Pace Rubata

La mattina del sabato, mentre tutta Caserta dormiva ancora, io ero già in cucina a pulire i ceci per il pranzo di mia madre. Era il rito di sempre: scartare quelli bucati, quelli troppo duri, odorare il sacchetto per capire se era andato a male. La moka borbottava sul fornello, il profumo di caffè si mischiava a quello del ragù che bolliva da due ore. Fuori, nel cortile del palazzo in via Ferrarecce, sentii frenare la Fiat Panda bianca di Davide, mio cognato.

Non me l'aspettavo. Non quel giorno.

Giulia entrò senza bussare. Portava ancora il cappotto beige che usava dieci anni fa, quando vivevamo nello stesso appartamento prima che tutto crollasse. Mi guardò come se il tempo si fosse fermato e disse solo:

«Devo parlarti di lui. Ti prego.»

Io continuai a pulire i ceci. Non alzai lo sguardo. Un cece mi scivolò tra le dita e cadde sul pavimento di maiolica.

«Dieci anni di silenzio e adesso vuoi che parli io con tuo marito» risposi, senza fermarmi.

Giulia si sedette di fronte a me. Prese il bicchiere di tè freddo che nostra madre teneva sempre pronto in frigo e lo posò proprio accanto al mio piatto di ceci. Lo stesso bicchiere di vetro verde che usavamo da bambine.

«Mi butta fuori di casa, Elena. Ha già i documenti dall'avvocato. Mi dà tempo fino al trenta per prendere le mie cose.»

Pulii il tavolo con lo stesso strofinaccio a quadri che mia madre usa da quando è morto papà. La bolletta Enel del mese scorso era ancora attaccata con la calamita al frigo: centoottanta euro. L'avevo pagata io, due settimane prima, come sempre.

Mia madre, Assunta, comparve sulla porta della cucina con il grembiule a fiori. In mano teneva i numeretti di carta che usa per sistemare i posti a tavola in terrazzo.

«Voi due vi sedete vicine» disse, come se parlasse del tempo. «È ora che vi parliate. Ho settant'anni, non duecento.»

Giulia abbassò lo sguardo. Fu allora che notai il dettaglio che non avrei voluto vedere: sul cruscotto della Panda, attraverso la finestra della cucina, c'era un sonaglino di plastica rosa. Giulia e Davide non hanno figli. Non li hanno mai avuti.

«Da quando sai che ti tradisce?» chiesi piano.

Giulia ci mise tre secondi a rispondere. Tre secondi che dissero più di qualunque frase.

«Quasi tre anni. Ma adesso non arrivo più nemmeno a pagare l'affitto del negozio. Gli devo due rate alla finanziaria.»

Mia madre posò i numeretti sul tavolo. Il sette e l'otto finirono vicini, esattamente al centro.

«Ho sempre saputo che uomo fosse Davide… ma tu avevi bisogno di qualcosa di più» mormorò lei, sistemando i piatti di ceramica.

Il caffè mi traboccò un poco quando sollevai la tazzina. Il liquido bollente mi scottò il dorso della mano. Non mi mossi.

Giulia tirò fuori dalla borsa una busta gialla, piegata in due, e la posò accanto ai ceci che ancora non avevo finito di pulire.

«Sono le foto. Le ha fatte un investigatore che ho pagato con gli ultimi soldi della tredicesima. Voglio che tu le veda. Voglio che gliele mostri tu. Lui ti ha sempre rispettata più di chiunque altro.»

Non toccai la busta. Continuai a pulire. Cece buono, cece da scartare, cece buono.

Fuori si sentivano già le voci dei cugini che arrivavano con i vassoi di parmigiana e i bicchieri di plastica. Il ragù che mia madre aveva preparato dall'alba profumava di tutto quello che io avevo perso undici anni prima.

Franco, mio marito, entrò dalla porta del cortile con due pandori sotto il braccio. Mi guardò e capì subito che qualcosa non andava. Non disse niente. Mi appoggiò una mano sulla spalla per un secondo, poi andò ad aiutare con le sedie in terrazzo.

Giulia si alzò. Prima di uscire dalla cucina lasciò un'ultima frase, quasi senza voce:

«Lo so che non merito niente. Ma sei mia sorella.»

