Non avevo mai visto tanta luce artificiale in vita mia. I fari alogeni della Galleria d'Arte Moderna di Bologna trasformavano ogni cosa in una superficie abbagliante — i pavimenti lucidati a specchio, i calici di prosecco sui tavolini alti, le montature dorate delle cornici alle pareti. Io stavo ferma in un angolo, stringendo al petto una vecchia borsa di tela sbiadita che odorava di naftalina e di campagna. Dentro c'era la mia macchina fotografica.
Attorno a me gli altri espositori ridevano e chiacchieravano con disinvoltura. Avevano attrezzature che sembravano uscite da un film di fantascienza: corpi macchina neri opachi con file di tasti luminosi, obiettivi lunghi come braccia, treppiedi in fibra di carbonio che costavano quanto un mese d'affitto. Ogni tanto qualcuno mi lanciava un'occhiata distratta e tornava subito alla propria conversazione. Una ragazza con i capelli viola e un anello al naso ha indicato la mia borsa e ha bisbigliato qualcosa alla sua amica. Hanno riso piano.
Mi chiamo Diletta e vengo da un paese di trecento anime sull'Appennino toscano, dove la strada asfaltata finisce e iniziano i sentieri di ghiaia. Mio nonno Remo mi ha cresciuta da quando avevo quattro anni, in una casa di pietra con le travi a vista e un odore perenne di legna bruciata. La fotografia per me non è mai stata una questione di mostre o di riconoscimenti. Era il nostro modo di stare insieme. Il nonno mi svegliava alle cinque del mattino, mi metteva in mano un pezzo di pane con l'olio e mi portava nei campi prima dell'alba. «La luce buona non aspetta nessuno», diceva. E io scattavo.
La macchina che tenevo stretta nella borsa era una vecchia Pentax a pellicola, di quelle completamente meccaniche, senza schermo, senza autofocus, senza niente. Il nonno l'aveva comprata da giovane con due mesi di stipendio e da allora non l'aveva mai lasciata. Me l'aveva regalata il giorno del mio diciottesimo compleanno, con le mani che tremavano un po'. «È tua», aveva detto soltanto. Nient'altro. Non era tipo da discorsi lunghi.
Quando è arrivata la lettera che mi invitava alla Biennale dei Giovani Fotografi, sono rimasta dieci minuti seduta sul gradino di casa senza riuscire a dire una parola. Il nonno si è seduto accanto a me, ha preso la lettera, l'ha letta due volte muovendo le labbra. Poi si è alzato, è entrato in casa ed è tornato con un rullino nuovo, ancora incartato. «Userai questo», ha detto. Come se fosse la cosa più semplice del mondo.
Il viaggio in treno fino a Bologna è durato tre ore. Tre ore a guardare dal finestrino le colline che si appiattivano nella pianura, a pensare a tutte le foto che avevo scattato nella mia vita: i campi di girasoli a luglio, la nebbia che si alzava dal fiume a novembre, le mani del nonno mentre impastava il pane. Nessuna foto di persone in posa. Solo cose vere.
La galleria era immensa. Soffitti altissimi, colonne di marmo, un brusio continuo che rimbombava ovunque. Avevo scelto l'unico vestito elegante che possedevo — un tubino nero comprato al mercato dell'usato — e delle scarpe ballerine che mi facevano male ai talloni. Mi sentivo come un passerotto finito per sbaglio in un allevamento di pavoni.
«Quella cos'è, una macchina a vapore?»
La voce veniva da un ragazzo biondo con un gilet firmato e un sorriso troppo largo. Si riferiva alla mia Pentax, che avevo appoggiato sul tavolo accanto alle stampe. Due o tre persone attorno a lui hanno riso. Io non ho risposto. Ho preso la macchina e l'ho rimessa nella borsa, con movimenti lenti, come faceva il nonno quando qualcuno al bar del paese faceva battute sulla sua utilitaria scassata. Non era vergogna. Era rispetto per l'oggetto che avevo tra le mani.
L'organizzatore, un uomo alto con un completo grigio e un microfono a spilla, ha battuto le mani per richiamare l'attenzione. «Bene, bene. Abbiamo venticinque giovani talenti da tutta Italia. Iniziamo la visita alle opere. Gli espositori rimangano vicino alle loro stampe, così i giurati potranno fare domande.»
Mi sono piazzata accanto alle mie foto. Erano otto scatti in bianco e nero, tutti sviluppati a mano nella cantina del nonno, con l'ingranditore che lui aveva costruito da solo quarant'anni prima. Ritratti di nessuno: un cancello arrugginito, una finestra con le persiane socchiuse, l'ombra di un albero su un muro di sassi. Le avevo stampate su carta opaca, senza cornici costose. Erano lì, semplicemente appese con delle mollette di legno a un filo teso. Sembravano quasi fuori posto in mezzo a tutte quelle stampe montate su forex e retroilluminate.
I primi giurati sono passati senza fermarsi. Hanno guardato le mie foto per tre secondi, hanno scambiato un'occhiata e hanno proseguito. Il cuore mi batteva nella gola. Forse era stato un errore venire.
Poi è successo.
L'ultimo giurato — un uomo sulla sessantina, capelli grigi tagliati corti, occhiali spessi da miope — si è fermato di colpo. Ha fissato le mie foto per un tempo lunghissimo, senza dire nulla. Poi ha abbassato lo sguardo sulla Pentax che tenevo in mano e la sua espressione è cambiata completamente. Ha sgranato gli occhi. È diventato pallido, come se avesse visto un fantasma.
«Posso?» ha chiesto, indicando la macchina.
