Nera smise di mangiare. Non era un capriccio. Era tre giorni che non toccava cibo, e io spostavo la ciotola da un angolo all’altro della sala visite come se il punto esatto sul pavimento potesse cambiare qualcosa. Stavo chinata accanto a lei, le passavo due dita tra le scapole. La pelle scorreva sulle costole in un modo che tre settimane prima non c’era. Nera era accucciata sul davanzale della finestra che dava sul cortile interno. Respirava piano. I suoi occhi gialli fissavano il vetro smerigliato con quell’intensità vuota che hanno i gatti quando aspettano qualcuno. Non un uccello, non una foglia. Qualcuno.

La clinica a quell’ora era silenziosa. L’odore di disinfettante e crocchette al salmone si era ormai incollato alle tende, al camice, alle fessure tra una piastrella e l’altra. Lo sentivo solo la mattina presto, quando alzavo la saracinesca. Un colpo al petto e poi più niente. A Bologna, a marzo, l’umidità entra nelle ossa anche dentro gli ambulatori. Io mi chiamo Elena Rizzi e faccio la veterinaria in via del Pratello da quindici anni. La gatta era arrivata da me tre anni prima. La proprietaria l’aveva lasciata per un controllo. «Torno tra un’ora», aveva detto. Poi era sparita. Non un’ora, non un giorno, non una telefonata.

Aspettai due settimane, per onestà. Poi le tolsi il collarino. Era di cuoio rosso, consumato, con una targhetta di metallo su cui era inciso un numero di telefono quasi illeggibile. Non tentai mai di decifrarlo, non volevo saperlo. Misi il collarino in un cassetto nello sgabuzzino, dietro le confezioni di siringhe. Ci rimase tre anni. La polvere gli si posò intorno a formare un alone scuro, come il segno di un bicchiere su un mobile. Glielo sfilai la prima sera che Nera rimase a dormire in gabbia. Una gabbia che poi non usò quasi mai. Preferiva il davanzale. Io le avevo portato una coperta da casa, una vecchia trapunta di pile che sapeva di lavanda e del mio gatto di vent’anni prima, un certosino che se n’era andato di vecchiaia. Nera ci si accucciò sopra come se fosse sua da sempre.

La ciotola era provvisoria. Una ciotola d’acciaio con il logo sbiadito di un’azienda di mangimi. I bordi un po’ ammaccati. Tre anni che mi dicevo: «Questa settimana gliene compro una di ceramica, bassa, come si deve». Ma ogni volta che passavo davanti al negozio di animali in via San Felice tiravo dritto. Perché comprare una ciotola vera avrebbe significato che Nera era mia. E Nera non lo era. O meglio, non lo era per la legge del cuore che mi ero costruita in testa. Era una ospite. Una paziente a tempo indeterminato.

Luca, il mio assistente, quel martedì mattina stava in fondo al corridoio a pulire i trasportini. Lo sentivo strofinare con la spugna, borbottare qualcosa contro i gatti che pisciano per dispetto. Lo chiamai. «Senti, ma Nera sta bene? Le analisi?». Luca si affacciò con lo spazzolone in mano, le sopracciglia folte aggrottate. «Perfette. È il morale, Elena. Lo sai». Lo sapevo, eccome. Una gatta che smette di mangiare senza avere niente. Succede. Ma non in terza giornata. Non con quegli occhi fissi sul vetro.

Il telefono squillò alle nove e mezzo di sera. Stavo finendo di sterilizzare del materiale. Mi rispose Luca dall’accettazione. Poi entrò con il cordless in mano. Disse solo: «C’è una signora. Chiede di Nera». Me lo passò. La voce all’altro capo era bassa, raschiata. Una voce che cercava di stare calma. Si chiamava Silvia Damiani. Disse che tre anni prima aveva lasciato una gatta tricolore nella mia clinica. Disse che ora stava bene. Disse che voleva sapere della gatta e, se possibile, riprenderla con sé. Io fissavo la piastra elettrica del bollitore, il filo arrotolato, la formica del mobiletto. «E in questi tre anni dov’era, signora?», chiesi. Avevo la gola secca. «Nera è in clinica da tre anni. In una specie di limbo». Non rispose subito. Poi disse piano: «Posso venire? Se lei me lo permette». Dissi «Le richiamo io» e attaccai. Luca mi guardava dalla porta. Io scossi la testa. Lui alzò le spalle: «Prima spariscono, poi si rifanno vive. Non farti fregare». Buttò lo straccio nel secchio e uscì.