Quando se ne andò, aprii la busta. C'erano sette fotografie. In tutte appariva Davide con una donna giovane, incinta in alcune, con un bambino di due anni nelle altre. In una si leggeva chiaramente l'insegna del ristorante: "Da Peppino", lo stesso posto dove undici anni prima avevamo festeggiato il fidanzamento di Giulia e Davide, quello che avrebbe dovuto essere il mio.

Mia madre si avvicinò alle mie spalle e guardò le foto da sopra la mia testa.

«Era ora che venisse fuori tutto» disse. «Ma non oggi, Elena. Oggi è la mia festa.»

Piegai la busta e me la infilai nella tasca del grembiule.

«Oggi è l'unico giorno che resta, mamma.»

Fuori stavano già facendo accomodare gli ospiti. Il sette e l'otto erano rimasti vicini, al centro della tavolata lunga coperta dalla tovaglia a quadri. Mi sedetti al sette. Giulia si sedette all'otto. Per la prima volta in dieci anni le nostre ginocchia quasi si toccarono sotto il tavolo.

Arrivò il primo piatto di parmigiana. Non riuscii a mandare giù nemmeno un boccone.

Mia madre si alzò in piedi, batté il cucchiaio contro il bicchiere, e tutti zittirono aspettandosi il solito brindisi. Invece disse: «Prima di mangiare, voglio che mia figlia Elena legga una cosa.» E mi guardò dritto negli occhi, come se sapesse esattamente cosa avevo in tasca.

Io non avevo previsto niente di tutto questo. Mi alzai con le gambe che tremavano, tirai fuori la busta gialla e la posai aperta sul tavolo, davanti a tutti i parenti, davanti a Davide, che era arrivato tardi con una scatola di cannoli e si era seduto in fondo senza salutare nessuno. Le foto scivolarono una dopo l'altra sulla tovaglia a quadri. Il silenzio durò più del tempo necessario a riconoscere i volti.

Fu mia zia Carmela, con gli occhiali sul naso, a dire per prima: «Ma quella non è la figlia della Lucia del bar?» Davide si alzò di scatto, rovesciando la sedia. Non negò niente. Disse solo: «Non era il momento, Giulia» come se il problema fosse il tempismo e non i tre anni di bugie.

Io non gridai. Non dovevo più niente a nessuno in quella storia, e per la prima volta me ne resi conto davvero. Presi il bicchiere di tè freddo di Giulia, lo bevvi tutto d'un fiato, e poi parlai io, piano, rivolta a mia sorella:

«Ti aiuto. Ma non parlando con lui. Lunedì vieni con me dall'avvocato Sorrentino, quello che ha seguito la separazione dei beni di Franco quando è morto suo padre. Ti aiuto a fare la domanda di assegno e a dividere quello che resta del negozio, che risulta ancora intestato per metà a te, qualunque cosa dica il suo avvocato.»

Davide provò a dire qualcosa sul fatto che il negozio era suo, che lei non aveva mai lavorato lì davvero. Mio marito Franco, che fino a quel momento era rimasto in piedi vicino alla griglia, si avvicinò e disse solo una frase, con la calma di chi non ha bisogno di alzare la voce: «Le carte della Camera di Commercio dicono il contrario, Davide. Ce le ha controllate mio cognato che lavora in Comune.»

Davide se ne andò senza mangiare, senza salutare mia madre, lasciando la scatola di cannoli intatta sul tavolo degli antipasti. Nessuno lo trattenne.

Mia madre si risedette, si versò un bicchiere di vino, e disse solo: «Adesso sì, buon appetito.» Come se niente fosse. Ma io vidi che le tremava la mano quando alzò il bicchiere.

Il lunedì seguente andai davvero con Giulia dall'avvocato Sorrentino, in corso Trieste. Portai io la cartellina con dentro le foto, la bolletta vecchia di quando vivevamo insieme, e i documenti del negozio che Giulia aveva tenuto nascosti in una scatola di scarpe per tre anni, troppo spaventata per guardarli. In sei settimane il tribunale di Santa Maria Capua Vetere riconobbe a Giulia la metà del valore del negozio, stimato in trentaduemila euro, da liquidare in dodici rate.

Non l'ho fatto per vendetta. L'ho fatto perché ero stanca di pagare, con il mio silenzio, un debito che non era mio. Quella domenica, quando Giulia venne a restituirmi il bicchiere di tè freddo lavato e asciugato, lo misi nella credenza accanto al mio, i due bicchieri verdi che usavamo da bambine, uno affianco all'altro, come non succedeva da undici anni.

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