Davide parcheggiò la sua Giulietta stanca sotto casa della madre, a Spoleto. Erano le sette e mezzo del mattino, l’aria di maggio sapeva già di polvere e rosmarino. Dentro il portafoglio teneva la copia del compromesso che aveva ritirato dall’agenzia immobiliare un’ora prima. Un colpo secco di tosse, poi suonò.
Gli aprì Assunta in vestaglia di seta, la tazzina del caffè in mano.
— Davide? Che ci fai qui a quest’ora?
— Mamma, ieri hai tirato una torta in faccia a Lucia. Oggi io ho bloccato la tua compravendita da centosessantamila euro. Uno a uno. Vuoi continuare?
Assunta rimase immobile nel corridoio. Posò la tazzina sul mobiletto con un gesto lento, ma le tremava il labbro inferiore. Non era dispiacere. Era rabbia pura.
— Non puoi — mormorò. — Quella casa è mia.
— No, mamma. La casa sul Trasimeno è mia, ereditata da nonna, ricordi? A te spetta solo il diritto di abitazione, finché vuoi. Ma venderla di nascosto, con una procura che avevi in un cassetto da chissà quando, questo no.
Sulla soglia comparve sua sorella Chiara, ancora in pigiama, i capelli biondi arruffati. — Ma come parli a mamma?
Davide la guardò dritto in faccia.
— E come dovrei parlarle? Come avete parlato voi ieri sera a Lucia? Devo applaudire?
— Lucia se l’è cercata! — esclamò Chiara. — Fa sempre la martire.
— Lucia ha organizzato la mia cresima. Cresima, giuro. Ha pagato il ristorante all’agriturismo, ha ordinato la torta al pistacchio di Bronte. E mamma gliel’ha lanciata addosso davanti a parenti miei, suoi e pure al piccolo Matteo.
Assunta indicò il figlio con l’indice adunco.
— Quei soldi li ho già spesi in parte.
— Allora li restituisci.
— E con cosa? — urlò.
— Con ciò che hai preso. E non avevi alcun diritto di prenderli.
Il silenzio durò un battito. Assunta non aveva mai sentito Davide parlare con quel tono. Non era una supplica. Non era la frase standard «mamma, ti prego, lasciami in pace». Era un confine, tracciato con il cemento.
— Li ho spesi per te! — scoppiò Assunta. — Per il tuo regalo, per il ristorante, per il vestito di Lucia! Volevo che la festa di mio figlio fosse come si deve…
Davide scosse la testa.
— Il ristorante l’ha pagato Lucia. A te restavano solo i fiori, e hai detto che costavano troppo.
— Ma l’orologio! L’orologio te l’ho regalato io!
Lui si sfilò dal polso il Longines d’oro che sua madre gli aveva allacciato la sera prima, sotto gli applausi carichi di imbarazzo. Lo posò sul tavolino accanto alla tazzina.
— Rendilo. Il negozio lo riprende.
Assunta sbiancò.
— È un regalo.
— Comprato con i soldi di una caparra che non ti apparteneva.
Chiara intervenne, la voce un filo più isterica: — Mica è finito tutto nell’orologio.
Davide ruotò il busto verso di lei. — E allora dove?
Chiara si morse il labbro e guardò altrove. Bastò quello.
— Chiara — disse Davide, più piano. — Quanto hai preso?
— Non ho preso, mamma mi ha aiutata! Dovevo chiudere il debito del negozio di abbigliamento, lo sai che la stagione estiva è partita malissimo…
— Quindi mamma ha cercato di vendere casa mia per tappare i buchi del tuo negozio.
— Mica l’ha venduta per davvero!
— Perché sono arrivato in tempo.
Assunta scoppiò a piangere. Le lacrime le rigavano il fondotinta, creando due solchi grigiastri. — Siete tutti ingrati! Io faccio tutto per i miei figli!
