Quel trenino di legno

Alessia Venturi uscì dall’ascensore di servizio al terzo piano di Palazzo De Santis, in via Caracciolo, con le gambe che le tremavano ancora. Fuori, il golfo di Napoli luccicava sotto il sole di maggio, ma lei lo guardava a malapena. Aveva ventidue anni, un debito di quarantamila euro per le cure della madre a Salerno e un lavoro da domestica che le era stato offerto solo perché nessun’altra agenzia aveva voluto mandare una ragazza senza esperienza in quella casa.

Era la tredicesima volta che assumevano una cameriera. Ma le dodici precedenti non avevano ceduto per colpa dei pavimenti di marmo da lucidare o delle finestre a vetri antiproiettile. Avevano ceduto per Gabriele De Santis. Tre anni, boccoli scuri, occhi verde bottiglia e una furia capace di mettere in ginocchio chiunque guadagnasse uno stipendio per prendersene cura. Sette tate di lusso, due istitutrici arrivate da Milano e tre ragazze alla pari erano scomparse da quella villa esattamente come i nemici di suo padre: senza lasciare traccia o spiegazioni.

Alessia era entrata con la lista delle pulizie in mano. La sala da pranzo, le scale, il bagno padronale, la vetrata sul terrazzo. Niente bambini, le avevano detto. Solo lucidare l’argento e far brillare i cristalli. Ma al primo piano, nell’ala est, le porte scorrevoli erano socchiuse.

Un trenino di legno dipinto a mano la colpì alla spalla destra con la forza di un pugno. Barcollò, appoggiandosi al muro, e dall’ombra uscì Gabriele con i pugni già serrati. Era sudato, il viso paonazzo. La guardò come si guarda un nemico prima di un assalto. Le sferrò un calcio dritto sul ginocchio, proprio sulla rotula appena operata per un vecchio incidente. Il dolore le strappò un gemito, ma non indietreggiò.

Enzo De Santis, in piedi sulla porta della biblioteca, osservava la scena con un calice di Château Margaux in mano. Il suo volto non tradiva emozioni, solo una fredda attesa. Si preparava a sentire un grido, poi le solite scuse, infine la richiesta di andarsene. Era già successo tredici volte.

Alessia non gridò.

Con movimenti lenti, come se stesse posando un fiore su un tavolo fragile, abbassò il secchio e si mise in ginocchio. Guardò Gabriele dritto negli occhi, senza paura, senza rabbia. Lui smise di respirare con il pugno ancora a mezz’aria.

«Quanta rabbia, per un corpo così piccolo» disse lei, in un sussurro che risuonò più forte di qualsiasi rimprovero.

Non aggiunse altro. Non gli prese la mano, non lo costrinse a calmarsi. Rimase lì, vulnerabile, con la spalla che pulsava e il ginocchio che le si gonfiava sotto i pantaloni della divisa blu. Aspettò che fosse lui a decidere.

Il piccolo fece un passo incerto, poi un altro. La sua bocca tremò. Non era più la maschera di un futuro boss, ma la faccia di un bambino che aveva appena distrutto l’ennesimo soldatino per noia. Abbassò il braccio e, con una sorpresa che deformò il volto di Enzo, si chinò e le posò un bacio morbido sulla guancia. Subito dopo, scoppiò in lacrime. Non erano i capricci isterici che sbattevano i domestici fuori dalla stanza. Era un pianto grosso, profondo, quello di chi ha tenuto stretto un dolore per troppo tempo.

Alessia lo strinse a sé, dondolandosi impercettibilmente, una mano sulla schiena minuscola e l’altra a proteggergli la testa. Rimasero così sul pavimento di marmo nero, mentre il suono del cristallo che si frantumava alle spalle di Enzo riempiva il silenzio.

Lui aveva lasciato cadere il calice, senza neanche rendersene conto.

