Avevo trentasei anni quando ho capito che la casa di via Garibaldi, quella che mia nonna mi aveva lasciato in eredità, non sarebbe mai stata davvero mia finché i genitori di Lorenzo continuavano a tenerne le chiavi in tasca.
Lorenzo è mio marito da tredici anni. Un uomo con cui ho condiviso il conto in banca, le domeniche passate a smontare il motorino insieme, la paura di non riuscire ad avere figli e poi la rassegnazione a quella paura. Lo conoscevo, pensavo. Conoscevo ogni sua esitazione, ogni modo in cui si massaggiava il collo quando era nervoso.
Quel pomeriggio di settembre lo massaggiava senza sosta.
Era inginocchiato sul pavimento di cotto dell'ingresso, a Lecce, nella casa di famiglia di mia nonna che io e lui avevamo ristrutturato con i risparmi di dieci anni. Mi teneva la mano stretta, le nocche bianche.
— Giulia, ti prego. Rimedio a tutto. Solo non farlo. Non buttarli fuori.
Lo guardavo e non sentivo niente. O forse sentivo troppe cose insieme: la rabbia, la vergogna, il dolore, e quel vuoto terribile che arriva quando capisci di aver amato qualcuno più di quanto quel qualcuno meritasse.
— Non è casa loro — ho detto piano. — È mia.
Lorenzo ha chiuso gli occhi.
Per capire come siamo arrivati a quella scena, bisogna tornare indietro di sei mesi, a marzo, quando sua madre, Carmela, si era presentata a casa nostra con due valigie e un sorriso che non ammetteva discussioni.
«Solo per un mese, tesoro, giusto il tempo che finiscano i lavori in bagno da noi» aveva detto, posando le valigie nell'ingresso come se fosse già cosa decisa. Suo marito, Pasquale, l'aveva seguita con una cassapanca che, scoprii poi, non sarebbe più uscita da quella casa.
Un mese diventò due. Poi quattro. I lavori in bagno a casa loro, a Brindisi, non iniziavano mai. Carmela intanto aveva ridisposto i mobili del salotto «per far entrare meglio la luce», aveva sostituito le mie tovaglie con le sue, portate da casa, e aveva preso l'abitudine di rispondere al citofono dicendo «casa Russo» — il cognome di Lorenzo, non il mio, anche se la casa era registrata solo a mio nome, lasciata da mia nonna Teresa con un atto notarile preciso e inequivocabile.
La goccia che fece traboccare il vaso arrivò un martedì di agosto. Ero rientrata prima dal lavoro — insegno chimica in un liceo del centro — e avevo trovato Carmela seduta al tavolo della cucina con l'agente immobiliare della zona, un certo Donato Esposito, a parlare di «quanto potrebbe valere, una volta che la ristrutturiamo per bene».
— Ristrutturare per bene? — avevo chiesto, restando sulla porta con la borsa ancora in mano.
Carmela non si era nemmeno scomposta. — Beh, tesoro, visto che Lorenzo è l'unico figlio e un giorno questa casa andrà comunque a lui, pensavamo di fare dei lavori seri. Il balcone sul retro, la cucina ad isola…
— La casa è mia, Carmela. Non di Lorenzo.
— Siete sposati, che differenza fa?
La differenza, gliel'avrei spiegata più tardi, era scritta nero su bianco in un fascicolo che tenevo nel cassetto dello studio: l'atto di successione, il certificato catastale, tutto a nome mio, Giulia Ferrante, regime di separazione dei beni che avevamo scelto io e Lorenzo prima del matrimonio, proprio perché lui aveva già visto come i suoi genitori gestivano il denaro — male, e con la convinzione che tutto ciò che apparteneva ai figli fosse automaticamente anche loro.
Quella sera avevo chiesto a Lorenzo di parlare con i suoi, di dire chiaramente che quella non era casa loro, che bastava, che dovevano tornare a Brindisi. Lui aveva promesso. Aveva detto «domani parlo con mamma». Il domani era durato tre settimane, fatto di scuse — «non è il momento, papà non si sente bene», «mamma ha avuto una brutta settimana» — finché un pomeriggio avevo trovato, nel mio armadio, metà dei miei vestiti spostati per far posto a quelli di Carmela.
A quel punto ho smesso di chiedere a Lorenzo di fare qualcosa. Ho deciso di farlo io.
Ho chiamato il mio avvocato, l'avvocato Ancona, che si era già occupato della successione di mia nonna, e gli ho chiesto di prepararmi una diffida formale: intimazione a lasciare l'immobile entro sette giorni, con tanto di riferimento all'atto di proprietà. Non perché volessi arrivare a tanto — all'inizio speravo bastasse mostrarla, far capire che facevo sul serio — ma perché Carmela e Pasquale, quando gliela portai sul tavolo della cucina un sabato mattina, la lessero, risero, e la lasciarono lì, accanto alla moka.
— Non ci credo che tua moglie ci sta cacciando — disse Pasquale a Lorenzo, come se io non fossi nella stanza.
Fu allora che chiamai davvero i vigili urbani per un accertamento di residenza anomala e, insieme all'avvocato, feci notificare l'atto tramite ufficiale giudiziario. Non gridai. Non ruppi niente. Misi semplicemente in moto quello che la legge mi permetteva, perché la casa, quella con le piastrelle di cotto che mia nonna aveva scelto una per una nel 1974, era l'unica cosa che mi restava di lei, e non l'avrei lasciata diventare il salotto di chi la considerava già un investimento da spartire.
Lorenzo lo scoprì quando arrivò l'ufficiale giudiziario, un lunedì, con le carte in mano.
— Potevi dirmelo prima che arrivasse qui con le carte — disse, la voce bassa, gli occhi fissi sulla busta che l'ufficiale gli aveva messo in mano.
— Te l'ho chiesto per sei mesi di dirglielo tu. Non l'hai fatto.
Fu allora che si inginocchiò nell'ingresso, sul cotto freddo, a chiedermi di fermare tutto.
— Non sono mia madre, Giulia. Sono qui. Dimmi cosa devo fare e lo faccio, ma non così, non con le carte, non con l'ufficiale giudiziario in casa nostra.
— L'avrei fatto diversamente se tu l'avessi fatto per primo.
Non mi fermai.
Due giorni dopo, Carmela e Pasquale caricarono le valigie — e la cassapanca, questa volta sì — su un furgone preso a noleggio da un cugino di Brindisi, mentre io restavo sulla soglia con in mano la cartellina con l'atto notificato e la ricevuta della diffida.
Carmela non mi guardò. Pasquale, salendo sul furgone, disse a Lorenzo: «Tua moglie ci ha trattato come estranei». Lorenzo non rispose. Restò sulla soglia con me, in silenzio, fino a quando il furgone non svoltò l'angolo di via Garibaldi.
Quella notte dissi a Lorenzo che non lo stavo lasciando per i suoi genitori, ma che se voleva restare in quella casa, le chiavi dovevano tornare a essere soltanto due: la mia e la sua. Niente copie per Carmela, niente copie per Pasquale, mai più. Presi il mazzo che Carmela aveva fatto fare senza chiedermi nulla — l'avevo trovato nel cassetto della cucina il giorno della diffida — e glielo misi in mano.
— Queste le porti tu dal fabbro domani. Fatte togliere dal giro, tutte.
Lorenzo le guardò per un momento lungo, poi le stinse nel pugno.
— Lo faccio io domani mattina, prima di andare al lavoro. Da solo.
Non disse altro. Ma quando il pugno si aprì di nuovo per posare le chiavi sul tavolo dell'ingresso, le mani non gli tremavano più.










