L’ultima corsa del tram

Avevo le mani ancora gonfie per le flebo quando Leo mi ha detto che non poteva accompagnarmi. I punti del cesareo tiravano a ogni respiro e fuori dall’ospedale il vento di novembre tagliava la faccia. Tenevo Matteo contro il petto — due chili e ottocento, un fagottino caldo nella copertina che aveva ricamato mia nonna — e non riuscivo nemmeno a infilare la borsa nella carrozzina senza che la ferita urlasse.

Leo si è infilato i guanti di pelle. Ha dato un’occhiata all’orologio e mi ha messo in mano una banconota stropicciata.

«Cinquanta euro. Prendi un taxi fino a casa.»

L’ho guardato senza capire. «Leo, ho fatto un cesareo. Mi fanno male anche i capelli e tu mi molli davanti all’ospedale?»

Ha sbuffato. «Mia sorella dopo il parto correva già su e giù per le scale. Non fare la principessa, Ale. È un quarto d’ora di strada.»

Prima che potessi rispondere è arrivata sua madre, la signora Fiorenza, con il cappotto di cashmere beige e quella faccia da cerimonia che metteva quando doveva dimostrare al mondo intero che lei era di un’altra classe. Dietro di lei c’erano suo marito, il commendator Guglielmo, e sua figlia Valentina con il fidanzato nuovo, un tipo con la barba curata e i mocassini senza calze.

«Allora, andiamo?» ha detto Fiorenza guardando me come si guarda un pacco dimenticato sul marciapiede. «Il ristorante ci aspetta per l’una. È la festa di Valentina, Leonardo, non vorrai fare tardi.»

Nessuno ha chiesto come stavo. Nessuno ha guardato il bambino. Valentina si è accesa una sigaretta a mezzo metro da Matteo e il fumo gli è passato sopra la testa come niente fosse.

Leo è salito sulla BMW nera — il regalo di nozze che mio padre gli aveva fatto l’anno prima, quando era ancora convinto che avessi sposato un uomo — e sono spariti tutti, giù per il vialetto, verso il ristorante La Terrazza dell’Eden, quello con la stella Michelin dove Valentina aveva deciso di festeggiare la sua promozione.

Io sono rimasta lì, con il vento che mi entrava sotto il giaccone di pile e le lacrime che mi bruciavano ma non scendevano. Ho preso il cellulare, ho guardato il numero di papà e l’ho richiuso. No. Non ancora. Dovevo arrivare a casa prima di crollare.

La fermata del tram era a duecento metri. Duecento metri camminati al rallentatore, fermandomi ogni venti passi perché la cicatrice sembrava volersi aprire. Un signore con un cagnolino mi ha chiesto se avevo bisogno e io ho fatto no con la testa. L’orgoglio, quel veleno stupido che ti fa stringere i denti mentre muori dentro.

Sono salita sul tram numero 19, quello che taglia Roma da San Giovanni fino a piazza Risorgimento. Matteo dormiva. Io avevo una fitta al fianco sinistro che non prometteva niente di buono. Il tram sobbalzava su ogni giunto dei binari e a ogni scossone sentivo i punti tirare come corde di violino.

E poi è successo.

All’incrocio con viale delle Milizie il tram si è fermato al semaforo rosso. E lì, ferma nella corsia accanto, c’era la BMW nera di mio marito. I vetri erano scuri ma non abbastanza: vedevo Leo ridere con un bicchiere mezzo pieno, sua madre che indicava qualcosa sul telefono, il fidanzato di Valentina che versava vino a tutti. Avevano già iniziato a festeggiare senza nemmeno essere arrivati al ristorante — una bottiglia aperta in macchina, i sorrisi tirati a lucido.

Nessuno ha girato la testa verso il tram. Nessuno mi ha vista lì, schiacciata contro il finestrino, con il mio bambino di cinque giorni e la faccia ancora gonfia dell’anestesia.

In quel momento qualcosa dentro di me si è spenta. O forse si è accesa, non lo so. So solo che ho smesso di tremare e ho preso il telefono. Ho digitato il numero senza nemmeno doverlo cercare in rubrica.

«Papà.»

Lui ha risposto al secondo squillo. «Ale, amore, tutto bene?»

«No, papà. Leonardo mi ha lasciata fuori dall’ospedale. Mi ha dato cinquanta euro per il taxi e se n’è andato al ristorante con tutta la famiglia. Io sono sul tram col bambino. Cinque giorni dopo il cesareo.»

Silenzio. Mio padre è stato magistrato per trentacinque anni. Io quel silenzio lo conoscevo bene: era il silenzio che precedeva le sentenze peggiori, quelle che mandavano in galera gente che si credeva intoccabile.

«Dove sei esattamente?»

«Piazza Cavour. Sto scendendo adesso.»

«Non ti muovere. Arrivo in dieci minuti.»

Mio padre abitava ai Parioli, a Roma. Per arrivare a piazza Cavour ce ne volevano venti, di minuti. Ne ha impiegati sette.

La Mercedes grigia si è accostata al marciapiede e dalla portiera posteriore è sceso lui, il giudice Edoardo Marini, con il cappotto blu e le scarpe lucide. Settant’anni portati come un colonnello. Non ha detto una parola: mi ha preso la borsa, ha preso la carrozzina, ha aiutato me a scendere dal tram come se fossi di porcellana. Mi ha messa sul sedile posteriore e mi ha avvolta con la coperta che teneva sempre in macchina.

«E adesso?» gli ho chiesto.

Lui ha sorriso. Un sorriso che non prometteva niente di buono.

«Adesso andiamo a prendere la mia macchina.»

«Ma è qui, la tua macchina.»

«No. Io e te andiamo a prendere la mia BMW. Quella che guida tuo marito.»