Quindici minuti dopo, la cameriera era seduta nello studio privato del boss. Un uomo capace di chiudere un porto, seppellire un segreto e far sparire una flotta senza mai sporcarsi le mani. Indossava un completo gessato grigio, niente cravatta, e la camicia sbottonata lasciava intravedere l’inizio di una cicatrice sul petto. Ma non era il suo potere a incutere timore, quella sera. Era il modo in cui fissava Alessia come se lei avesse appena toccato l’unico pezzo della sua vita che nessun cantiere navale, nessuna minaccia, nessuna valigetta di contanti aveva mai potuto proteggere.

«Non tornerai al tuo appartamento di Salerno» le disse, con una voce roca e definitiva. «Non tornerai ai debiti, né alle pulizie. Da domani sarai la governante di mio figlio. Ti occuperai solo di lui.»

Alessia lo guardò come si guarda un incendio mentre si avvicina. La bocca le si seccò. «Signor De Santis, io non ho studiato, non ho referenze. Sono solo una cameriera.»

«Appunto.» Lui appoggiò le mani sulla scrivania di ebano. «Mio figlio ha rifiutato ogni specialista. Ha cacciato educatrici con master e ragazze con famiglie perfette. Tu invece sei rimasta in ginocchio e gli hai detto che non saresti scappata. Lo vedi? L’ha baciata.» La sua voce si incrinò per un attimo, ma recuperò subito il controllo. «Quanto ti serve per le cure di tua madre?»

Lei deglutì. «Quarantamila euro. E ci vogliono altri sei mesi di radioterapia.»

«Pagherò tutto. In contanti, domattina. In cambio resterai in questa casa finché Gabriele avrà bisogno di te. Nessuno ti farà del male, nessuno ti chiederà conto. Ma non potrai uscire da questa vita. Mai più.»

Alessia sentì un brivido scenderle lungo la schiena. Il bacio del bambino era stato una crepa nel ghiaccio, ma le parole di suo padre erano la gabbia che si chiudeva. Annuì lentamente, incapace di rifiutare l’unica possibilità di salvare sua madre. E anche incapace di ammettere a se stessa che in quell’angolo buio dello studio, sotto la luce fioca di una lampada Tiffany autentica, qualcosa nel modo in cui Enzo De Santis la guardava le faceva battere il cuore più forte della paura.

I giorni seguenti cambiarono ogni cosa. Alessia si trasferì in una stanza al secondo piano, un letto a baldacchino e un balcone sul mare che sapeva di una ricchezza mai sognata. Gabriele la seguiva ovunque. All’inizio la metteva alla prova: versava il latte sulle lenzuola, nascondeva i suoi libri, si buttava a terra urlando. Ma ogni volta lei si sedeva accanto a lui, gli prendeva la mano e gli ripeteva la stessa frase, «Non me ne vado». In meno di due settimane, gli incubi che ogni notte facevano piangere il bambino smisero di svegliare l’intera villa. In un mese, Gabriele ricominciò a sorridere senza pugni chiusi. Enzo osservava tutto dai monitor del suo studio.

Una sera di metà giugno, Alessia trovò il boss in cucina, da solo, mentre componeva un mazzo di rose gialle. La guardò con una stanchezza nuova. «Succedeva che le faceva mia moglie, prima che morisse di parto. Gabriele non ha mai conosciuto l’odore delle rose.»

«Nessuno gliel’ha mai insegnato» mormorò lei, senza paura.

«Non è solo quello. Mio figlio ha visto cose. Uomini che mi minacciavano, qualcuno che è venuto a turbare la sua cameretta quando aveva due anni. Da allora ha sempre reagito con violenza.» Enzo le si avvicinò, fermandosi a un passo. «Lei è l’unica che non ha cercato di ripararlo. L’ha preso così com’è.»

