Erano le undici passate. Avevo stappato un bicchiere di Montepulciano e stavo affondando nel divano, con l’unica compagnia del ticchettio della pioggia contro le persiane di Trastevere. Fuori, le viuzze di sampietrini luccicavano sotto i lampioni. Quindici anni di vita in solitudine mi avevano insegnato che l’unico rumore consentito a casa mia era quello del silenzio. Ordinato. Prevedibile. Sicuro.
Poi il cellulare squarciò tutto.
Un numero sconosciuto. Di questi tempi nessuno chiama più senza prima mandare un messaggio su WhatsApp. O è un errore, o è una brutta notizia. Lasciai vibrare il telefono due, tre volte. Poi risposi.
— Chiara?
Era una voce femminile, secca come carta vetrata. Nemmeno un «buonasera».
— Sì, sono io. Chi parla?
— Sono Elena. La moglie di Marco. Ascolta: Marco non c’è più. Un infarto, quattro mesi fa. E adesso vieni a prenderti sua madre. Qui a casa mia devo vendere, e quella vecchia non me la posso tenere.
Il respiro mi si mozzò. Marco. Il mio ex marito. Quello che non vedevo né sentivo da quindici anni esatti. Un matrimonio di appena dodici mesi, chiuso con un tradimento e un divorzio tanto rapido quanto amaro. Dopo, mi ero ricostruita da sola: carriera in una casa editrice a via del Corso, un bilocale a Trastevere comprato con i miei risparmi, zero uomini. A quarantacinque anni, il mio cuore era un fortino blindato.
Elena riprese senza aspettare un mio commento.
— Se domani mattina non la porti via, chiamo i servizi sociali. L’indirizzo lo conosci.
Riattaccò.
Il bicchiere mi tremò fra le dita. Non chiusi occhio per tutta la notte. Mi rigiravo nel letto con un’unica immagine fissa nella testa: una vecchina che non c’entrava nulla, scaricata come un soprammobile rotto. Perché io? Non ero più niente per quella famiglia. Eppure, alle sei del mattino, mi alzai e chiamai un taxi.
Roma era avvolta in un’alba grigia e umida. Il tassista, un signore robusto sulla quarantina con una cicatrice sulla guancia, mi guardò dallo specchietto mentre salivo con la faccia stravolta.
— Signo’, che è successo? Ha ’na faccia che pare ’na funerale.
— Devo recuperare una persona. Andiamo a Tor Bella Monaca.
Arrivammo in periferia, al palazzone anni Settanta dove Marco e io avevamo trascorso quel dannato anno insieme. Riconobbi l’androne stretto, l’odore di umido, la luce al neon che sfarfallava. Salii al terzo piano. Mi aprì una donna in vestaglia, lo stesso sguardo di ghiaccio che avevo sentito al telefono. Elena. Non mi fece entrare, si limitò a spostarsi di lato.
— È di là. Prendila e sparisci, che devo far imbiancare.
La stanza era in fondo al corridoio. Un bugigattolo di nemmeno sette metri quadri, stipato di scatoloni e stracci, con una finestrella opaca che dava su un cavedio. Su un lettino sfondato stava sdraiata la signora Rosa. Era uno scheletro. Le ossa delle mani spuntavano come rametti secchi dalla coperta. Ma la cosa che mi fece stringere lo stomaco fu un’altra: sul suo petto, acciambellato in un batuffolo arancione, c’era un gatto. Un grosso gatto rosso che la fissava con occhi d’ambra, immobile, quasi volesse scaldarla col suo corpo. La signora Rosa tremava. E il gatto faceva le fusa.
Elena ricomparve dietro di me.
— Allora? Se non la prendi adesso, chiamo la Croce Rossa.
La guardai dritta negli occhi.
— Se ne viene con me. E viene anche il gatto.
— Fai pure, quel roscetto è un rompimento pure lui.
Feci salire il tassista. Si chiamava Fabio. Quando entrò e vide la vecchina in quello stato, si fece il segno della croce e imprecò sottovoce.
— Madonna santa, ma che ce sta a fa’ la gente… Annàmo via subito, signo’.
