami in condizioni peggiori.
Alla fine il divorzio non arriva. Arriva invece un patto – la moglie gli concede tre mesi, un'altra bustina e se ne va per sempre. Marco si aggrappa a quel limite come fosse una linea di mezzeria che non si può oltrepassare per nessun motivo.
Viene al consultorio ogni settimana, poi ogni due settimane. A febbraio le dice che per la prima volta da mesi ha dormito tutta la notte senza svegliarsi alle quattro. A marzo porta una scatola di amaretti da parte della moglie – non come regalo di scuse, ma perché qualcuno in quella città, finalmente, non gli ha chiesto perché fosse debole, ma cosa gli facesse male.
Sei mesi dopo Barbara lo vede nel parcheggio del supermercato. Marco carica le buste nel bagagliaio, i bambini litigano ad alta voce per il posto davanti, la moglie è accanto con il carrello e gli dice qualcosa ridendo. Lui alza la mano verso di lei – un attimo, senza parole. Barbara risponde con lo stesso gesto e torna alla macchina, perché al consultorio di via dei Girasoli aspetta già qualcuno per cui tutto questo sta solo cominciando – con una bustina in tasca della giacca, che ancora nessuno ha trovato.












