Da cinque notti, dopo la mezzanotte, qualcuno rubava un sacchetto di crocchette dal deposito del negozio di mangimi di Cesare, in via Fienili, alla periferia di Ferrara. Io lo custodivo io quel deposito da tre anni, e non avevo mai visto niente del genere: niente scaffali rovesciati, niente confezioni sparse per terra. Solo un sacchetto mancante ogni notte, sempre uno, mai di più.
La prima volta ho pensato a un ragazzino del quartiere, magari uno di quelli che dormono sotto il portico della chiesa di San Rocco quando fa freddo. La seconda notte ho controllato le telecamere del bar accanto, quello che resta aperto fino a tardi per i camionisti dell'autostrada. E lì l'ho vista: una femmina, pelo fulvo, taglia media, tipo incrocio di pastore. Magrissima. Si avvicinava piano, prendeva un sacchetto con la bocca, e spariva nel buio verso la ferrovia.
Mi chiamo Renato, ho cinquantotto anni, e quel deposito è l'unica cosa che mi è rimasta da quando mia moglie se n'è andata a vivere dalla sorella a Bologna, due anni fa. Non ho famiglia da accudire, ho tempo. Così la quinta notte ho deciso di restare sveglio con un thermos di caffè e aspettare.
Alle due e ventisei è arrivata. Aveva un collare blu sbiadito, corda vecchia, senza medaglietta. Le costole le si vedevano sotto il pelo, i fianchi erano due punte ossute. Ha preso il sacchetto con la delicatezza di chi ha fatto quel gesto cento volte prima.
"Ehi," le ho detto piano, quasi sottovoce.
Si è bloccata un istante, tremando, ma non ha mollato il sacchetto. È scattata verso il buio e io le sono andato dietro, tenendomi a distanza, con la torcia spenta per non spaventarla ancora di più. Ha attraversato via Bologna deserta a quell'ora, ha superato i cassonetti dietro la pizzeria senza fermarsi neanche a fiutare, si è infilata sotto una rete divelta vicino ai binari dismessi. Due volte si è fermata, sfinita, ha lasciato cadere il sacchetto e si è accasciata sul fianco per qualche secondo. Poi si rialzava e riprendeva a camminare, il sacchetto stretto tra i denti.
Alla fine è arrivata dietro un capannone abbandonato, quello che una volta era un magazzino di ricambi auto, dove c'era un camioncino furgonato lasciato lì a marcire da anni. Si è infilata sotto. Io mi sono avvicinato piano, e ho sentito dei guaiti piccolissimi.
Sei cuccioli, stretti l'uno all'altro, tremanti dal freddo e dalla fame.
La madre ha spinto il sacchetto sotto il camion, l'ha squarciato con i denti, poi si è tirata indietro. Li guardava mangiare. Non ha toccato un solo boccone.
Ho capito solo in quel momento. Quel cibo non era mai stato per lei. Quella cagna affamata camminava chilometri ogni notte, nel buio, per portare da mangiare a sei vite che la aspettavano sotto una lamiera arrugginita.
Poi ho notato un cucciolo diverso dagli altri, sdraiato più in disparte, che quasi non si muoveva. La madre gli portava lei stessa dei pezzetti di crocchette in bocca. E ogni volta che provavo ad avvicinarmi, si metteva tra me e quel piccolo. Non ringhiava, non mostrava i denti. Si limitava a fare da scudo.
Stava per piovere, lo sentivo nell'aria, e il terreno sotto il furgone scendeva verso un canale di scolo pieno di detriti. C'erano pezzi di lamiera corrosa pericolosamente vicini ai cuccioli. Ho chiamato l'associazione Zampa Amica di Ferrara, quella che gestisce il canile convenzionato di via Comacchio, e mentre aspettavo mi sono seduto sulla ghiaia, in silenzio, con un altro sacchetto di crocchette accanto a me.
Lei mi guardava. Guardava il sacchetto. Passarono forse dieci minuti così, senza che nessuno dei due si muovesse. Poi si è avvicinata. Ho pensato che finalmente avrebbe mangiato qualcosa per sé. Invece ha preso il sacchetto con la bocca e l'ha portato sotto il camion, posandolo proprio accanto al cucciolo più debole.
Mi si sono inumiditi gli occhi, lì, seduto sulla ghiaia fredda alle tre di notte. Non mi stava più chiedendo cibo. Mi stava indicando quale dei suoi figli aveva bisogno di aiuto per primo.
Quando è arrivata la volontaria, una ragazza di nome Giulia con la tuta arancione dell'associazione, hanno offerto alla madre acqua e cibo vero, non le solite crocchette secche. Lei ha rifiutato tutto. Non si muoveva di un passo da quel camion.
Allora Giulia si è chinata a guardare meglio sotto il telaio, con la torcia puntata sul cucciolo più piccolo. E ha scoperto perché quella cagna non se ne andava mai, nemmeno per un secondo.
Il cucciolo più debole non era solo denutrito. Aveva una zampa incastrata sotto un pezzo di lamiera corrosa, piegata in un angolo storto. La madre lo sapeva. Rischiava la vita ogni notte, attraversando strade e binari, non per sé, ma per tenere in vita i suoi figli abbastanza a lungo perché qualcuno se ne accorgesse.
E qualcuno, alla fine, se n'era accorto.
Ci sono voluti quaranta minuti e un piede di leva per liberare la zampa senza far male al cucciolo. Gli altri cinque li abbiamo presi in braccio uno alla volta, avvolti nelle coperte che Giulia teneva nel furgone. La madre ha seguito ogni movimento con gli occhi, senza mai staccarsi da meno di un metro.
Li hanno portati tutti al canile di via Comacchio, in un box riscaldato con paglia pulita. Per la prima volta dopo settimane, quella madre non ha dovuto scegliere tra la sua fame e la vita dei suoi cuccioli. Il veterinario ha ingessato la zampa del piccolo, l'ha chiamato Fortunato, e nel giro di due giorni la madre — l'hanno chiamata Luna — ha ripreso peso, tre chili in dieci giorni, mangiando finalmente per sé.
Io torno ancora a trovarla il sabato mattina, prima di aprire il negozio. Porto sempre un sacchetto di crocchette, per abitudine. Ma ormai non serve più rubarlo di nascosto: glielo do io con le mie mani, e lei non scappa più nel buio.












