Lo specchio in frantumi

Chiara Rinaldi uscì dallo studio con le cuffie ancora al collo e le dita che le tremavano per l’adrenalina. Il conduttore del Tg le aveva appena stretto la mano in diretta, augurandole buona fortuna. Sul monitor alle sue spalle scorrevano i messaggi del pubblico: *Finalmente una ventata d’aria fresca*, *Che energia, sembra nata per questo*. Un fonico la incrociò e le fece l’occhiolino. Lei si appoggiò alla parete del corridoio, assaporando l’odore di trucco e di cavi surriscaldati, e lasciò che il cuore rallentasse.

Era il suo primo giorno alla conduzione del *Mattino Insieme*, lo show di Rai 1 che per quindici anni era stato il regno di Mariella Fontana. Nessuno in redazione aveva mai pronunciato la parola *licenziamento*: si diceva che la Fontana avesse deciso di ritirarsi per dedicarsi alla famiglia. Chiara, trentadue anni, fino a due mesi prima faceva la speaker in una radio locale di Bari, e quando l’avevano chiamata da Milano aveva pensato a uno scherzo. Invece eccola lì, con un contratto firmato e il trucco che le colava sulla fronte per via dei riflettori.

Si diresse verso il camerino numero tre. Sul pavimento, appena fuori dalla porta, qualcuno aveva lasciato un post-it giallo, di quelli che si usano per gli appunti di regia. Lo raccolse e lesse la calligrafia irregolare: *Non durerai neanche una settimana. Quel posto è mio*. Nessuna firma. Chiara girò il foglietto tra le dita. La carta era ancora umida, come se fosse stata attaccata da poco. Sentì il passo felpato di Eleonora, la truccatrice, che spuntò dall’angolo con un paio di spazzole in mano.

«Tutto a posto?» le domandò Eleonora, gli occhi puntati sul post-it.

«Sì, solo un messaggio di un ammiratore.» Chiara infilò il foglietto nella tasca posteriore dei jeans e forzò le labbra verso l’alto, un gesto che non arrivò mai agli zigomi.

Nei tre giorni successivi, la tensione si insinuò come umidità nei muri. Giovedì pomeriggio, durante le prove, il gobbo elettronico si bloccò su una riga che diceva: *CHIARA RINALDI È UNA BUGIARDA*. Il regista bestemmiò, diede la colpa a un problema di server. Venerdì, lei trovò la sua tazza personale — quella a righe blu che si portava da casa — rovesciata e incrinata sul fondo del lavandino. Sabato, il suo profilo Instagram venne inondato da commenti che insinuavano di una vecchia relazione con un direttore di rete, storia mai esistita, ma corredata da uno screenshot falso con tanto di data e ora.

Chiara chiuse l’app e fissò il soffitto della sua stanza in affitto, un monolocale in zona Isola. Fuori, il tram numero 2 sferragliava sui binari bagnati dalla pioggerellina di novembre. La mattina comprava il cornetto vuoto al bar di via Borsieri, un euro e venti, ma quel giorno non le andava giù niente. Chiamò Lorenzo, il compagno con cui conviveva a Bari e che le aveva promesso di raggiungerla dopo il trasloco. Lui le rispose con un vocale di otto secondi: «Sto guidando, scusa, ti richiamo più tardi.» Lei ascoltò il rombo del motore e un frammento di canzone neomelodica in sottofondo. Riconobbe il ritornello: era la stessa che aveva nella playlist Eleonora, la truccatrice.

Il lunedì successivo, Mariella Fontana si presentò in redazione.

Chiara stava ripassando la scaletta quando la porta a vetri della sala riunioni si aprì e la ex conduttrice entrò con un tailleur color cammello e una borsa di pelle che da sola valeva due stipendi. Aveva i capelli raccolti in una crocchia bassa e un filo di rossetto sbavato all’angolo della bocca, l’unico dettaglio fuori posto. Nessuno la fermò: i tecnici si scansarono, gli assistenti si zittirono. Mariella avanzò fino al tavolo, appoggiò entrambe le mani sulla superficie in laminato e puntò gli occhi su Chiara, quelli di chi ha già calcolato la distanza esatta per ferire.

«Complimenti per gli ascolti, signorina. Ma non si illuda: questo programma l’ho costruito io, parola per parola. Lei è solo una sostituta a tempo, una che ha avuto fortuna.»

Chiara rimase seduta. Strinse la penna tra l’indice e il medio e sentì la plastica cedere un po’. Rispose a voce bassa, ma abbastanza chiara da farsi udire da tutta la stanza: «Capisco la sua frustrazione, però i contratti non li scrivo io. Se ha qualcosa da ridire, parli con la direzione.»

Mariella rise, un colpo di tosse trattenuto. «La direzione non sa niente di quello che succede qui dentro. Non sanno, per esempio, che Eleonora le metteva il fondotinta sapendo già tutto di lei.» Fece una pausa. «E che il tuo Lorenzo, a Bari, ha passato lo scorso weekend a casa di Eleonora, a Milano.»