Ho annuito, confusa. L'ha presa tra le mani con una delicatezza quasi religiosa. L'ha girata, ha osservato la base, il dorso, il contapose meccanico. Ha svitato l'obiettivo e ha guardato all'interno del corpo macchina. Le sue mani tremavano.
«Mio Dio», ha mormorato. «Mio Dio, è lei.»
La galleria è piombata nel silenzio. L'organizzatore si è avvicinato con espressione preoccupata. «Dottor Contini, tutto bene?»
Il giurato — Contini, a quanto pare — non gli ha risposto. Ha appoggiato la macchina sul tavolo, quasi avesse paura di romperla, e mi ha guardato dritto negli occhi.
«Dove hai preso questa Pentax?»
«Me l'ha data mio nonno», ho detto. «Era sua.»
«Tuo nonno? Come si chiama?»
«Remo. Remo Fontana.»
L'uomo ha deglutito. La gente attorno a noi si era fermata, i cellulari erano spuntati dalle tasche, qualcuno filmava. Il ragazzo biondo di prima aveva la bocca aperta.
«Remo Fontana», ha ripetuto Contini, come se assaporasse ogni sillaba. Poi ha alzato la voce quel tanto che bastava perché tutti sentissero. «Per chi non lo sapesse, Remo Fontana è stato il più grande fotografo naturalista italiano del dopoguerra. Le sue foto sono esposte al MoMA, al Victoria and Albert Museum, alla Fondazione Cartier. È scomparso dalle scene trent'anni fa. Nessuno sapeva più nulla di lui.»
Un brusio si è alzato dalla folla. Io ero pietrificata. Mio nonno? Il nonno che coltivava pomodori e aggiustava trattori? Il più grande fotografo naturalista italiano?
«Non è possibile», ho detto. «Mio nonno ha sempre fatto il contadino.»
«Prima era fotografo», ha detto Contini. «E sai perché ha smesso?»
Ho scosso la testa. La voce mi era sparita da qualche parte in fondo alla gola.
Contini ha preso la Pentax e l'ha mostrata al pubblico. «Vedete questo numero di serie inciso sotto il mirino? È un prototipo. Ne esistono quattro esemplari al mondo. Tre sono nei musei. Il quarto apparteneva a Remo Fontana. Era la macchina con cui ha scattato la serie 'Inverni d'Italia', quella che gli ha fatto vincere il World Press Photo nel 1978.»
Nella galleria non volava una mosca. Il ragazzo biondo era arretrato di due passi.
«Poi è successa la tragedia», ha continuato Contini, guardandomi. «Tua madre. Si chiamava Daniela, vero?»
Ho sentito il sangue gelarsi nelle vene. Mia madre. La donna di cui il nonno non parlava mai. L'unica foto che avevo di lei era un ritratto sfuocato in cima alla scala, che il nonno non guardava mai quando ci passava davanti.
«Daniela Fontana», ha detto Contini, e la sua voce si è fatta più morbida. «Una fotografa di moda straordinaria. Lanciatissima. Copertine su Vogue, campagne per Armani, servizi su Harper's Bazaar. È morta in un incidente d'auto quando tu avevi due anni. E Remo, dopo quel giorno, non ha più toccato una macchina fotografica. Ha mollato tutto. È sparito. Si è portato via sua nipote e nessuno ha più saputo niente di lui.»
Gli occhi mi bruciavano. Stringevo la borsa di tela con tanta forza da farmi sbiancare le nocche. Mia madre fotografa. Il nonno fotografo. E io che passavo ore in cantina a sviluppare rullini senza sapere niente. Senza sapere che quella passione mi scorreva nel sangue da due generazioni.
«Fammi vedere le tue mani», ha detto Contini all'improvviso.
Le ho alzate. Tremavano.
«Così teneva la macchina anche tua madre», ha detto. «Il pollice sinistro sotto il corpo, l'indice destro sullo scatto. Lo stesso identico gesto. L'ho vista lavorare cento volte, me lo ricordo bene.»
Non ho retto oltre. Ho appoggiato la Pentax sul tavolo e sono scoppiata a piangere. Un pianto liberatorio, senza singhiozzi, solo lacrime che scendevano e non riuscivo a fermare. Contini mi ha messo una mano sulla spalla. «Tuo nonno ti ha insegnato tutto, vero?»
Ho annuito, incapace di parlare.
«Allora non hai niente da dimostrare a nessuno. Sei già una Fontana.»
La serata è proseguita in modo surreale. Giornalisti, galleristi, altri fotografi che volevano stringermi la mano e farsi raccontare la storia. Il ragazzo biondo è sparito senza chiedere scusa. Le mie foto, quelle otto stampe appese con le mollette, sono state guardate e riguardate per ore. Un gallerista di Milano mi ha lasciato un biglietto da visita con scritto a penna: «Chiamami. Subito.»
Ma io avevo bisogno di una cosa sola: sentire la voce del nonno.
Sono uscita dalla galleria, mi sono seduta sui gradini di marmo e ho composto il numero di casa. Ha risposto al terzo squillo.
«Pronto?»
«Nonno. Perché non me l'hai mai detto?»
Silenzio. Poi un sospiro lungo.
«Perché volevo che trovassi la tua strada da sola, passerotta mia. Senza il peso di un cognome. Senza dover essere all'altezza di nessuno. La tua macchina fotografica doveva essere tua e basta.»
Ho chiuso gli occhi. Avevo il sapore del sale sulle labbra.
«Lo sai che le mie foto sono piaciute?»
La voce del nonno si è incrinata appena, quel tanto che solo io potevo notare.
«Certo che lo so. Le hai scattate tu.»