Richiamai il giorno dopo. Riattaccai dopo due parole. Non so perché. Forse perché mi sembrava di dover proteggere Nera da un’altra delusione. O forse proteggo me stessa. Ma quando riagganciai, Nera, per la prima volta in tre giorni, scese dal davanzale. Si stirò, fece due passi verso il telefono, poi tornò alla finestra.

Due sere dopo Silvia Damiani era fuori dalla porta. La vidi attraverso il vetro smerigliato: una figura sottile, magra, con un impermeabile troppo largo che le scivolava dalle spalle. Le maniche le coprivano metà delle mani. Stava in piedi, ferma, sotto la pioggerellina. Non suonò il campanello. Aspettava, come si aspetta il proprio turno senza averne diritto. Nera la percepì. Saltò giù dal davanzale, andò alla porta d’ingresso. Si sedette composta, la coda arrotolata attorno alle zampe anteriori. Guardava il vetro. Non miagolava. Io spensi la luce dell’ingresso e mi appoggiai al muro. Il bollitore fischiettò. Io non mi mossi. Rividi la sagoma girarsi lentamente e allontanarsi sotto i portici, curva, con le mani nelle tasche dell’impermeabile, mentre l’acqua scorreva tra i sampietrini del cortile. Nera rimase alla porta fino a mezzanotte. Non la smuovevo neanche con un bocconcino. Alla fine la presi in braccio. Era leggera, le sentivo le costole sotto le dita. La portai nello sgabuzzino, ma lei continuò a fissare il vetro smerigliato anche al buio.

La busta era infilata sotto la porta la mattina dopo. Una busta bianca, senza francobollo, con su scritto a penna «Alla dottoressa Rizzi». Calligrafia minuta, inclinata. La aprii in corridoio. Dentro c’erano tre fogli e una fotografia. Il primo foglio era un referto del Sant’Orsola. Data: tre anni prima. Reparto di Oncologia. Linfoma non-Hodgkin, stadio avanzato. Protocollo chemioterapico aggressivo. Il cuore mi si fermò in gola quando arrivai ai codici. Conosco quei codici. So cosa significano: mesi di ospedale, flebo, piastrine a zero, mucosite, solitudine in una stanza sterile. Il secondo foglio era una lettera di dimissioni dopo due anni di cure. Remissione completa. Firme, timbri, tutto. Il terzo foglio era una lettera scritta a mano sulla stessa carta della busta. Poche righe.

«Non sono scappata, dottoressa. Ho dovuto combattere. Non sapevo se sarei tornata. Ho lasciato Nera perché era l’unico posto dove ero sicura che qualcuno si sarebbe preso cura di lei. Ho chiamato ogni mese per il primo anno. Mi dicevano che la gatta era stata presa in affido da una veterinaria. Non ho mai smesso di pensarla. Le avevo promesso che sarei tornata».

La fotografia era sbiadita, ma si vedeva benissimo. Una donna con i capelli rasati, le occhiaie scavate, uno sguardo che è già dall’altra parte della paura. Teneva in braccio Nera. Nera le premeva il muso contro la clavicola, spingendo forte, come fanno i gatti quando ti marchiano, quando dicono «sei mia, non mi lascerai». La donna sorrideva. Aveva due dita appoggiate sulla schiena della gatta e il pollice le accarezzava piano la testa. Mi sedetti sulla sedia girevole dell’accettazione. Luca arrivò con un caffè. Lo appoggiò sul bancone e vide i fogli. Li lesse da sopra la mia spalla. Non disse niente. Prese il caffè e lo bevve lui.