Fu quella notte che Alessia capì. Scese in biblioteca per prendere un libro, ma sentì delle voci dietro la porta della sala riunioni. Enzo parlava con i suoi uomini di un carico da intercettare, di una trattativa con i clan rivati del Vomero. Le frasi erano brutali. Affari di morte. Lei si mise una mano sulla bocca, indietreggiando. Una tavola del parquet scricchiolò.

In un attimo, la porta si spalancò e due guardie la bloccarono. Enzo uscì, il suo sguardo era di ghiaccio. «Portatela nella sua stanza. Adesso.»

La raggiunse venti minuti dopo. Alessia era sul letto, tremante. Lui si sedette accanto a lei, senza toccarla. «Ora sai chi sono.»

«Sei un boss della camorra» sussurrò lei.

«Sì. E tu sei già dentro. Se te ne vai, quelli che ti hanno vista qui non ti lasceranno camminare per strada. Sai come funziona: chi sa, è un pericolo. Ma io posso proteggerti, posso proteggere tua madre. Adesso la scelta è tua: rimani con noi e nessuno ti tocca, oppure esci da quella porta e preghi.»

Alessia pensò a Gabriele, che quella sera le aveva chiesto di leggergli una storia per la prima volta. Pensò al bacio sulla guancia. «Non me ne vado» disse, e quelle parole erano piene di lacrime e ferro.

Dopo quella notte, qualcosa si spezzò anche in Enzo. Spesso, quando il bambino dormiva, si fermava a guardarla dalla soglia della stanza. Poi una sera, mentre lei riordinava i giochi, lui le prese il viso tra le mani e la baciò. Non fu come nei film. Fu lento e pericoloso, un bacio che sapeva di testamento più che di promessa. Lei rispose, perché era stanca di fingere.

Non ebbero pace. Due clan rivali, i Marciano, decisero di colpire Enzo nel suo punto debole. Una sera, mentre la villa era silenziosa, tre uomini armati scavalcarono il cancello. Alessia sentì un vetro rompersi al piano di sotto. Afferrò Gabriele dal letto, lo portò nel bagno e si chiuse dentro con lui. Il bambino tremava, ma non gridò. Lei gli sussurrò la solita cosa: «Non me ne vado».

Gli spari furono pochi, ma vicini. Poi la voce di Enzo, roca e rabbiosa, poi il silenzio. Qualcuno bussò al bagno. Era lui, ferito a una spalla, ma in piedi. Prese entrambi e li portò nella stanza blindata del seminterrato, mentre i suoi uomini ripulivano tutto.

All’alba, Enzo chiamò un medico di fiducia. Poi sedette sul divano, con Gabriele addormentato tra loro. «Per trent’anni ho fatto solo la guerra. Ma stanotte mi sono reso conto che l’unica cosa che non volevo perdere eravate voi.»

Alessia gli strinse la mano. «Allora perdi tutto il resto.»

Lo fece. Tre giorni dopo, Enzo De Santis riunì i suoi fedelissimi e disse che si sarebbe ritirato. Ci vollero mesi per sistemare le ultime cose, ma non cambiò idea. La madre di Alessia completò le cure e smise di soffrire. E una domenica di ottobre, poco prima che il vento salato portasse l’autunno sul golfo, la ragazza che era arrivata per pulire i pavimenti salì su un traghetto con un uomo e un bambino. Destinazione Palau, in Sardegna. Nuovi documenti, nuovi nomi, una piccola casa bianca con le bouganville e una terrazza sul mare.

L’ultimo pomeriggio, mentre Gabriele spingeva un trenino di legno nuovo sul tavolo della cucina, Enzo la prese per la vita da dietro, appoggiando il mento sulla sua spalla. «Vedi? Ha imparato a giocare senza lanciarlo.»

Alessia si girò e lo baciò, lentamente, proprio come lui aveva fatto la prima volta. Ma ora non sapeva di paura. Sapeva di mare e di pane appena sfornato. E del suono di un bambino che rideva, finalmente al sicuro.

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