Marco Berardi aveva quarant'anni e pesava cinquantasette chili con le scarpe. A scuola, a Verona, lo chiamavano Grissino, e qualche volta gli tiravano anche due schiaffi sul collo, così, per sport. Lui pensava: "Crescerò, e finirà." Non finì mai.
Da adulto gli schiaffi erano scomparsi — tra adulti non si usa più — ma i soprannomi erano rimasti, solo più raffinati. Al deposito dove lavorava come magazziniere, in un centro commerciale sulla tangenziale est, le colleghe lo chiamavano "il cucciolo", "lo stecchino", "il nostro piccolo". Erano novanta per cento donne, e lo trattavano come un figlio adottivo: gli portavano la pasta al forno avanzata dalla domenica, gli sistemavano la sciarpa, lo proteggevano dai clienti scorbutici. A quarant'anni era rimasto orfano di entrambi i genitori, e questo aveva solo moltiplicato la pietà collettiva nei suoi confronti.
Poi arrivò Simona.
Simona Gagliardi era una cassiera alta un metro e ottanta, con una voce che riempiva tre corsie di supermercato senza microfono. Marco la vide la prima volta mentre lei rimetteva al suo posto un fornitore di bibite che aveva provato a saltare la fila delle consegne, e capì di essere perso. Non osava nemmeno avvicinarsi alla sua cassa se non era strettamente necessario. Cosa poteva essere lui, per una donna così? Un moscerino.
L'occasione arrivò senza che lui la cercasse. Era in coda con un cartone di uova, quando due ragazzotti con due bottiglie di superalcolico lo spinsero via con la spalla: "Tu passa dopo, zio, abbiamo fretta." Marco, di solito, avrebbe lasciato correre. Ma quel giorno Simona era alla cassa e lo stava guardando.
"Scusate, c'è la fila," disse, con un filo di voce.
"Non rompere, zio. Hai sentito, dopo di noi."
Simona si alzò di scatto dallo sgabello: "Documenti, per favore. Non vendo alcolici a minorenni." I due borbottarono qualcosa su una festa di laurea, ma lei non si mosse di un centimetro, e il buttafuori del centro, Igor, si fece notare proprio dietro di lei. I ragazzi se ne andarono imprecando sottovoce.
"Dai, Marchino, ti passo io la spesa," disse Simona, cambiando tono di colpo, quasi materna. "Che sei magro come un chiodo, pure i ragazzini ti aggrediscono."
Da quel giorno tutto cambiò. Simona iniziò a portargli da mangiare, a cercarlo tra gli scaffali, a riservargli attenzioni che prima non esistevano. Le altre colleghe, incuriosite e un po' deluse, si fecero da parte. Marco sentì una volta due di loro bisbigliare in magazzino: "Il nostro cucciolo è diventato il trofeo della Simona." "Meglio così. Magari se lo sposa e lo ingrassa un po'."
A Marco, sentirsi chiamato trofeo non dispiacque affatto. Significava che contava per qualcuno. Raccolse tutto il coraggio che aveva — poco, ma bastò — e la invitò a cena in una trattoria vicino a Porta Vescovo. Lei accettò. Dopo qualche appuntamento, la convivenza. Dopo la convivenza, il matrimonio in comune, con rinfresco in un agriturismo sui Colli Berici.
La vita insieme fu una delusione lunga quattro anni. Simona si autoproclamò capofamiglia e interpretò quel ruolo come il diritto di decidere, controllare e punire. Se Marco appendeva male un quadro, se lavava un piatto in modo sbagliato, se dimenticava di stendere la biancheria, arrivava il rimprovero. Lui sopportava, convinto che l'amore, prima o poi, avrebbe ammorbidito tutto.
L'illusione si spezzò una sera di marzo, davanti a una tazzina di caffè rotta per sbaglio.
"Rimbambito, buono a nulla!" urlò Simona. "Non sai fare niente nella vita? Quella tazzina era di mia nonna, dove la ritrovo adesso una uguale? Hai le mani di ricotta!"
Marco non riuscì a rispondere. Quando Simona finì le parole, passò ai fatti: uno schiaffo, secco, sul lato della testa. Marco restò immobile un secondo, con le orecchie che fischiavano, raccolse i cocci della tazzina uno per uno dal pavimento e li strinse nel palmo, e pensò solo una cosa, limpida come non lo era mai stata: "Ora basta. Di schiaffi ne ho presi abbastanza da bambino."
Il divorzio arrivò tre mesi dopo, tra avvocati e discussioni sulla divisione dei mobili. Marco si giurò che non si sarebbe innamorato mai più.
Anche Dafne, nella sua vita, aveva collezionato solo rifiuti, e senza averne colpa. Era una femmina di dodici chili, nera, lunga, con zampe un po' troppo corte per il corpo che aveva. Il primo proprietario l'aveva presa guardando solo le foto del cucciolo: "Questa non è un bassotto, è una specie di bassotto gigante, una fuori taglia. Non va bene, io volevo un cane di razza vera." La passò quasi subito a un amico.
L'amico in questione, un certo Renzo che viveva in una villetta a Soave, la tenne un paio d'anni pensando che potesse fare la guardiana: "Abbaia che è una bomba, starà benissimo in giardino a tenere lontani i ladri." Ma Dafne abbaiava quando voleva lei, non quando arrivava qualcuno di sospetto, e nel frattempo aveva distrutto due aiuole di rose e scavato buche dappertutto. "Buona per niente," la sgridava Renzo. "Mangi come un elefante e non sorvegli un fico secco." Anche lì, passò di mano.
