Mi chiamo Elisa Bertoni, ho quarantasei anni e lavoro come infermiera al reparto di geriatria dell'ospedale di Cremona. Forse è per questo che, quando sono entrata al canile municipale di Persico Dosimo per la prima volta, i miei occhi sono andati dritti a lui: al box numero 9, quello in fondo al corridoio, dove la luce del neon sfarfallava un po'.
Si chiamava Argo. Un incrocio di pastore, museruola bianca, occhi color miele opachi dalla cataratta iniziale. La targhetta sulla gabbia diceva undici anni. Tredici mesi di canile — più della metà della vita che gli restava, calcolando per un cane grande.
Non abbaiava. Non si buttava contro la rete come i cuccioli del box accanto, due bastardini che si accapigliavano per farsi notare. Argo era seduto composto, la coda ferma, e mi guardava con un'attenzione che, in reparto, riconosco benissimo: è lo sguardo di chi ha smesso di aspettarsi qualcosa di buono e si limita a osservare, per abitudine, nel caso mai.
"Quello lì nessuno lo vuole," mi ha detto Carla, la volontaria che quel pomeriggio faceva il turno. Aveva le unghie sporche di terra e un thermos di caffè che offriva a tutti. "Tutti chiedono cuccioli. Argo è arrivato che il padrone è morto, non aveva nessun altro. Un anno buono che sta lì dentro a farsi passare la vita davanti agli occhi."
Ho pensato a mio padre, ricoverato tre piani sopra il mio, novantadue anni, che ogni tanto mi chiede se qualcuno verrà a trovarlo. Ho pensato che c'è un'età, nelle persone e nei cani, in cui smetti di essere scelto e cominci solo a essere sopportato.
"Lo prendo io," ho detto, prima ancora di aver finito di pensarci.
Carla mi ha guardata come se avesse sentito male. "È vecchio, signora. Avrà problemi alle anche tra un paio d'anni, forse prima. Le spese veterinarie…"
"Lo so fare i conti," ho tagliato corto. Non per scortesia — per la fretta di non farmi convincere del contrario da me stessa.
Il modulo di adozione l'ho firmato in dieci minuti, seduta su una sedia di plastica scrostata, mentre Argo stava sdraiato ai miei piedi, immobile, come se non volesse illudersi che quella firma lo riguardasse davvero.
In macchina è salito piano, quasi in punta di zampe, la Panda che sfiorava a malapena col fianco. Niente scodinzolii, niente entusiasmo. Si è sistemato sul sedile posteriore e ha guardato fuori dal finestrino i campi di Persico che scorrevano, come se stesse verificando, un chilometro alla volta, che quel viaggio non finisse col riportarlo indietro.
A un semaforo rosso vicino a Malagnino, si è alzato piano e ha appoggiato il muso sulla mia spalla. Gli ho fatto una carezza dietro l'orecchio destro, quello con una piccola tacca — vecchia ferita, mai chiesto a nessuno com'era andata. Ha chiuso gli occhi, ha tirato un sospiro lungo che gli ha smosso tutto il petto, e si è addormentato prima che il semaforo tornasse verde.
A casa, sulla soglia, si è fermato. Il mio appartamento è al terzo piano di un condominio in via Dante, senza ascensore — un dettaglio che, con un cane di undici anni, avrei dovuto considerare prima. Ha annusato lo zerbino, ha guardato le scale, ha guardato me. Poi ha scodinzolato — la prima volta in tutto il pomeriggio — e mi ha seguita dentro.
I primi giorni sono stati un adattamento fatto di piccole cose: Argo che dormiva vicino al termosifone anche a settembre, Argo che si spaventava del rumore dell'aspirapolvere, Argo che alle sette di sera, in punto, andava a sedersi davanti alla porta come se aspettasse qualcuno che non sarebbe più tornato. Ho scoperto dal libretto sanitario lasciato dal canile che il vecchio padrone, morto d'infarto, tornava dal lavoro proprio a quell'ora.
