Il battito delle ciglia

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La luce gialla del tramonto di Napoli filtrava dalla finestra socchiusa, tagliando la stanza in due strisce di polvere dorata. Sul divano letto sfatto, la signora Elvira osservava le sue gambe immobili con lo stesso sguardo con cui si guarda un mobile rotto. Da ventidue mesi esatti. La data se l'era tatuata nella testa insieme al rumore della moto che l'aveva centrata sulle strisce pedonali. Suo marito Maurizio era in cucina a scaldare il brodo. Terzo piano senza ascensore, e lei intrappolata lassù come un canarino in gabbia.

Il campanello suonò secco. Maurizio aprì e subito la voce squillante di sua sorella gemella riempì il corridoio. Marta entrò come un ciclone, trascinandosi dietro la bambina. Greta, sei anni, treccine disfatte e un ginocchio sbucciato. La figlia dei vicini del piano di sotto, che Marta teneva il pomeriggio mentre la madre faceva i turni all'ospedale Cardarelli.

«Zia Elly, oggi abbiamo fatto il disegno del mare!» gridò Greta lanciandosi verso il divano. La signora Elvira abbozzò un sorriso che le costò più fatica del previsto. La bambina le si piazzò davanti e la fissò. Non era il solito sguardo da bambino distratto. Era qualcosa di fermo, di terribilmente adulto per quei sei anni ancora da compiere tra due settimane.

«Perché non cammini?»

Maurizio, che stava entrando con il brodo fumante, si bloccò sulla soglia. Marta fece per prendere la bambina, imbarazzata per quella domanda così diretta. Ma Greta non si muoveva. In piedi davanti a Elvira, con le mani sporche di pennarello blu, aspettava una risposta vera.

«Perché le mie gambe non funzionano più, tesoro» sussurrò Elvira. E per la prima volta in quasi due anni, sentì le lacrime pizzicarle gli occhi senza trattenerle.

Greta fece un passo avanti. Prese le mani rugose della donna tra le sue manine appiccicose. «Io ti posso aggiustare» disse. Non era una domanda. Non era la fantasia di una bambina che gioca al dottore. Era una constatazione. «Ma tu mi devi dare una cosa.»

Marta sbiancò. «Greta, basta, andiamo di là…»

«Cosa vuoi?» chiese Elvira con un filo di voce.

La bambina corrugò la fronte, come se stesse leggendo dentro la donna. «La tua collana d'oro.»

Maurizio posò il brodo sul tavolino con un tonfo. Quella collana era l'eredità di sua suocera, l'unico gioiello di valore che Elvira possedeva ancora. Diciotto carati, comprata da un orefice del Vomero quarant'anni prima. Gliel'aveva regalata sua madre prima di morire.

Elvira deglutì. Abbassò lo sguardo sulle mani della bambina che stringevano le sue. Sentiva il calore minuto di quelle dita, il battito accelerato del suo cuore. «Se mi fai camminare, te la do» mormorò. Le parole uscirono prima che potesse fermarle. L'ultima speranza disperata di chi non ha più niente da perdere, nemmeno la dignità. «È un patto.»

«Alzati» disse Greta senza esitazione. La sua voce, di solito cinguettante, era diventata calma. Un comando da sergente in un corpo di bambina.

Maurizio fece un passo avanti, ma Marta lo bloccò con un braccio. La stanza sembrò sospesa. Solo il ronzio del frigorifero occupava il silenzio. Elvira guardò le sue gambe come se fossero due estranee. Appoggiò le mani sui braccioli della sedia a rotelle e fece forza. I muscoli delle braccia tremarono. Provò a sollevarsi, il bacino si staccò di due centimetri dal cuscino, le gambe però restarono molli, inerti, due sacchi vuoti. Ricadde con un gemito affogato, il sudore già freddo sulla fronte. «Non ci riesco.»

Greta non mollò la presa. Strinse più forte le mani di Elvira. «Non devi pensare che non puoi. Devi solo alzarti. Come quando scendi dal letto la mattina. Senza pensarci.»