La terza proprietaria fu una signora anziana di Soave, gentile ma lenta nei movimenti. Un pomeriggio Dafne vide un gatto, scattò dietro al guinzaglio, e la signora cadde sul marciapiede, procurandosi solo un grosso spavento e un livido al ginocchio. Non fu colpa di Dafne — era istinto, mica malizia — ma al telefono con qualcuno la signora si lamentò: "Non ce la faccio più con questa cagnona, mi gioco la vita. Trovale un'altra famiglia o la lascio andare in strada."
Qualcuno si mosse, e Dafne finì in una famiglia vera: marito, moglie, un bambino di quattro anni. Il marito, un certo Paolo Ferretti, le disse chiaro e tondo: "Dafne, al mio Edoardo non torci un pelo, sennò te ne pentirai." Dafne non aveva nessuna intenzione di far del male al bambino. Ma il bambino aveva altri piani: voleva usarla come un pony, le saltava in groppa, e lei scartava, ringhiava per lo spavento. Edoardo si metteva a piangere, la moglie strillava, Paolo prendeva la cintura per minaccia, Dafne si rifugiava sotto il letto, e Paolo, rosso di rabbia, minacciava di portarla al canile.
Non si sa come sarebbe finita, se un giorno a casa di Paolo non fosse arrivato un vecchio amico di scuola. Dafne uscì da sotto il letto per vedere chi fosse, e trovò un ometto magro, con l'aria smarrita, che si chiamava Marco.
"Finalmente ti rivedo, Paolo," disse Marco abbracciando l'amico. "Vedo che hai una new entry. Un cane, bravo. Io intanto mi sono finalmente liberato di mia moglie, divorziato da un mese."
"Auguri, dovevi farlo da tempo. Io invece questa cagna la vorrei liquidare. Non c'è giorno che non me ne penta. È indisciplinata, cattiva, ringhia a Edoardo, e se la sgrido si nasconde sotto il letto. Penso di darla via."
"Perché subito darla via?" Marco si chinò e tese la mano verso Dafne, aspettando che fosse lei a decidere se avvicinarsi. "Indisciplinata, dici. Ma l'hai mai educata, o ti sei limitato a urlarle contro? Urlare non è educare. Ci vorrebbe un addestratore cinofilo. Io non sono un esperto di cani, ma… anche a me da piccolo hanno provato a correggere a urlacci e scappellotti. Non ha funzionato."
"Quale addestratore, Marco, io non ho nemmeno tempo per la famiglia, figurati per il cane. E mia moglie peggio di me. Ascolta, visto che sei così saggio, perché non te la prendi tu, Dafne? Tu adesso sei solo, libero. La educhi con tutta calma che vuoi. Dico sul serio, ci guadagnano tutti: noi, lei, e pure tu."
"Potrei prenderla, ma non so se vorrebbe venire. Si sarà affezionata a voi, no?"
Dafne si avvicinò piano e gli annusò le dita, una per una, poi il polsino della giacca. Quell'ometto le piaceva. Parlava con calma, non sembrava avere bambini da far cavalcare, e aveva anche lui qualcosa di storto nella vita — forse l'avrebbe capita più in fretta degli altri. Scodinzolò due volte, piano.
"Guarda, non sembra contraria!" si rallegrò Paolo. "Speriamo che tu riesca a tenerla a bada. E magari, chissà, trovi anche moglie all'area cani."
"Quello no, grazie, sono già servito," rispose Marco, schivando la battuta.
Quella sera Marco e Dafne tornarono a casa insieme, lui con il guinzaglio nuovo comprato di fretta al negozio sotto casa, lei che ogni tanto si fermava a studiarlo con la coda dell'occhio, come per capire se avesse scelto bene.
Marco scoprì presto che gestire Dafne era molto più semplice che gestire Simona. Lei non si arrabbiava per una tazzina rotta, non alzava la zampa contro nessuno, e se non capiva qualcosa alla prima bastava ripeterglielo con pazienza alla seconda. Si iscrissero insieme a un corso di addestramento cinofilo in un parco vicino all'Adige, e ogni sabato mattina Marco la portava all'area cani del quartiere, dove conobbe altre persone — proprietari di labrador, di jack russell, di pastori maremmani — gente che, a differenza dei compagni di scuola e delle colleghe di lavoro, non lo guardava come un fenomeno da compatire, ma semplicemente come uno di loro, quello con la bassottona nera che faceva ridere tutti quando tentava di correre.
Dafne imparò a stare al guinzaglio senza strattonare, a sedersi al comando, a non inseguire più i gatti che incrociava per strada — quasi mai, almeno. E Marco, che per quarant'anni si era sentito un errore della natura, scoprì che qualcuno poteva aspettarlo ogni sera sulla porta, scodinzolando, senza mai un rimprovero, senza mai uno schiaffo.
Un sabato di ottobre, all'area cani vicino al fiume, una ragazza con un bassotto a pelo lungo si avvicinò per chiedergli se Dafne fosse femmina, visto che il suo maschio sembrava interessato. Marco rispose, si presentarono, parlarono per venti minuti mentre i due cani si rincorrevano tra le foglie cadute. Non era ancora pronto per innamorarsi di nuovo — ci sarebbe voluto tempo — ma quel pomeriggio, tornando a casa con Dafne che tirava appena il guinzaglio verso l'ingresso del palazzo, si accorse di non aver più escluso del tutto la possibilità.