Un mese dopo, mio fratello Davide è venuto a cena e ha visto le fatture del veterinario appoggiate sul tavolo: analisi del sangue, una lastra alle anche, integratori per le articolazioni. Quattrocentotrenta euro in tre settimane.
"Elisa, ti rendi conto di cosa hai fatto? Un cane vecchio, con la pensione che ti tocca fare i salti mortali già adesso. Se si aggrava, chi ti dice che riesci a coprire le spese?"
"Me ne rendo conto benissimo," ho risposto, senza alzare la voce. "Ho lavorato dodici anni in un reparto dove la gente muore da sola perché i figli sono impegnati. Non ricomincio la stessa storia con un cane sotto il mio stesso tetto."
Non ha replicato. Ha solo guardato Argo, che dormiva sul tappeto vicino ai suoi piedi, e si è versato un altro bicchiere di Lambrusco senza dire più niente.
A dicembre Argo ha avuto un episodio di zoppia alla zampa posteriore sinistra. Il veterinario, il dottor Ferretti, mi ha parlato chiaro: displasia avanzata, non operabile alla sua età, gestibile con antinfiammatori e fisioterapia. Costo del percorso: circa millecento euro l'anno, a vita.
Ho fatto due conti sul tavolo di cucina, con la calcolatrice del telefono, la sera stessa. Ho rinunciato al viaggio a Rimini che avevo prenotato per Pasqua. Ho disdetto l'abbonamento in palestra. Ho tenuto Argo.
La fisioterapia l'abbiamo fatta in una piscina riabilitativa vicino a Cremona, il martedì pomeriggio. La prima volta Argo è entrato in acqua tremando, terrorizzato, e io ero in piedi sul bordo con l'imbragatura in mano, parlandogli piano finché non ha smesso di divincolarsi. Alla quinta seduta nuotava da solo, la coda che sbatteva l'acqua come una pagaia.
A marzo, mio padre è morto in ospedale, nel reparto dove lavoro. Sono tornata a casa alle due di notte, ho aperto la porta e Argo era lì, seduto, dove di solito non stava mai a quell'ora. Non ha scodinzolato. Si è solo avvicinato e ha appoggiato il muso contro il mio ginocchio, restando fermo finché non mi sono seduta per terra nell'ingresso e ho pianto con la testa contro il suo fianco caldo.
Davide, alla lettura del testamento, ha fatto notare che nostro padre aveva lasciato a me la casa di Persico Dosimo, quella dove sono cresciuta — un valore stimato in centottantamila euro — perché, aveva scritto lui stesso al notaio, "Elisa è quella che si prende cura di chi nessuno vuole più prendersi cura." Davide ha contestato la divisione, ha parlato di favoritismo, ha minacciato di rivolgersi a un avvocato.
Ho fatto una cosa sola: sono andata dal notaio Bianchi, in corso Garibaldi, con la copia del testamento e il libretto sanitario di Argo infilato per sbaglio nella stessa cartellina — segno di quanto, ormai, le due cose fossero diventate la stessa vita. Ho firmato l'accettazione dell'eredità così com'era scritta, e ho messo per iscritto che avrei destinato ventimila euro di quella cifra a un fondo per le cure veterinarie di Argo, vincolato, gestito da me, non toccabile da nessun altro erede.
Davide ha letto la clausola, seduto davanti alla scrivania del notaio, e non ha detto niente per un tempo lunghissimo. Poi si è alzato, ha preso la sua copia dei documenti ed è uscito senza salutare.
Argo oggi ha tredici anni. Zoppica ancora, un po' di più col freddo. Ogni sera, alle sette, va comunque a sedersi vicino alla porta — non più aspettando chi non torna, credo, ma solo per abitudine, come si fa con i gesti che ci hanno tenuto in vita. Io mi siedo per terra accanto a lui, gli appoggio la mano sul fianco, e restiamo così finché non è ora di cena.












