La sera di fine ottobre avvolgeva Bari Vecchia in una foschia umida che sapeva di pietra bagnata e salsedine. Le luci gialle dei lampioni si riflettevano sull'acciottolato lucido, e in un angolo seminascosto tra una nicchia di San Nicola e il muro scrostato di una vecchia trattoria, Rosa sistemava il suo carrello termico.
Aveva sessantadue anni, le mani segnate dalle spine dei carciofi e le ginocchia che le facevano male quando cambiava il tempo. Ogni sera, puntuale come un rintocco, portava focaccia tiepida e contenitori di cime di rapa stufate ai bambini che aspettavano seduti sul marciapiede. Erano figli di nessuno, parcheggiati lì da madri che facevano i turni di notte nelle case dei signori, o semplicemente dimenticati.
Prendete, mangiate piano che scotta, disse, porgendo un pezzo a un ragazzino con i capelli arruffati.
Il bambino affondò i denti nella focaccia senza dire grazie. Lei non se lo aspettava nemmeno. Non lo faceva per quello.
Il rombo arrivò all'improvviso, un suono profondo e arrogante che rimbalzò tra le facciate strette. Due Maserati nere, lucide come specchi, svoltarono dalla piazza e si fermarono proprio davanti al suo carrello, bloccando il vicolo. La gente si scansò, i bambini alzarono la testa con il sugo sulle guance.
Dagli sportelli uscirono tre uomini. Eleganti, cappotti scuri su spalle larghe, scarpe che da sole valevano più di tutto il suo carrello. Rosa si irrigidì d'istinto, una mano sul manico di plastica. Non era paura, era il riflesso di chi ha imparato che i ricchi non si fermano mai in un vicolo buio per niente di buono.
Posso aiutarvi? chiese, con la voce più ferma di quanto si sentisse.
Quello davanti, un uomo sulla quarantina con una cicatrice sottile sopra il sopracciglio sinistro, non rispose subito. I suoi occhi scuri passarono dal vassoio di focaccia ai bambini seduti a gambe incrociate. Poi tornarono su di lei.
Lo avete già fatto.
Rosa corrugò la fronte. Una battuta? Non aveva il tono di chi scherza.
Molti anni fa, aggiunse lui piano.
I due uomini alle sue spalle, più giovani, abbassarono lo sguardo. Non era deferenza. Era qualcosa di più intimo, come se chinare la testa in quel punto preciso della strada fosse un gesto concordato.
Lei lo fissò, cercando nella memoria. I tratti del viso non le dicevano niente. La cicatrice, gli zigomi larghi, il modo di tenere le spalle. Niente. Eppure c'era qualcosa nell'aria, un formicolio che le saliva dalle braccia.
Poi lo vide.
L'uomo aveva infilato una mano sotto il cappotto. Ne tirò fuori un pacchetto piatto, avvolto in un fazzoletto di stoffa scolorito. Lo aprì. Sul palmo gli brillava un piccolo ciondolo d'argento, ossidato ai bordi, con l'immagine della Madonna del Carmine. Il nastro di cuoio a cui era appeso era consumato fino allo stremo.
Rosa smise di respirare.
Quello non può averlo voi, sussurrò. La voce le uscì strozzata, come se qualcuno le premesse un pugno sullo sterno.
Perché?
Il ciondolo di mia nonna, disse, e la parola "nonna" le si sbriciolò in gola. L'ho perso lo stesso giorno in cui…
Si fermò. Le pupille le si dilatarono.
Lo stesso giorno in cui aveva visto tre ragazzini scheletrici buttati sul marciapiede della stazione, con gli occhi vuoti come pozzi. Non parlavano nemmeno tra loro. Troppa fame per parlare. Lei aveva aperto la borsa della spesa e aveva dato loro tutto quello che aveva: pane di Altamura, un pezzo di caciocavallo, una bottiglia d'acqua. Li aveva guardati mangiare per cinque minuti, poi era corsa via perché perdeva il treno per andare a trovare suo marito Lorenzo in ospedale.