Il silenzio che calò era spesso come la nebbia fuori dalla finestra. Chiara non rispose subito. Guardò Eleonora, che in quel momento stava in piedi accanto al monitor, il viso bianco come il gesso, le mani che tormentavano il cordino del pass. Poi riportò lo sguardo su Mariella e le rivolse una domanda secca: «Perché? Cosa vuole da me?»

Mariella si sfilò un anello e lo fece roteare sul tavolo. «Voglio che fra tre giorni, durante il vostro amato speciale in prima serata, tu confessi in diretta di aver mentito sul curriculum e di aver corrotto qualcuno per ottenere il posto. Oppure io farò uscire le foto che ritraggono te e il direttore generale in una situazione molto, molto imbarazzante.»

Erano foto già apparse nei commenti falsi, ma adesso Chiara capiva che la minaccia andava oltre: se la Fontana aveva corrotto Eleonora, poteva aver manomesso altro, compreso il server che mandava in onda le grafiche. Il ricatto le chiuse lo stomaco. Disse solo: «Non ho niente da confessare.»

«Ah sì?» Mariella le lanciò un’occhiata tagliente e uscì dalla sala. I presenti ripresero a respirare, piano.

Chiara quella sera non dormì. Rovesciò il cassetto del comodino e trovò il post-it giallo ancora lì, spiegazzato. Lo lisciò con il pollice e poi lo attaccò allo specchio del bagno. Non pianse: telefonò a un avvocato, poi a un tecnico informatico di un’azienda esterna che conosceva dai tempi della radio. Gli spiegò del gobbo bloccato, dei commenti fake, gli mandò in chat lo screenshot. Lui le rispose con un messaggio alle tre del mattino: *L’indirizzo IP che ha generato i post corrisponde a un router interno allo stabile Rai, terzo piano, stanza 304.* La stanza 304 era l’ufficio del responsabile di produzione, un uomo che doveva dei favori a Mariella Fontana da dieci anni.

La mattina dello speciale, Chiara entrò in studio con le occhiaie coperte da due strati di correttore e una chiavetta USB nella tasca del giacchetto. Lo studio brulicava di tecnici, c’erano palloncini e un divano nuovo. Mariella aveva ottenuto un permesso per assistere dalla regia, seduta accanto al regista con un paio di cuffie, le labbra atteggiate a una smorfia di trionfo.

La sigla partì, gli applausi scrosciarono. Chiara fece gli auguri al pubblico a casa, lanciò il primo servizio. Poi, al rientro dallo stacco, si voltò verso la telecamera due e fece un gesto con la mano: «Chiedo scusa, ma prima di proseguire devo dirvi una cosa importante. Oggi qualcuno mi ha chiesto di confessare una colpa che non ho. E ha usato contro di me le stesse persone di cui mi fidavo.» Premette un tasto sul tablet che aveva sul ginocchio e sul ledwall alle sue spalle comparve la schermata con gli indirizzi IP, le date, le registrazioni delle telecamere interne che mostravano Eleonora scambiare chiavette con Mariella nel parcheggio sotterraneo.

La regia urlò di staccare, ma il regista non poté: il tecnico informatico, d’accordo con Chiara, aveva inserito un blocco remoto sulla linea di comando. Per trentanove secondi, tutta Italia vide Mariella Fontana alzarsi dalla sedia e gridare al telefono, il volto congestionato, mentre alcuni assistenti cercavano di trascinarla fuori. Poi il sistema tornò in mano alla regia e lo schermo si spense.

Chiara si alzò in piedi, il microfono a gelato stretto nel pugno. Disse soltanto: «È tutto vero. Non ho mai pagato nessuno. E non ho intenzione di scappare.» Ci fu un attimo di vuoto, poi il pubblico in studio iniziò ad applaudire, e i telefoni della redazione cominciarono a lampeggiare tutti insieme.

Nel caos che seguì, Eleonora venne accompagnata fuori da due addetti alla sicurezza, lo sguardo a terra, il cordino spezzato. Mariella fu portata via da un’uscita secondaria, scortata da un legale che parlava fitto al suo orecchio. Il direttore di rete convocò Chiara nel suo ufficio e, invece di licenziarla, le disse che lo share di quella puntata aveva toccato il trentasei percento e che il consiglio d’amministrazione intendeva proporle un prolungamento del contratto.

La sera, Chiara tornò nel monolocale di via Borsieri appena passate le dieci. Posò la borsa, si tolse le scarpe e trovò una busta bianca infilata sotto la porta. Dentro, un foglio scritto al computer: *Mi dispiace. Ho sbagliato tutto.* Firmato, Lorenzo. Nessuna richiesta di perdono, nessun numero di telefono. Infilò il foglio nel cassetto, accanto al vecchio post-it giallo che aveva staccato dallo specchio.

Prese la tazza incrinata e la riempì di tè caldo. Attraverso la fessura, il liquido filtrava e formava una goccia bruna sul piattino, ma lei la tenne lo stesso tra le mani, bevendo un sorso. Fuori, il tram riprese a sferragliare nella notte umida, portandosi via il rumore di una sirena lontana.

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