— No, mamma — rispose Davide piano. — Lo fai per il controllo. Chiamarci figli è solo comodo.
Il cellulare di Davide vibrò sul tavolo. Era il geometra Nardelli, l’agente che seguiva la compravendita.
— Buongiorno, geometra. Sì, ho la procura revocata e la copia della caparra. I compratori?
La voce del geometra era tesa. — Sono furiosi. La signora Assunta ha firmato una scrittura privata. Vogliono indietro i soldi entro quindici giorni o faranno causa.
— Dica loro che i soldi torneranno. E che non esiste più alcuna vendita.
Staccò. Assunta lo fissava, le mani che tormentavano la vestaglia.
— Mi denunci?
— Non devo denunciarti. Devo disfare quello che hai fatto. Tu restituisci ventimila euro di caparra. Chiara restituisce la sua parte. Ognuno fa la sua.
— Io non ce li ho!
— Allora faremo un piano di rientro firmato. Con gli interessi, se necessario.
Chiara si sedette di colpo sulla poltrona in vimini. — Tu faresti causa a tua madre e a tua sorella? Per colpa di Lucia?
Davide prese la copia del compromesso e la sventolò un istante. — Vi faccio causa? No, se i soldi rientrano. Ma la prossima volta che provate a umiliare mia moglie in pubblico, non sarò io a bussare. Sarà qualcun altro.
Assunta si portò una mano al petto. L’altra premette il campanello per chiamare la badante, forse più per scena che per reale necessità.
— Tu rinneghi tua madre per quella ragazza.
— Io ho smesso di fare il bravo ragazzo che guarda mentre distruggi la sua famiglia. È diverso.
Chiara si alzò di scatto. — Vattene. Vattene, e non farti vedere finché…
— Finché cosa? — la interruppe Davide. — Finché non avrete ridato ogni euro? D’accordo. Il tempo lo misuro così.
Uscì senza sbattere la porta. Mentre scendeva le scale del palazzo antico, col pavimento a graniglia e l’odore di umidità che saliva dalla cantina, sentì sua madre gridare qualcosa di incomprensibile. Non si voltò.
Arrivò a casa che erano le nove passate. Lucia era in cucina, seduta, con il maglione di cotone leggero ancora addosso, davanti a una tazza di orzo freddo. Matteo giocava in salotto con le costruzioni, ma teneva un occhio incollato alla mamma. Il bambino aveva visto la scena della sera prima: la nonna alzarsi col microfono in mano, dire «questa torta è troppo bella per te», e poi il volo. La crema al mascarpone e pistacchio che colava sul vestito bianco di Lucia.
Davide posò i fogli sul tavolo. Lucia li guardò appena.
— Bloccato tutto?
— Sì.
— E adesso?
— Adesso mamma restituisce la caparra e chiude la procura. Chiara restituisce la sua fetta. L’orologio lo riporto in gioielleria entro stasera.
Lucia sollevò lo sguardo. Aveva gli occhi gonfi e il suo solito modo di stringersi nelle spalle.
— Credi che questo cancelli ieri sera?
Davide si sedette di fronte a lei. — No.
— Allora cosa lo cancella?
Lui rimase in silenzio qualche secondo. Fuori, sul davanzale, un gatto tigrato di quartiere si stiracchiò e rovesciò il vasetto del basilico. Nessuno lo raccolse.
— Niente, in fretta — rispose infine. — Però comincio a fare quello che avrei dovuto fare cinque anni fa.
Lucia ebbe un sorriso stanco, asciutto. — Hai cominciato tardi.
— Lo so.
— Non voglio che oggi fai l’eroe e fra due mesi dici di nuovo: «È mia madre, che ci posso fare».
— Non lo dirò.
— Le parole costano poco.
— Per questo non userò più solo parole.