Nera arrivò zampettando, saltò in braccio a me. Fece le fusa. Era la prima volta in tre giorni. Vibrò contro il mio petto come un motorino, e io piansi. Senza singhiozzi, lacrime che scendevano da sole. Presi il telefono. Il numero lo trovai in rubrica, era quello dell’unica chiamata. Silvia rispose al primo squillo, di nuovo. «Signora Damiani, venga a prendere la sua gatta», dissi. Silenzio. Poi: «È sicura?». «Non è mai stata mia. Venga, la aspettiamo».

Arrivò dopo mezz’ora. Stesso impermeabile, ma stavolta non aspettò fuori. Entrò e l’odore dei suoi fiori d’arancio si mischiò all’antisettico. Si guardò intorno. Era pallida, con un filo di rossetto. I capelli le erano ricresciuti, scuri, con qualche filo grigio. Nera sollevò la testa. La fissò. Poi si alzò in piedi sul davanzale, la coda alta, la punta ricurva a punto interrogativo. Silvia fece un passo verso di lei. Disse solo: «Amore mio». Nera spiccò un salto, atterrò morbida sul linoleum le andò incontro. Non corse. Camminò, con l’andatura solenne di chi ha aspettato tanto e adesso può prendersi il suo tempo. Le strofinò la testa sulla caviglia. Poi un’altra volta, più forte. Silvia si chinò e la prese in braccio, e io vidi le due dita posarsi di nuovo sulla schiena di Nera, il pollice che accarezzava piano la testa. La gatta le premette il muso contro la clavicola, nello stesso identico punto della fotografia.

Andai nello sgabuzzino. Presi il collarino rosso dal cassetto, quello con la targhetta graffiata. Lo tenni un attimo nel palmo, passai il pollice sul numero illeggibile. Poi lo portai a Silvia. «È il suo. Non gliel’ho mai buttato». Lei lo prese. Le sue mani tremavano così forte che non riusciva ad aprire la fibbia. La aiutai. La chiusura fece uno scatto secco, preciso. Nera alzò il muso e le diede un colpetto di testa sul mento. Silvia scoppiò a piangere ridendo, un suono soffocato contro il pelo tricolore.

Presi la ciotola d’acciaio ammaccata e la lavai nel lavandino della sala chirurgica. La asciugai con uno straccio pulito, la misi in un sacchetto e gliela porsi. «Per il viaggio. Ma gliene compri una di ceramica, a casa. È stata provvisoria per troppo tempo». Silvia annuì. Mi strinse il braccio. Aveva le dita fredde, ma il palmo caldo. Uscì dalla clinica con Nera avvolta nell’impermeabile, la coda che spuntava fuori e dondolava al ritmo dei suoi passi. La pioggia era smessa. L’asfalto in via del Pratello luccicava.

Luca mi passò un caffè nuovo e indicò il davanzale vuoto. «Ora quel posto è libero», borbottò. Io guardai il rettangolo di polvere lasciato dalla coperta, il segno delle zampe sul vetro. Passai uno straccio sulla finestra. Sotto, sul marmo, c’era un piccolo alone lasciato dal calore del corpo di Nera. Lo cancellai. Poi mi infilai il camice, accesi tutte le luci in sala visite e aprii la porta.

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Nera smise di mangiare. Non era un capriccio. Era tre giorni che non toccava cibo, e io spostavo la ciotola da un angolo all’altro della sala visite come se il punto esatto sul pavimento potesse cambiare qualcosa. Stavo chinata accanto a lei, le passavo due dita tra le scapole. La pelle scorreva sulle costole in un modo che tre settimane prima non c’era. Nera era accucciata sul davanzale della finestra che dava sul cortile interno. Respirava piano. I suoi occhi gialli fissavano il vetro smerigliato con quell’intensità vuota che hanno i gatti quando aspettano qualcuno. Non un uccello, non una foglia. Qualcuno.