Quel giorno Lorenzo era morto.
E il ciondolo di sua nonna, l'unica cosa che le restava di lei, era sparito.
Sei stato tu? La voce le tremò. Uno di quei tre ragazzi eri tu?
L'uomo annuì. Andrea Torre, disse. Loro sono i miei fratelli. Nicola e…
La voce gli si incrinò. Il più piccolo non c'è più. Ma quando siamo partiti, venticinque anni fa, c'eravamo tutti e tre. Ci avevi trovato un posto per dormire quella notte. Il sottoscala del custode, alla stazione. Il giorno dopo siamo stati presi da una famiglia di Torino. Ci hanno adottato.
Rosa scosse la testa. Non mi ricordo di avervi trovato un posto. Non mi ricordo quasi niente di quel giorno. Ho solo il vuoto.
Lo so, mormorò Andrea. Per questo siamo qui.
Le porse il ciondolo.
Lei lo prese, le dita che faticavano a chiudersi sull'argento.
Poi alzò lo sguardo su di lui, confusa e spaventata. Perché lo avevi tu? Dove lo hai trovato?
Andrea non sorrise. Guardò i fratelli. Poi tornò a lei, il viso duro come la pietra della cattedrale.
Perché tu non hai perso solo questo, quel giorno.
Rosa aggrottò la fronte. Cosa vuoi dire?
Lui fece un passo avanti, riducendo la distanza a meno di un braccio. I bambini sul marciapiede avevano smesso di mangiare. Il silenzio nel vicolo era così denso che si sentiva lo scoppiettare dell'olio che colava dal carrello sulla fiamma.
Quando sei corsa via, quel giorno alla stazione, hai lasciato cadere qualcos'altro. Oltre al ciondolo.
Lei scosse la testa, istintivamente. No. Avevo solo la borsa e…
Avevi un biglietto del treno. E dentro la tasca del cappotto avevi una busta marrone. Con dei soldi. E una lettera.
Rosa impallidì. Il sangue le defluì dal viso così in fretta che dovette aggrapparsi al carrello.
La busta per il primario. Per far operare Lorenzo. I soldi che avevo messo insieme vendendo l'orologio di mio padre e il corallo di mia madre. Ma non l'ho mai trovato. In ospedale mi hanno detto che mi ero presentata a mani vuote. Credevo di averla persa sul treno. Credevo…
È caduta quando ti sei chinata per darci da mangiare, disse Andrea. L'abbiamo raccolta noi. Eravamo bambini, non sapevamo leggere. L'abbiamo data a un uomo, un ferroviere, chiedendogli di restituirtela. Lui ha detto di sì, ha preso la busta ed è sparito.
La testa di Rosa cominciò a girare. Venticinque anni. Venticinque anni a credere di aver condannato suo marito per una sua distrazione. Venticinque anni a svegliarsi la notte con la nausea del senso di colpa.
I soldi non erano abbastanza per salvarlo comunque, sussurrò, più per sé che per loro. Il tumore era troppo avanti. Me lo dissero dopo.
Lo sappiamo, rispose Andrea. Abbiamo trovato le cartelle cliniche. Abbiamo indagato su tutto. Per questo ci abbiamo messo dieci anni a rintracciarti. Volevamo essere sicuri di poterti dire una cosa.
Quale cosa?
Che quei soldi non sono spariti nel nulla. Il ferroviere, un certo Mancini, li ha usati per comprare un appartamento a Mola di Bari. È morto tre anni fa. Noi abbiamo ricomprato quell'appartamento. Ora è tuo.
Rosa scoppiò a ridere. Una risata secca, isterica, che fece voltare i passanti all'imbocco del vicolo.
Voi siete pazzi. Dopo tutto questo tempo, cosa volete? Gratitudine? Io non vi ho nemmeno riconosciuti.
