La telefonata è arrivata in un pomeriggio di agosto, di quelli in cui l’aria sa di polvere e di fichi maturi. Ero seduta sulla sedia di vimini in terrazza, a guardare i tetti di Genova che fumavano sotto il sole. Il cellulare ha vibrato sul tavolino di ferro battuto. Era Martina, la mia nipotina di dodici anni.
«Nonna, mamma dice che hai già scelto il monumento. È vero che lo fai mettere vicino al cimitero di Staglieno?»
Non ho capito subito. C’era un caldo atroce, le cicale impazzite nell’ulivo del vicino, e la fronte mi bruciava di sudore.
«Quale monumento, amore?»
«Quello per il funerale. Papà ha detto che è tutto pronto, che ti abbiamo preso il posto.»
Mi è mancato il respiro. Non per il tumore — quello ormai ce l’ho talmente annidato nel fegato che quasi ci faccio amicizia. Mi è mancato per la naturalezza con cui una bambina di dodici anni mi chiedeva della mia tomba.
«Non ho scelto niente, tesoro. Digli che sono ancora viva.»
Ho messo giù. Le mani mi tremavano, ma non ho pianto. Trentacinque gradi all’ombra e non piango più da quando avevo trentotto anni e mezzo.
Tutto è cominciato ventisei primavere fa. Sposai Tommaso in municipio a Sampierdarena, un lunedì mattina di marzo, con lui che rideva sotto i baffi e io che stringevo un mazzetto di mimose. Vedovo, tre figli. Si chiamavano Fabio, Patrizio e la piccola Cinzia. Tommaso faceva il capocantiere al porto, mani grandi e un modo di guardarti che ti faceva sentire al sicuro anche quando il libeccio spazzava via tutto.
L’infarto lo fulminò dopo quattordici mesi esatti dal matrimonio. Stava saldando una ringhiera sul terrazzo, si è girato verso di me, ha detto «Che caldo che fa» e si è accasciato sulle piastrelle.
Avevo trentanove anni e tre orfani tra le braccia. La madre di Tommaso, la signora Enrica, mi convocò nel suo salotto buono di Nervi quattro giorni dopo il funerale. Mobili lucidi, centrini all’uncinetto, l’odore della cera e del giudizio.
«Gemma, tu sei giovane. Li diamo agli zii di Savona. Non hai obblighi.»
Fuori pioveva. Vedevo le gocce scivolare sul vetro della finestra e pensavo alle notti in cui Fabio, tredici anni, si svegliava urlando. I gemelli Patrizio e Cinzia, dieci anni e occhi identici, identici a quelli del padre, che mi si aggrappavano alle gambe e non mollavano più.
«Non li lascio, signora Enrica.»
«Ma non sei nemmeno la loro madre vera.»
«Lo so. Ma resto.»
Restai. E fu la scelta più definitiva della mia vita. Mi assumevo come sarta in una modisteria di via Luccoli. Dieci ore al giorno, dita piene di spilli, e la sera a casa a cucinare, correggere compiti, asciugare lacrime. Non mi risposai. Non feci altri figli. Almeno, così credono tutti.
La verità è che un uomo l’ho incontrato. Si chiamava Pietro, faceva il tassista sulle colline di Albaro. Aveva una risata contagiosa e mi portava le focacce calde la domenica mattina. Cominciammo a vederci in segreto, perché i ragazzi non sopportavano l’idea che qualcuno prendesse il posto del padre. Cinzia, specialmente, se ne usciva con frasi come «Tu non puoi tradire papà», e io abbassavo la testa.
Rimasi incinta a quarantuno anni. Lo scoprii in un bagno della stazione Brignole, con il test comprato al distributore automatico. Mi sedetti sulla tazza del water e risi, piansi, risi ancora.
Pietro morì due mesi dopo la nascita della bambina. Un motorino contromano in corso Europa, una frenata, il volante che gli sfondò il torace. Non arrivò nemmeno all’ospedale San Martino, dissero dopo. La bambina la chiamai Alba, perché venne al mondo all’alba del sei dicembre. Ma non potei portarla a casa con me.
«Se arrivi con una neonata, i ragazzi impazziscono», mi disse Teresa, mia cugina, infermiera all’ospedale Galliera. «Lasciala qui. La cresco io per un po’. Tu vieni quando puoi.»
E così feci. Alba crebbe a Bogliasco, in una casetta rosa sopra la ferrovia. Io la vedevo due, tre volte al mese. Per tutti ero la cugina che veniva da Genova con le borse della spesa e le carezze. «Zia Gemma», mi chiamava, e ogni volta quella parola mi tagliava in due. Io sapevo di essere sua madre. Lei no.