Uscì, tornò con una coperta pesante che teneva nel bagagliaio e la avvolse con una delicatezza che non mi aspettavo. La sollevò come se fosse una bambina di cristallo. Il gatto, che poi avrei chiamato Romeo, non si staccò da lei nemmeno un attimo: lo presi in braccio e mi graffiò il cappotto per la tensione, ma non mi mollò. Scendemmo le scale. Fabio continuava a ripetere piano: «Povera vecchia, povera vecchia…». Quando la sistemammo sul sedile posteriore, Rosa aprì gli occhi per un istante e mormorò qualcosa di incomprensibile. Il gatto le si accoccolò sul grembo.
A casa mia, la adagiai sul mio letto matrimoniale, le misi una borsa dell’acqua calda sotto i piedi e chiamai subito la guardia medica. Pagai quarantacinque euro alla centrale per avere una visita a domicilio urgente. Arrivò la dottoressa Valenti, con l’aria di chi ne ha viste troppe ma conserva un cuore attento. Le misurò la pressione, ascoltò il respiro, controllò le mucose. Poi si tolse gli occhiali e mi prese per un gomito.
— Signora Chiara, malnutrizione grave, disidratazione importante. Nessuna patologia acuta, ma è un miracolo che sia ancora in piedi. Adesso va seguita con una precisione maniacale: ogni minimo colpo d’aria può diventare una polmonite e portarsela via. Brodo, proteine, igiene. E mi raccomando: appena nota febbre o tosse, mi chiami subito. Le lascio due ricette e una lista di integratori.
Pagai la visita: cento euro. Poi accompagnai la dottoressa alla porta e tornai in camera. Rosa dormiva di un sonno agitato, Romeo acciambellato alla sua testa. Aprii il frigorifero e contai ciò che avevo: due uova, mezzo litro di latte, una confezione di pannoloni che la dottoressa mi aveva segnato come indispensabili. Sedici euro al pacco, me ne sarebbero serviti due a settimana. Feci un rapido calcolo mentale: tra medicine, alimenti ipercalorici e ricariche di Gocce di Bach per lo stress dell’abbandono, il mio conto corrente iniziava a piangere.
Cominciai a prepararle brodo vegetale, minestrine, spremute. Le cambiavo la biancheria ogni giorno. Romeo non si schiodava da lei: dormiva ai piedi del letto, faceva le fusa per ore e a volte allungava una zampetta sulla sua mano come a dire «sono qui». Dopo una settimana, Rosa aprì gli occhi con meno paura. Le guance le si colorarono appena. Smise di tremare.
Poi, il decimo giorno, la febbre. Salita a trentotto e cinque all’improvviso, e un colpo di tosse secco, che la scuoteva tutta. Richiamai la dottoressa Valenti: polmonite in fase iniziale. Antibiotico ogni otto ore, aerosol, e notti in bianco a reggerle la mano mentre la tosse la faceva boccheggiare. Per sette giorni dormii non più di tre ore a notte, stravolta, con gli occhi che bruciavano e il cervello in pappa. Il portafoglio pianse ancora: la terapia mi costò duecentodieci euro, che andai a prelevare in banca senza nemmeno pensarci.
Fu in quei giorni che bussarono alla mia porta. La signora Assunta, la vicina del piano di sotto, teneva in mano una terrina di ricotta fresca e un bigliettino. «Per la nonna. Coraggio. Se serve altro, chiami.» Quella fu l’unica mano tesa che accadde spontaneamente. E mi bastò. Non c’erano altre reti provvidenziali. Il mio capo, il dottor Bianchi, mi convocò in ufficio. Pensavo a un rimprovero per le consegne ormai in ritardo.
— Chiara, la tua situazione la conosco. Ti concedo lo smart working, ma le scadenze non si toccano. Se sei indietro, ti scalerò le ore. E non posso pagarti per non lavorare. Decidi tu se vuoi tenerlo. — La voce era ferma, ma non ostile.
— Lo tengo, dottore. Grazie.
Significava chiudermi al computer ogni sera quando Rosa finalmente si addormentava, correggere bozze fino alle due di notte con la testa che ronzava e le dita che sbagliavano i tasti. Per due mesi la mia vita fu un telefono muto, un materasso mai toccato per più di quattro ore, e la paura che il conto in banca scendesse sotto i tremila euro.
Poi, una mattina, il campanello suonò di nuovo. Non era un vicino. Elena stava davanti alla porta con un mazzo di fogli in mano e l’aria di chi presenta il conto.
— Ho saputo che la vecchia sta bene. Adesso deve tornare da me, così mi firmi la delega per la sua pensione di reversibilità e per i soldi della vendita della casa. Se non lo fa, vado dai carabinieri e denuncio sequestro di persona.
