Il cane che scavava verso un segreto

Lunedì dovevo riportarlo al canile. Lo scrivo ora e mi vergogno ancora a dirlo, ma era davvero quello che avevo deciso di fare.

Si chiamava Tempesta. Quarantacinque chili di muscoli e pelo color sabbia, qualcosa di pastore maremmano mescolato a chissà cosa, zampe enormi e quegli occhi che sembravano sempre custodire un pensiero che non aveva intenzione di condividere con me.

Mi chiamo Marco Ferrante, ho quarantadue anni, lavoro come tecnico informatico a Bergamo e vivo da solo in una casa con giardino a Ranica, appena fuori città. L'avevo preso al canile di Treviglio tre settimane prima, convinto da mia sorella che un cane mi avrebbe fatto bene dopo la separazione. Invece Tempesta aveva trasformato le mie giornate in un incubo a bassa intensità.

Non era un cane che distruggeva le pantofole o abbaiava tutta la notte. Il problema era un altro: scappava. Recinzione di due metri? Trovava il punto dove la terra era più morbida dopo la pioggia e scavava, e in pochi minuti c'era un buco perfetto, largo esattamente quanto le sue spalle. Cancelletto chiuso con il chiavistello? Aveva imparato a farlo scattare col naso, spingendo e tirando con una pazienza quasi professionale.

Ogni giorno, mentre ero al lavoro, trovava il modo di svanire. E ogni giorno la polizia locale o qualche vicino me lo riportava a casa da qualche chilometro di distanza: sporco, zoppicante, a volte con le zampe graffiate, come se avesse appena concluso una marcia che nessuno avrebbe dovuto fare da solo.

Le multe per cane vagante si accumulavano. Ero già a centoventi euro di sanzioni in tre settimane, e ogni volta che aprivo la buca delle lettere mi veniva un groppo in gola prima ancora di leggere chi mi scriveva.

«Non vuole stare qui,» avevo detto a mia sorella Chiara una sera al telefono, mentre lavavo i piatti con il telefono incastrato tra l'orecchio e la spalla. «È uno di quelli che scappano sempre. Boh, forse non è il cane per me, non lo so.»

Chiara era rimasta zitta per un momento, sentivo solo il rumore di fondo della sua cucina. «E se stesse semplicemente… cercando qualcosa?»

Avevo scrollato le spalle, anche se lei non poteva vedermi, e avevo cambiato discorso parlando del tempo. Quando sei esausto, ti aggrappi alle etichette: o il cane è "tuo", o non lo è. Non avevo la forza di pensarci più a fondo, e onestamente nemmeno la voglia.

Ma ieri era sabato. Ero a casa, ancora in pigiama, col caffè che si raffreddava sul tavolo. E questa volta ho deciso di seguirlo.

Alle dieci del mattino Tempesta ha iniziato a camminare avanti e indietro nel corridoio. Si fermava davanti alla porta, guaiva, grattava il legno con la zampa, poi si voltava verso di me — andiamo, adesso, dobbiamo andare, diceva tutto il suo corpo.

Avevo ancora la tazza in mano, il caffè ormai freddo, e lo stomaco mi si era stretto solo a pensare che stesse per scappare di nuovo. Poi mi sono detto: va bene, lunedì lo riporto comunque al canile, ma almeno stavolta vediamo dove vuole andare con tanta insistenza.

Ho aperto la porta.

«Va bene,» ho detto ad alta voce, sentendomi un po' ridicolo a parlare da solo in cortile. «Ma stavolta vengo con te.»

Tempesta non si è lanciato verso il parchetto. Non ha rincorso nessun gatto. Ha abbassato il muso a terra e si è messo in marcia, dritto, veloce — non sembrava una passeggiata, sembrava che avesse un appuntamento.

Ha camminato a lungo. Abbiamo attraversato via Santuario, poi via Don Minzoni, poi altre strade di cui non ricordo nemmeno il nome, io un passo indietro con le ciabatte che non erano fatte per quella camminata.

Siamo arrivati alla provinciale che porta verso Alzano Lombardo. Mi sono fermato di colpo. «No, no, no,» ho detto, «non vorrai portarmi lì.»

Lui invece ci è andato. Ha aspettato uno spiraglio tra le auto e ha attraversato di corsa. Ho rischiato di storcermi una caviglia correndogli dietro, urlando il suo nome come un pazzo mentre un furgone frenava di colpo.

Poi si è infilato in un roveto fitto vicino al torrente Serio, di quelli dove nessuno andrebbe "per caso". Mi si è strappata la giacca — quella buona, quella che uso per andare a pranzo dai miei — mi sono graffiato un braccio, imprecavo a ogni passo, ma lui non si fermava.

Poi, di colpo, si è fermato. Davanti a noi c'era una vecchia roulotte abbandonata, mezza inghiottita dai rovi, il telone laterale strappato, una tenda a brandelli che sventolava dal finestrino rotto. Tempesta ha cominciato a grattare la porta con entrambe le zampe, guaendo in un modo che non gli avevo mai sentito fare, un suono acuto, continuo.

Mi sono avvicinato con il cuore in gola. Ho tirato la porta arrugginita, che ha cigolato e si è aperta di scatto. Dentro, su un materasso ammuffito, c'era una cagnolina pastore maremmano, pelle e ossa, il pelo incollato di terra e fango, e accanto a lei tre cuccioli che respiravano appena, due femmine e un maschio, nati forse da una settimana.

La cagnolina ha alzato la testa verso Tempesta e ha fatto un guaito sottile. Lui si è steso accanto a lei, piano, appoggiando il muso vicino al suo, come se quella strada l'avesse già fatta decine di volte.

Mi sono inginocchiato lì, nel fango, senza sapere bene cosa toccare prima — la cagnolina, i cuccioli, il telefono. Ho chiamato Chiara con le mani che tremavano tanto che ho sbagliato il numero due volte. «Senti, non so come spiegartelo al telefono, vieni con la macchina, portami scatole, coperte e il numero della veterinaria di Alzano.»

Siamo tornati in due macchine. La veterinaria, la dottoressa Elisa Brambilla, ha controllato la cagnolina — disidratata, con una zampa posteriore ferita probabilmente da una trappola per animali, ma viva — e i tre cuccioli, deboli ma salvabili con latte artificiale e calore.

Quella sera ho chiamato l'ufficio catastale per capire di chi fosse quel terreno — un'azienda agricola in liquidazione — e ho scritto una denuncia al Comune di Ranica per la roulotte abbandonata. Scrivevo, cancellavo, riscrivevo la stessa frase tre volte perché non mi usciva bene, e intanto Tempesta mi girava intorno alle gambe ogni cinque minuti come per controllare che avessi capito.

Lunedì non sono andato al canile per quello che pensavo. Ci sono andato, ma per firmare l'adozione definitiva della cagnolina — l'ho chiamata Serio — e dei tre cuccioli, già promessi a tre famiglie che Chiara aveva trovato tramite il gruppo Facebook "Amici a Quattro Zampe Bergamo".

Ho pagato quattrocentotrenta euro di cure veterinarie, tutte di tasca mia, e il weekend dopo ho rifatto il recinto del giardino con una base di cemento profonda quaranta centimetri, maledicendo ogni secchiata di malta che mi finiva sulle scarpe.

Adesso, quando torno dal lavoro, apro il cancello e lo vedo steso sul portico con Serio appoggiata al suo fianco, e ogni volta lui alza solo un orecchio, controlla che sia io, e torna a dormire.

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