Lidia aspettava Armando da quasi sette anni. Ogni pomeriggio, poco dopo le quindici, si sedeva davanti al cancello di ferro battuto che dava sulla provinciale sterrata, con il muso già rivolto verso la curva dei cipressi. Conosceva il rombo sordo del suo furgoncino prima ancora che spuntasse dalla collina. Un Ducato bianco sporco di farina, con una cassa di pane che traballava a ogni buca.
Armando era il panettiere di San Quirico. Faceva il giro delle case coloniche isolate e la cascina di Elena era la penultima tappa. Non aveva mai fretta, nemmeno quando l’afa di agosto gli incollava la camicia alla schiena. Parcheggiava, scendeva con quel suo passo lento, e Lidia partiva come una freccia. Lui si inginocchiava, si toglieva il berretto e glielo lasciava annusare. Poi dalla tasca del grembiule tirava fuori un pezzo di crosta di pane toscano e glielo porgeva con la stessa solennità di chi offre un sigaro.
«Tieni, principessa. Oggi è venuto meglio di ieri.»
Elena lo guardava dalla finestra della cucina, asciugandosi le mani sullo strofinaccio. Le faceva tenerezza vedere quel bestione di boxer, di solito così imponente, sciogliersi come un cucciolo davanti a un uomo che non era nemmeno il suo padrone.
Poi Armando smise di passare.
Nessuno avvisò Elena. Il lunedì successivo, un furgoncino grigio si fermò davanti al cancello. Ne scese una donna sulla quarantina, capelli castani raccolti in una treccia morbida, viso stanco ma gentile. Si chiamava Camilla e aveva ritirato il forno di Armando dopo la morte del padre. Perché Armando era suo padre.
«Mi dispiace,» disse a Elena quel primo giorno, porgendole il sacchetto del pane. «Non ho avuto il coraggio di passare prima. Papà parlava sempre di voi. Della sua cliente con gli occhi più buoni della Maremma.»
Lidia intanto era già lì, seduta composta davanti al cancello, ma non abbaiava. Guardava Camilla con la testa inclinata, poi spostava lo sguardo verso la strada deserta, come a chiedere: e lui dov’è?
Camilla provò ad avvicinarsi, ma Lidia arretrò di due passi. Non era diffidenza. Era un’attesa che non ammetteva sostituti.
Le settimane si allungarono in mesi. Lidia continuava a mettersi di guardia ogni pomeriggio alle quindici precise. Sentiva il motore del furgone di Camilla, si alzava sulle zampe, poi però le orecchie si abbassavano quando realizzava che il rombo era diverso. Meno roco, meno profondo.
Camilla, nel frattempo, aveva preso un’abitudine. Ogni giorno, prima di scendere, spegneva il motore e restava seduta un minuto in più. Respirava. Si preparava a incontrare quegli occhi pieni di un’aspettativa che non poteva soddisfare. Aveva trovato nella tasca del vecchio grembiule di suo padre, quello che non aveva mai lavato, un pezzo di crosta secca. Lo conservava in un sacchetto di carta, sul cruscotto.
Un pomeriggio di novembre, con il cielo basso che prometteva pioggia, Camilla arrivò e trovò Lidia già fuori dal cancello. Elena doveva aver dimenticato di chiudere il chiavistello. Il boxer era in mezzo alla strada, immobile, il muso rivolto verso la curva dove un tempo spuntava il Ducato bianco.
Camilla si fermò a dieci metri. Spense il motore. Scese senza fare rumore.
Lidia si voltò. La guardò arrivare, poi tornò a fissare la curva.
Camilla si avvicinò piano, si accovacciò accanto a lei sulla ghiaia e rimase così, senza parlare, a guardare nella stessa direzione. Il vento sollevava foglie secche e polvere. Dopo un tempo che sembrò lunghissimo, si schiarì la voce.
«Lo so,» mormorò. «Mi manca anche a me. Ogni giorno che passo qui mi sembra di sentirlo fischiettare.»
Lidia non si mosse. Poi, lentamente, appoggiò il muso grigio sulla spalla di Camilla. Un gesto pesante e definitivo. Camilla sentì il calore dell’animale attraverso il piumino e le lacrime le salirono agli occhi senza che potesse fermarle.
«Non te lo posso riportare,» sussurrò accarezzandole il collo. «Vorrei, ma non posso.»
Lidia emise un sospiro profondo. Di quelli che sembrano venire da lontano.
Nei giorni seguenti, qualcosa cambiò. Camilla continuò a parcheggiare sempre alla stessa ora, ma ora Lidia la aspettava a metà del vialetto, non più in fondo. Aveva smesso di fissare la curva con quell’intensità febbrile. Non scodinzolava ancora, ma non arretrava più.
Il dodici dicembre, Camilla arrivò con una bustina di biscotti per cani comprata apposta. Li aveva scelti a forma di osso, quelli morbidi che sanno di fegato. Quando aprì lo sportello, Lidia si avvicinò e annusò il sacchetto. Camilla gliene porse uno. Lidia lo prese con delicatezza, lo depositò a terra e lo guardò.
Poi lo mangiò. E Camilla capì che era un sì.
Passò l’inverno, passarono le piogge di marzo. Una sera di aprile, con la luce arancione del tramonto che infuocava i cipressi, Camilla arrivò con il furgone e fece una cosa che non aveva mai fatto prima. Invece di scendere, tirò fuori dalla tasca il sacchetto di carta con la crosta secca di suo padre. La vecchia crosta che conservava da mesi. La spezzò in due metà e ne mise una nella mano sinistra.
Quando aprì lo sportello, Lidia la stava già aspettando a tre passi dal finestrino. Camilla si chinò e le porse il pezzo di crosta.
Lidia annusò. Poi leccò la mano di Camilla. E dopo, solo dopo, mangiò la crosta.
Camilla si sedette sul gradino del furgone e Lidia si accucciò tra le sue gambe, con il muso appoggiato sul ginocchio di lei. Stettero così per dieci minuti buoni, in silenzio, mentre il sole calava dietro la collina e l’aria si riempiva di grilli.
Elena le vide dalla finestra. Non uscì. Non voleva rompere quell’equilibrio fragile. Vide Camilla grattare Lidia dietro le orecchie con un gesto lento, come fanno le persone che hanno tempo. E per la prima volta, la coda di Lidia si mosse. Piano, quasi impercettibile. Un colpo solo, poi un altro.
Da allora, ogni pomeriggio alle quindici, Lidia aspetta un furgoncino grigio. Quando sente il motore, si alza e trotterella fino al cancello. A volte, nei giorni di vento, alza ancora il muso verso la curva dei cipressi e annusa l’aria per un attimo. Camilla fa finta di niente e le porge la crosta di pane che ora prepara ogni mattina, prima di infornare.
Non ha mai provato a sostituire suo padre. Ha creato qualcosa di nuovo, usando gli ingredienti che lui aveva lasciato.