Elvira fissò la bambina. Dentro quegli occhi color nocciola non c'era pietà, né imbarazzo. Solo un'attesa limpida. La donna tirò su col naso, deglutì il groppo in gola. Riprovò. Le mani premettero sui braccioli, i gomiti scattarono, la schiena si drizzò. Le gambe, questa volta, ricevettero il segnale. I piedi nudi toccarono il pavimento di graniglia, le ginocchia scricchiolarono, le caviglie si irrigidirono. Barcollò in avanti, aggrappata alle mani di Greta come a una ringhiera.

Era in piedi.

Maurizio si coprì la bocca con entrambe le mani, la faccia sbiancata. Marta scoppiò in un singhiozzo muto. La brodaglia del brodo tremava ancora nella ciotola per il movimento brusco del tavolino. Elvira stava in piedi, traballante, aggrappata a una bambina che le arrivava a malapena alla vita. Un passo. Il piede destro si mosse. Poi il sinistro. Due passi verso il centro della stanza, dove la striscia di tramonto si era spostata di qualche centimetro.

Scoppiò un applauso. Greta sorrise, una fossetta sulla guancia sinistra.

«La collana» disse Maurizio con la voce impastata, ancora sotto shock, guardando la bambina con un misto di timore e incredulità.

Elvira, ancora in piedi da sola per la prima volta, si portò le mani tremanti alla nuca. Sganciò il fermaglio. Il piccolo cuore d'oro massiccio oscillò nell'aria satura di luce pomeridiana. Prese la catenina, la osservò per un istante come si guarda una fotografia del passato, e la porse a Greta.

La bambina la prese delicatamente, la soppesò. Poi la posò sul tavolino, accanto alla ciotola di brodo ormai freddo.

Marta e Maurizio rimasero impietriti. La signora Elvira guardò la collana abbandonata accanto al brodo, poi la bambina. «Perché… non la vuoi?»

«Volevo solo vedere se eri pronta a darla davvero» rispose Greta, infilandosi un dito nel naso con la grazia di chi ha appena finito di negoziare il destino di un adulto.

Marta sgranò gli occhi. Poi cominciò a ridere, un'esplosione isterica di sollievo e sconcerto. Maurizio si lasciò cadere su una sedia, il sudore che gli colava dalle tempie. Elvira, barcollante come un cerbiatto appena nato, fece altri tre passi da sola verso la finestra e spalancò le imposte. L'aria tiepida di maggio le invase i polmoni. Sentì l'odore dei panni stesi della signora Longhi del secondo piano, il vociare dei ragazzini in piazza, il clacson di un motorino. Il mondo là fuori, il suo mondo, tornava a esistere dopo quasi due anni di clausura.

«Maurizio, prepara la caffettiera» disse voltandosi verso di lui. Aveva le lacrime che le rigavano il viso ma la voce era ferma. «Stasera scendo. A piedi. E vado a prendere una pizza da Mimi.»

L'uomo annuì senza riuscire a spiccicare parola, già in piedi verso la cucina. Poi, sulla soglia, si fermò di scatto e guardò la bambina. Greta stava scarabocchiando su un tovagliolo con una biro trovata chissà dove, la lingua tra i denti, già persa nei suoi mondi di carta.

«Ma tu…» balbettò Maurizio, «come hai…»

La bambina alzò le spalle senza distogliere lo sguardo dal tovagliolo. «Lei voleva solo qualcuno che ci credesse per davvero.» Scarabocchiò un grosso sole tutto storto. «Io ci credevo.» La matita blu tracciò un ultimo raggio. «Basta crederci.»

Elvira si appoggiò al davanzale, le gambe ancora tremanti ma salde. Nella stanza la luce del crepuscolo invadeva ogni angolo, e sul tavolino, accanto alla tazzina di brodo freddo, la collana d'oro della nonna brillava di riflessi antichi, restituita alla sua padrona.

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