Intanto i figli di Tommaso crescevano. Fabio diventò ingegnere e si trasferì a Milano, facendo cadere due telefonate l’anno. Patrizio aprì una palestra a Quarto e si fece una famiglia tutta sua, dove per me non c’era posto. Cinzia, la più affettuosa da bambina, si trasformò in una donna piena di risentimenti, convinta che io le avessi rubato l’affetto del padre morendo lui troppo presto. Ogni mia parola per lei era un’invasione. Ogni mio gesto un’offesa.
Ad agosto di due anni fa è arrivata la diagnosi: colangiocarcinoma, metastasi epatiche. Me l’ha detto il dottor Furlan con quella voce calma che hanno i medici quando ti firmano la condanna. «Le resta qualche mese, signora Gemma. Si sistemi le cose.»
Qualche mese. Mi sono guardata intorno. La casa di Sampierdarena, comprata con i risparmi di una vita. I pochi gioielli di mia madre. Un gruzzolo in banca che nessuno conosceva. E tre figli acquisiti che non avevano neanche le chiavi del mio appartamento.
Poi ho guardato il telefono e ho chiamato Alba a Bogliasco. Le ho detto tutto. Tutto. Che ero sua madre, che l’avevo lasciata a Teresa per vigliaccheria, per paura, per amore sbagliato verso tre ragazzi che non erano miei.
Alba è rimasta in silenzio per un tempo lunghissimo. Sentivo solo il suo respiro nel ricevitore e, in sottofondo, il mare di Bogliasco.
«L’ho sempre saputo», ha detto alla fine. «Da piccola ti guardavo andare via e piangevo tutta la notte, ma sapevo che doveva esserci un motivo.»
Il giorno dopo era alla mia porta con una torta di mele fatta in casa e le lacrime agli occhi. Ha i miei stessi capelli scuri, le mie stesse mani piccole. Mi ha abbracciato e siamo rimaste così, immobili, per minuti.
«Adesso resto io con te», ha sussurrato. «Adesso ci penso io, mamma.»
Mamma. La parola che aspettavo da venticinque anni.
La busta è arrivata martedì scorso. Bella carta pregiata, scritta a mano con la calligrafia di Fabio. Dentro, un foglio piegato in quattro con il bozzetto di un monumento funebre. Granito grigio, la data di nascita già incisa, lo spazio vuoto per la data di morte. In calce, una nota: “Abbiamo deciso per la cappella di famiglia dei Fieschi, a Staglieno. Così staremo tutti insieme.”
Tutti insieme. Loro, Tommaso, la signora Enrica. Loro, la vera famiglia. Io ospite anche da morta.
Non ho pianto. Ho acceso un fiammifero e ho bruciato il foglio nel lavello della cucina. Poi ho preso la borsa e sono andata dall’avvocato Giannini, in via Roma.
«Voglio fare testamento, avvocato. Tutto ad Alba Marengo, mia figlia biologica. La casa di Sampierdarena, il conto in banca, i gioielli, il terreno a Torriglia. Tutto.»
L’avvocato ha battuto le dita sulla scrivania. «E gli altri tre?»
«Gli lascio una lettera. Da consegnare dopo la mia morte.»
La lettera l’ho scritta quella sera stessa. Tre frasi, non una di più.
*Fabio, Patrizio, Cinzia,*
*ho cresciuto tre orfani per venticinque anni e non me ne pento. Ma non ho mai smesso di essere la madre di una figlia vera, che mi chiamava zia e mi amava senza condizioni. Mi avete comprato un monumento come si prenota un albergo, per togliervi il pensiero. La cappella dei Fieschi usatela per voi. Io riposerò a Bogliasco, dove ho imparato a essere madre.*
*Non vi auguro nulla. Solo che i vostri figli non imparino da voi la fretta di seppellire chi li ha amati.*
*Gemma, che non era la vostra madre ma ci ha provato.*
Oggi Alba è qui con me. Ha chiesto il trasferimento all’ospedale Galliera e dorme sul divano letto del soggiorno. Mi prepara il brodo di verdura, mi tiene la mano quando il dolore è troppo forte.
«Mamma, non avere paura», mi dice. «Io resto fino alla fine.»
Le accarezzo i capelli. Penso ai tre ragazzi che ho cresciuto, alle loro facce da adulti spaventati dalla morte, alla busta con il bozzetto di granito. Penso a Tommaso, a Pietro, a tutti gli amori che ho perso. E poi guardo Alba e vedo finalmente qualcosa che assomiglia alla pace.
Fuori le cicale continuano a frinire. L’estate genovese scivola piano verso settembre. Sul terrazzo, i gerani sono ancora fioriti.