Tirò fuori il cellulare e le mostrò il messaggio che aveva mandato nel gruppo di famiglia, quello con gli zii di Orvieto e i cugini di Perugia. Lo aveva scritto alle sei del mattino, dopo due caffè, con le dita che ancora gli dolevano dalla tensione:
«Da oggi qualsiasi contatto con Lucia passa solo attraverso di me. Finché mamma non si scusa pubblicamente, nessuna di loro due entra in questa casa e non vede Matteo senza la mia presenza. La compravendita è annullata. I soldi si restituiscono. La discussione è chiusa.»
Lucia lesse tre volte. Quando rialzò la testa, le si era incrinato qualcosa nell’espressione. Non era speranza. Era cautela. Quella cautela di chi ha preso troppe porte in faccia.
— Hai avvertito anche tuo padre?
— L’ho chiamato. Ha detto: «Era ora». Poi ha attaccato.
Nel pomeriggio Davide incontrò i compratori nello studio del notaio. Erano una giovane coppia di Terni che aveva già immaginato le tende di lino bianco alle finestre della casa sul lago. Lui, un ingegnere sulla quarantina, tamburellava la penna sul tavolo. Lei stringeva la borsetta e non guardava nessuno.
— Non sapevo nulla della trattativa — spiegò Davide. — La procura è stata revocata. Il compromesso è nullo. I soldi che mia madre ha ricevuto verranno restituiti. Vi propongo una scrittura privata con scadenze precise. Se non rispetteremo i tempi, potete agire contro di lei. Io vi do tutto il supporto che serve.
L’ingegnere sbuffò. — E se sua madre sparisce col malloppo?
— Non può. Ha una pensione e una figlia con partita iva da proteggere. E io non la copro più.
La ragazza, per la prima volta, lo guardò. E annuì, quasi impercettibilmente. Il geometra Nardelli, imbarazzato, trafficò con i moduli. Nel giro di due settimane Assunta restituì la caparra quasi per intero. Parte dai risparmi, parte da un piccolo prestito personale che Chiara fu costretta a chiedere in banca perché il negozio, diciamolo, navigava davvero in cattive acque. L’orologio venne ripreso in gioielleria con una perdita di duecento euro, che Davide coprì di tasca sua pur di chiudere ogni traccia.
Una sera, verso la fine di giugno, Assunta si presentò sotto casa loro. Aveva in mano un vassoio con la pastiera. Il citofono gracchiò. Davide aprì la porta ma rimase sulla soglia del portone condominiale.
— Mamma, avevo scritto chiaro: senza invito non si viene.
— Portavo la pastiera. È per Matteo.
— Matteo adesso dorme. E anche se fosse sveglio, la pastiera non sostituisce quello che devi fare.
Assunta strinse il vassoio con le dita chiazzate.
— Non mi farai entrare?
— Non ancora.
Dietro di lui, nel buio dell’androne, si accese la lucina fioca di Lucia, che era scesa in silenzio. Assunta la vide e il suo volto si contorse.
— Ecco, la regina. Contentina? Tuo marito contro la madre.
Davide fece un passo di lato, proteggendo Lucia con la spalla. — Mamma, stai parlando con me.
— Lei ti ha plagiato! Ti ha messo contro!
— No. Lei ha aspettato cinque anni che mi raddrizzassi. Io c’ho messo tanto. È colpa mia, non sua.
Assunta posò il vassoio a terra, in bilico sul gradino di pietra. Il cellophane rifletteva la luce gialla del lampione.
— Io volevo solo che voi due faceste pace — mentì, in un sussurro isterico.
— E allora le chiedi scusa. Adesso. Qui, davanti a me. Senza «però», senza «se». Due parole sole.
Assunta deglutì. Aprì la bocca. La richiuse. Poi scosse la testa e se ne andò senza voltarsi. La pastiera rimase lì, abbandonata sul cemento. Il giorno dopo la portarono giù i netturbini.