Il sangue mi andò via dalla faccia. Ma prima che potessi rispondere, sentii dei passi dietro di me. Rosa era uscita dalla camera, barcollante ma in piedi, aggrappata allo stipite. Indossava una vestaglia che le stava grande tre taglie e i suoi occhi, quelli da biglie slavate, brillavano di una lucidità che non le avevo mai visto.
— Elena, ti sei sbagliata di porta. Io da te non ci torno. E se provi a portarmi via, chiamo io i carabinieri e gli racconto come mi hai lasciata morire in quella topaia.
La voce era poca cosa, ma ogni parola era un chiodo. Elena sbiancò, farfugliò qualcosa su «siete due pazze» e si dileguò con un rumore di tacchi sul pianerottolo.
La porta si richiuse. Rosa si lasciò andare su una sedia, con Romeo subito fra le ginocchia. Io mi accovacciai davanti a lei.
— Mamma, — le dissi, senza nemmeno rendermene conto. — Ho fatto una torta di mele. Ti va un pezzetto?
Sollevò gli occhi, pieni di lacrime.
— Mi hai chiamato… mamma?
— E come dovrei chiamarti? — le sorrisi. — Sei mia mamma. Adesso.
Quella stessa settimana consultai un avvocato. Conosceva Matteo, il vicino del piano di sopra che mi aveva già dato una mano a sistemare la tapparella. Passammo tre udienze in tribunale, io, Rosa e Matteo a farci forza a vicenda. Per fortuna il giudice, sentita la testimonianza della dottoressa Valenti e delle condizioni di abbandono, ci affidò l’amministrazione di sostegno. Elena non comparve neppure. E da quel giorno non si fece più vedere.
Con Matteo, intanto, le cose andarono avanti da sole. Veniva a fare riparazioni, a volte restava a cena. Un sabato spuntò con una sedia a rotelle trovata su un mercatino dell’usato: «Così la portiamo a Villa Pamphili, se vuoi». E quella fu la prima uscita di Rosa dopo mesi. Il sole le accarezzava il viso e lei indicava i cani, ridendo con la bocca sdentata. Io e Matteo camminavamo dietro. Cominciammo a parlare. Dei nostri fallimenti, dei silenzi ostinati, della paura di ricominciare a quaranta e passa anni. Non era un uomo di discorsi; quando provava a spiegarsi, si strofinava il pollice sul dorso della mano e guardava per terra. Ma poi alzava gli occhi e sorrideva, e quel sorriso diceva tutto.
Una sera di giugno, sul terrazzo di casa mia, con il cielo che diventava arancione e le rondini che strillavano, Matteo tirò fuori dalla tasca una scatoletta rossa e me la mise in mano senza preamboli.
— Chiara, io so’ ’na persona semplice. Ma vi voglio bene a te, a Rosa, pure al gatto rosso. Me sposi?
Mi tremava la mascella, e sentii caldo sulle guance. Annaspai un «sì» che uscì strozzato, ma lui lo capì. Ci abbracciammo, con Rosa che dal salotto ci guardava e applaudiva piano.
Ci sposammo a settembre, con una piccola cerimonia in Campidoglio. La signora Rosa indossava un tailleur azzurro che le avevo comprato su misura, e Romeo ci guardava dal trasportino con sussiego.
Passò un anno. Una mattina, dopo giorni di nausea davanti al caffè, comprai un test. Due linee. A quarantasei anni. Il ginecologo parlò di rischi, statistiche, percentuali e mi fece firmare una cartella dove spiegava che l’avere un figlio a quell’età comportava complicazioni possibili. Otto settimane dopo, una macchia rossa sulle mutande mi ghiacciò. Ricordo la corsa in pronto soccorso, l’eco di Matteo che bestemmiava nel traffico, l’attesa in barella con il cuore a mille. Poi l’infermiera: «C’è battito. Sta bene.» Piansi senza singhiozzare, solo lacrime mute.
Nostra figlia Alice nacque il due di aprile, con tre settimane di anticipo, un cespuglio di capelli scuri e gli occhi identici a quelli di nonna Rosa.
Romeo, in questo momento, dorme sulla poltrona. Alice russa nel lettino. La signora Rosa, in cucina, sta facendo i gnocchi con Matteo, e ride perché lui ha la farina sul naso. E io, semplicemente, li guardo.