Andrea scosse la testa. Non vogliamo gratitudine. Io volevo solo restituirti la verità. E questo.
Le porse una chiave. Una comunissima chiave Yale, attaccata a un portachiavi di plastica con su scritto "Bar Mola".
Lei la guardò senza prenderla.
Non voglio niente. Non ho mai voluto niente.
Eppure sei qui ogni sera a sfamare bambini che non ti dicono grazie, disse Andrea. Con la stessa busta della spesa. Lo stesso cappotto. Come se stessi aspettando di incrociare un altro treno che non prenderai mai.
Quelle parole la colpirono dritte allo stomaco.
Rosa chiuse gli occhi. Strinse il ciondolo nel pugno. Poi li riaprì.
Lorenzo è morto sereno, disse. L'ho accompagnato fino all'ultimo. Era in pace.
Allora perché non lo sei tu?
La domanda restò sospesa nell'aria umida.
Fu il ragazzino coi capelli arruffati a rompere il silenzio. Signora Rosa, la focaccia si sta bruciando.
Lei si voltò di scatto. La fiamma sotto il vassoio stava annerendo l'angolo di una fetta. Spense il fornello con un gesto meccanico.
Quando si girò di nuovo, Andrea e i suoi fratelli erano già saliti sulle Maserati. Il motore rombò, i fanali anteriori si accesero, proiettando due coni di luce bianca sulla pietra antica.
Andrea abbassò il finestrino. La chiave è nella toppa della porta del tuo nuovo appartamento, disse. Vacci quando vuoi. O non andarci. Ma smettila di chiedere scusa a un morto che ti aveva già perdonato prima ancora di andarsene.
Le macchine partirono. Il rombo si allontanò, inghiottito dalle stradine, e il vicolo tornò quello di sempre.
Rosa rimase immobile, il pugno chiuso attorno al ciondolo e l'altra mano sporca d'olio.
La focaccia si stava raffreddando.
Lei la tagliò lo stesso. Ne porse un altro pezzo al bambino con i capelli arruffati, che la guardava con occhi troppo seri per la sua età.
Com'era? chiese lui, indicando col mento la strada dove erano sparite le macchine.
Rosa si pulì le mani sul grembiule. Ci misi un po', disse. Ma adesso lo ricordo.
Tre ragazzini. Troppa fame per parlare. E un ciondolo che non aveva mai smesso di brillare, nemmeno nel buio di un sottoscala della stazione.
Il giorno dopo, di lunedì, Rosa non aprì la trattoria. Prese un treno per Mola di Bari. Nella borsa aveva solo il ciondolo, il portachiavi di plastica e una busta di focaccia avanzata dalla sera prima.
Scese alla stazione, percorse il lungomare con il vento che le sbatteva i capelli grigi sulla faccia. Trovò il palazzo, un condominio bianco con le persiane verdi. La chiave girò nella toppa senza resistenza.
L'appartamento era vuoto. C'erano i muri appena tinteggiati e un balconcino che guardava il mare. Sul davanzale, un biglietto.
"Non ti abbiamo mai dimenticata. Andrea, Nicola e Pietro."
Pietro. Il più piccolo. Quello che non ce l'aveva fatta.
Rosa appoggiò il ciondolo sul davanzale, accanto al biglietto. Poi aprì la porta-finestra, uscì sul balcone e si sedette per terra, la schiena contro l'intonaco ruvido. Il rumore delle onde copriva tutto.
Sfilò il telefono dalla tasca e compose un numero che non chiamava da mesi. Pronto? Sono io. Senti, stasera la focaccia la porti tu. Io sto un po' a Mola.
Riattaccò prima che dall'altro capo potessero rispondere.
Il vento le portò una zaffata di salsedine. Lei chiuse gli occhi.
Per la prima volta in venticinque anni, aspettava qualcosa che non era un treno.












