Pensavo di essere troppo vecchia per l’amore. Poi ho incontrato Matteo.

Mi chiamo Chiara, e fino a un anno fa la mia vita affettiva era un cassetto chiuso a chiave. Ho quarantadue anni, gestisco una piccola sala pilates a Treviso, in via Palestro, dove la mattina presto l'odore del caffè del bar all'angolo si mescola al sentore di eucalipto dei diffusori. La sala si chiama “Il Gabbiano” — l'ho dipinta di un azzurro polveroso la scorsa estate, spendendo trecentosettanta euro di vernice e quattro weekend interi. Ogni volta che incassavo i novecentocinquanta euro dell'affitto mensile mi sentivo già fortunata, altro che amore.

La sera, dopo l'ultima lezione, mi sedevo sui tappetini ancora sudati, mangiavo una mozzarella direttamente dalla confezione e guardavo i video delle mie ex compagne di università. Mariti, figli, battesimi, ristrutturazioni di villette a schiera. Mamma mi chiamava ogni santo giorno: “Chiara, guarda tua cugina Silvia, un anno meno di te e già due gemelli. Non ti dico di cercare un chirurgo, ma almeno un coetaneo affidabile, con un impiego serio, magari del catasto.” Io cambiavo discorso, parlavo del gatto del vicino, Arturo, che ogni mattina mi sfilava il borsone e mi rubava i calzini.

Poi è arrivato Matteo. Fine ottobre, le persiane della sala incrostate di condensa. Lui si era iscritto al corso per principianti con un certificato medico: rottura del menisco dopo una maratona sotto la pioggia a Verona. Trent'anni, maglietta tecnica e capelli neri tagliati corti, una cicatrice sulla tibia sinistra che pareva una riga di penna. Mi ha detto: “Mi hanno detto che il pilates aiuta. Io di mio farei boxe, ma il ginocchio scricchiola come una serranda.” Ho riso nonostante me stessa. Gli ho messo la palla propriocettiva sotto la pianta del piede e gli ho spiegato l'attivazione del core. Niente di sentimentale, giuro.

Però lui tornava. Ogni volta con una scusa nuova: mi regalava un sacchetto di mandorle pralinate di un pasticcere di Conegliano, mi chiedeva se conoscessi un buon elettricista, mi lasciava sulla scrivania un libro di Tiziano Terzani con una dedica scarsa — “A Chiara, che mi sta raddrizzando la schiena. M.” La quarta settimana è rimasto ad aiutarmi a montare la nuova mensola per gli asciugamani, con le staffe che non si incastravano. Io reggevo la livella, lui avvitava, il cane del bar latrava in cortile, e io pensavo: ha trent'anni, fra dieci minuti chiamerà i suoi amici e si farà una birra in piazza dei Signori con ragazze della sua età, cosa ci fai qui.

Invece mi ha invitata a cena. Un ristorante piccolo dietro il duomo, mura di mattoni a vista e tovaglie di carta. Io ho ordinato solo un antipasto, per paura che pensasse che rubo la scena. Lui ha preso il fegato alla veneziana, mi ha raccontato di quando suo padre stava male e lui cucinava per tutti perché sua madre faceva i turni in ospedale. Aveva ancora la cicatrice sulla tibia, la camicia a quadri, e nessuna fretta di tornare a casa. Quella notte io non ho dormito. Ho passato due ore a contare le macchie di muffa sul soffitto e a ripetermi: per carità, ammettiamolo, a marzo ti lascia.

La relazione è cresciuta nel segreto proprio della mia pancia. Non dicevo niente a mamma. La domenica ero sempre “in compagnia di amici mai conosciuti”, e lei mi lasciava messaggi vocali di tre minuti: “Tua zia mi ha detto che l'avvocato Gori, quello con la casa al mare, è separato da sei mesi. Dovresti farti vedere con un tailleur, non con quelle tutacce da ginnastica.” Io mettevo lo smalto e non rispondevo.

Matteo nel frattempo si era preso cura di ogni angolo rotto della sala. Un pomeriggio di gennaio, con la nebbia che a Treviso si infila nei calzini, mi ha trovata curva sul contatore della corrente con la pinza spellafili. M'ha detto: “Stai ferma, ci penso io.” E ha aggiustato l'interruttore saltato mentre io gli tenevo la pila del telefono con la bocca. Poi mi ha baciata sulla tempia. Aveva le dita che sapevano di rame e di caffè, e io ho smesso di pensare ai mesi che mancavano a marzo.