Il ristorante La Terrazza dell’Eden era pieno. Gente di Roma bene, tovaglie di lino, calici che tintinnavano. Noi siamo entrati lo stesso: io con Matteo in braccio, mio padre con la sua andatura pesante da magistrato.

La famiglia Baldi era seduta in fondo, un tavolo rotondo vicino alla vetrata con vista sui tetti della capitale. La signora Fiorenza ci ha visti per prima e il suo sorriso si è congelato a metà. Leo ha girato la testa ed è diventato bianco come il tovagliolo che aveva sulle ginocchia.

Papà si è fermato davanti al tavolo. Non ha alzato la voce. Non ne aveva bisogno.

«Leonardo, le chiavi della BMW. La macchina è intestata a me, i documenti sono qui.» Ha appoggiato una cartellina azzurra sul tavolo, in mezzo ai piatti di crudo di pesce. «Da questo momento la macchina torna in mio possesso. La casa in cui vivi, in via Archimede? Stessa cosa. È mia proprietà, l’ho comprata io prima del matrimonio. I miei avvocati hanno già preparato la notifica di sfratto, la riceverai domani mattina. Hai trenta giorni per andartene.»

La signora Fiorenza è scattata in piedi, rossa come un peperone. «Lei è pazzo! Mio figlio ha dei diritti! Questa ragazzina esagera, è solo un viaggio in tram, una donna deve sapersela cavare!»

Mio padre si è girato verso di lei con una calma che faceva più paura di un grido.

«Signora, io ho qui una lista di testimonianze: il personale dell’ospedale che ha visto suo figlio andarsene senza la moglie, i vicini di casa che hanno sentito le sue frasi su mia figlia, la baby-sitter che ha sentito Valentina chiamare mia figlia “invalida” perché non scendeva a fare la spesa il giorno dopo il cesareo. Volete che vada avanti? Di abbandono di minore e violenza domestica parliamo in tribunale, se preferite. Io il tribunale lo conosco bene.»

Valentina ha cercato di alzarsi ma suo padre, che fino a quel momento non aveva detto una parola, le ha messo una mano sul braccio e l’ha spinta giù. Il commendator Guglielmo aveva gli occhi lucidi e una specie di vergogna che gli si allargava sul viso come una macchia. Non ha detto niente. Ha solo stretto il braccio della figlia e ha scosso la testa, piano.

Leo ha provato a balbettare. «Ale… per favore… ho esagerato, lo so, ma possiamo parlare…»

L’ho guardato. Per la prima volta in cinque anni l’ho guardato senza amore, senza rabbia, senza niente. Come si guarda un estraneo per strada.

«No, Leo. Tu non hai esagerato. Tu hai fatto esattamente quello che volevi fare. E io ho solo preso nota.»

Mio padre ha allungato la mano aperta verso di lui. «Le chiavi. Subito. E poi andatevene. Il conto del ristorante lo pagate voi, mi sembra il minimo.»

Leo ha tirato fuori le chiavi dalla tasca della giacca e gliele ha date con la mano che tremava. La signora Fiorenza ha cominciato a urlare qualcosa, ma il commendatore l’ha presa per un braccio e l’ha trascinata via. Valentina e il fidanzato sono usciti dietro di lei senza dire una parola.

Papà ha preso il mio braccio libero e mi ha portata fuori. La BMW nera era parcheggiata in doppia fila con le quattro frecce accese. Mio padre ha aperto la portiera posteriore, mi ha fatta sedere, ha allacciato la cintura di sicurezza alla carrozzina di Matteo e si è messo al volante.

«Guidi tu?» gli ho chiesto.

«Certo. È la mia macchina.»

Ha acceso il motore e siamo partiti. Dal finestrino ho visto Leo uscire dal ristorante con la madre che gesticolava, la sorella che piangeva, il padre che camminava tre passi indietro con la testa bassa. Un quadro perfetto. Una famiglia che si scioglieva come neve al sole.

Quella notte Leo mi ha riempito il telefono di messaggi. Prima suppliche, poi insulti, poi minacce. La signora Fiorenza ha chiamato tre volte urlando di avvocati e cause per diffamazione. Non ho risposto a nessuno. Mio padre aveva già parlato con il PM di turno al tribunale civile e la macchina della giustizia si era messa in moto senza bisogno di spingerla.

Tre settimane dopo, lo sfratto era esecutivo. Due mesi dopo, il giudice mi ha dato la custodia esclusiva di Matteo e il diritto di restare nella casa di via Archimede fino alla maggiore età del bambino, con Leo obbligato a pagare gli alimenti e a rispettare un regime di visite sorvegliate. Ha provato a impugnare la sentenza con un avvocato amico di famiglia, ma le testimonianze erano troppe e il quadro era chiaro: abbandono di una puerpera, omissione di soccorso, pressioni psicologiche documentate. Il suo ricorso è stato respinto in camera di consiglio in undici minuti.

Oggi Matteo ha quattro anni. La casa di via Archimede adesso è nostra: papà ce l’ha intestata con un atto di donazione e io l’ho ridipinta stanza per stanza, cancellando ogni traccia dei Baldi. La stanza degli ospiti è diventata lo studio del giudice Marini quando viene a trovarci, e sul terrazzo abbiamo messo le piante di limoni che piacevano alla mamma.

Ogni tanto, quando porto Matteo all’asilo con la mia Panda rossa, passo davanti alla fermata del tram numero 19. Il bambino mi chiede perché rallento sempre lì e io gli dico che è il posto dove abbiamo preso l’ultimo tram della nostra vita.

Lui non capisce e mi chiede se può avere il gelato.

Io gli dico di sì, accelero e mi allontano da quella fermata con il sole di maggio che entra dal finestrino e le risate di mio figlio che riempiono la macchina come una musica nuova.

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