La settimana dopo, Umberto, il padre di Davide, chiese di vederlo. Si incontrarono in un bar di piazza del Mercato. Umberto era un uomo alto e magro, con due baffi grigi da scrivano d’altri tempi e le mani che gli tremavano un poco quando beveva il bianco.
— Ho parlato con l’avvocato — esordì. — Ho messo il mio terzo del terreno dietro la stazione sotto tutela legale. Così tua madre non lo tocca.
Davide sgranò gli occhi. — Hai messo i sigilli a un terreno?
— Prima che se lo vendesse per aiutare Chiara a comprare le vetrine nuove.
Rimasero in silenzio, il bicchiere appannato dal fresco. In sottofondo una radio trasmetteva Gigi D’Alessio. Umberto rigirò il bicchiere tra le dita.
— Trent’anni. Trent’anni che vedevo tua madre fare il bello e il cattivo tempo e non dicevo niente. Pensavo: vedrai che le cose si aggiustano da sole. Invece si aggiustano solo quando uno dice «basta».
Davide posò la mano sul tavolino di formica macchiata.
— Papà, e adesso?
Umberto alzò le spalle. — Adesso ci provo anch’io. Con calma. Con le mie cose. Senza urlare.
Fu lì che Davide capì che i terremoti partono da una persona sola. Ma subito dopo ne muovono un’altra. Poi un’altra ancora.
Passò l’estate. Le scuse arrivarono a settembre, con il primo maestrale che spazzava le foglie secche. Assunta accettò di incontrarli in un bar all’aperto fuori porta, con Umberto al suo fianco e Chiara che aveva deciso di non venire. Era tirata a lucido, la permanente appena fatta, ma le mani continuavano a tormentare un tovagliolo di carta.
— Lucia — disse, guardando un punto indefinito sopra la spalla della nuora. — Al tuo matrimonio… no, alla cresima di mio figlio, ho rovinato tutto. Ho tirato la torta. È stata una cosa orribile. Ti chiedo scusa.
Davide non disse niente. Lucia tenne lo sguardo dritto e poi rispose, con una voce calma che non tremava:
— Io la accolgo, la tua scusa. Perdonare no. Non subito. Però la accolgo.
Assunta ebbe un sussulto. Voleva ribattere, ma Umberto le mise una mano sul braccio. — Sta’ zitta. — E lei stette zitta. Per la prima volta in quarant’anni di matrimonio, stette zitta.
Il resto dell’anno scivolò via tra piccoli gesti. Davide imparò a dire «no» senza sentirsi in colpa. Lucia imparò a non sobbalzare quando il telefono di lui squillava. E Matteo riprese a dormire senza incubi in cui le torte volavano.
L’estate successiva organizzarono un pranzo in giardino per il compleanno di Davide. Niente agriturismi, niente camerieri in guanti bianchi. Lucia aveva preparato una torta della nonna con la crema pasticcera fatta in casa, leggermente bruciacchiata sui bordi. La poggiò sul tavolo di legno, sotto il pergolato.
— Auguri — disse semplicemente.
Davide la guardò. Guardò i bordi disuguali, la pinetta di zucchero a velo che stava lì per miracolo. E disse:
— È la torta più bella che abbia mai visto.
Dietro di loro, Umberto versava il prosecco nei bicchieri. Assunta guardava la scena da una sedia a sdraio, in fondo al prato, a debita distanza. Aveva mandato un biglietto, semplice, senza ricatti emotivi: «Tanti auguri. State bene». Nient’altro.
Quando tutti se ne furono andati, nel buio che calava sulle colline spoletine, Lucia e Davide rimasero seduti in silenzio. Sul piatto c’era ancora l’ultima fetta, intatta. Il gatto del vicino saltò sul muretto e si leccò una zampa. Lucia aveva un filo di crema sul polso, e Davide glielo tolse delicatamente col pollice, senza dire nulla. Quella notte, in paese, qualcuno accese i fuochi per la festa della Madonna. Ma loro non li guardarono quasi.