Lo scontro con mia madre è scoppiato per colpa di un mazzo di garofani. Era il primo mercoledì di febbraio, io stavo preparando la lezione delle dieci, la sala ancora vuota, la radio sintonizzata su Radio Deejay. Matteo era passato con i fiori e un sacchetto di brioche calde, e mentre io ero a gambe incrociate sul tappetino a provare una nuova sequenza, lui si è chinato e mi ha dato un bacio sulla bocca. Proprio in quell'istante la porta a vetri si è aperta. Mia madre, con la sua borsa di marca comprata al mercatino dell'usato e il golfino di lana giallo, è rimasta immobile come se avesse visto un fantasma. È rimasta a guardare la scena per tre secondi, poi ha spalancato gli occhi: “Ma questo è un ragazzino. Chi è?” Io stavo per spiegarle, con calma, ma lei ha detto la frase che mi ha gelato il midollo: “Pensavo stessi frequentando una persona seria, invece ti porti in giro un… un aiutante tuttofare.”

Matteo si è asciugato le mani nella felpa e ha sorriso. Le ha risposto: “Signora, sono ingegnere informatico, lavoro per un'azienda che produce macchinari per la logistica. Mia madre fa l'infermiera. Mio padre è morto quattro anni fa. E sì, so anche cambiare una lampadina, se serve.” Mia madre è arretrata di un passo, mi ha preso per un braccio e mi ha sibilato in un orecchio: “Tu non sai quello che fai, ti stai coprendo di ridicolo. Una donna della tua età con un trentenne… vedrai che quando si stancherà, ti lascerà e tu resterai zitella, io non avrò nipoti, e la gente riderà.” Poi è uscita. La porta a vetri ha tremato.

Per una settimana mia madre non ha risposto al telefono. Io andavo avanti a lezioni, gli allievi mi chiedevano se fossi stanca, e io rispondevo che avevo dormito poco. La sera mi mettevo a lucidare i manubri con l'aceto pur di non pensare. Matteo una sera mi ha trovata seduta sui gradini del canaletto, a due passi dal ponte di San Francesco, con gli occhi fissi sull'acqua nera. Mi ha detto: “Se vuoi smettiamo, e tu resti in pace con tua madre. Ma io non scappo. Ho già perso mio padre, so cosa conta. Per me conti tu. Scegli.” E se n'è andato, lasciandomi una scatola di latta con dentro le mandorle pralinate e un biglietto: “Aspetto fino a domani. Poi ti regalo il gatto al posto mio. M.”

Quella notte io non ho dormito. Il termometro segnava zero gradi, la caldaia faceva i capricci, Arturo miagolava sul davanzale come un forsennato. Alle cinque del mattino ho preso il telefono e ho scritto a mia madre: “Venerdì vengo da te. Porterò l'uomo che amo. Poi deciderai tu se chiudermi la porta. Ma io non rinuncio a una persona che sa aggiustare tutto, anche quello che non è rotto.”

Venerdì sera Matteo ha cucinato. A casa mia, non in sala. Ha preparato un risotto al radicchio di Treviso tardivo e una tagliata, e ha portato una bottiglia di Cabernet del Piave. Mia madre è arrivata con il soprabito abbottonato fino al collo, lo sguardo duro, e si è seduta sul bordo del divano come se temesse un contagio. Lui le ha parlato per tutto il tempo. Le ha raccontato di suo padre, di come cucinare fosse l'unica cosa che lo teneva in vita quando tutti piangevano, le ha mostrato la foto di sua nipote appena nata a Vicenza, le ha detto che tra sei mesi sarebbe diventato partner dello studio di ingegneria, e che il mutuo per un appartamento in centro glielo avevano già accordato. Mia madre a un certo punto ha abbassato la forchetta e ha detto: “Non hai paura che mia figlia un giorno ti svegli accanto e tu ti accorga che è più vecchia di te?” Lui ha appoggiato il tovagliolo, l'ha guardata e ha risposto: “Io ho paura delle persone che non sanno ridere quando sbagliano. Sua figlia ride anche quando il risotto viene troppo salato. E io ho riso con lei per due ore filate.” Non ha nominato l'età. Non serviva.

Mia madre è rimasta fino alle undici. Ha bevuto due caffè, ha chiesto a Matteo di guardarle le foto del giardino di quand'era bambina a Asolo, e prima di andarsene l'ha abbracciato. È durato un secondo, ma abbastanza per vedere le vene delle sue mani tremare.

Ci siamo sposati a fine settembre in un agriturismo sulle colline di Valdobbiadene, con i filari di prosecco che scendevano fino alla strada. Mia madre ballava con Matteo sulle note di un vecchio pezzo di Battisti. Mentre lo teneva per le spalle, gli ha detto all'orecchio qualcosa che io non ho sentito, ma so per certo che era: “Abbi cura di lei.”

Adesso lo vedo ogni mattina. Lui prepara la moka, io stendo il tappetino in salotto prima di andare in sala. Arturo è sempre in agguato per rubargli i calzini. La settimana scorsa abbiamo dipinto la parete nord di un giallo caldo, e alla fine avevamo più macchie di vernice sul viso che sul muro. Mia madre viene a cena ogni giovedì e si porta le ricette nuove. Non si lamenta più del fatto che non abbia nipoti. Per adesso, dice. Per adesso.

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Pensavo di essere troppo vecchia per l’amore. Poi ho incontrato Matteo.