Nove giorni. È il tempo che Briciola ha aspettato chiusa dentro una Fiat Panda grigia, parcheggiata al livello -3 del garage sotterraneo di via Solferino, a Bologna, in un angolo dove il neon del soffitto lampeggiava ogni tanto e poi si spegneva del tutto.
Chi l'aveva lasciata lì aveva anche staccato la targa. Come se cancellare due lamiere potesse cancellare anche lei.
A trovarla è stata Ornella Bassi, sessantotto anni, che al garage ci lavora da quattordici come custode del turno di sera. Quella sera di settembre era scesa a controllare un allagamento segnalato dai vicini di corsia, con la torcia del telefono e gli stivali di gomma che ancora sapevano di umidità della cantina di casa sua. È stato l'odore a fermarla prima ancora del suono: un odore acido, chiuso, che usciva da sotto la portiera di un'auto ferma da giorni nello stesso posto.
Ha bussato sul vetro. Dentro, tra i sedili, qualcosa si è mosso appena.
«Ho pensato subito a un cane, per come si muoveva basso, strisciando» racconta Ornella. «Ma non ha abbaiato. Non un guaito. Solo due occhi che mi guardavano dal buio, e la coda che batteva piano contro il sedile, come se ancora sperasse che fossi io quella giusta».
Non lo era. Ma è rimasta lì lo stesso, seduta sul cemento freddo davanti al finestrino, mentre chiamava i vigili del fuoco e poi la protezione animali di zona. Ha perso la pausa cena di quella sera — un tramezzino comprato all'edicola dell'angolo, rimasto nella borsa fino a mezzanotte — perché non se l'è sentita di allontanarsi.
Quando i pompieri hanno forzato la portiera, la cagnolina — una meticcia sui dieci chili, pelo corto color miele — non ha morso, non ha ringhiato. Ha allungato il muso verso la prima mano che si è avvicinata, quella di un vigile del fuoco con i guanti ancora sporchi di grasso da un altro intervento, e gliel'ha leccata piano, come per dire grazie.
Disidratata, con le costole che si contavano sotto il pelo, la lingua screpolata: il veterinario della clinica convenzionata in via Irnerio l'ha visitata quella notte stessa e ha dato una prognosi di dieci giorni per stabilizzarla, prima ancora di iniziare a pensare a un futuro. Le hanno dato un nome provvisorio, Briciola, perché quando è arrivata pesava quanto ne restava di lei.
Nei giorni successivi il caso è arrivato ai carabinieri della stazione di Porta San Felice, che hanno aperto un fascicolo per abbandono di animali — reato che in Italia prevede fino a un anno di reclusione o una multa fino a diecimila euro, secondo l'articolo 727 del codice penale. Dalle immagini delle telecamere del garage, tre settimane più tardi, è saltato fuori un nome: Fabrizio Lentini, quarantatré anni, che aveva lasciato l'auto — di sua proprietà, intestata a lui — proprio in quel parcheggio nove giorni prima che Ornella la trovasse, e non c'era più tornato.
Convocato in caserma, ha detto di aver «avuto problemi», di essersi trasferito fuori città per lavoro e di non aver saputo «cosa fare di lei». Non ha chiesto di rivederla. Non ha chiesto come stava.
Briciola invece, dopo tre settimane nel canile sanitario di Bologna, ha ricominciato a mangiare da sola, poi a camminare in cortile senza tenersi rasente al muro, poi — la prima vera notizia buona — a giocare con una pallina di gomma lasciata da un volontario. Chi la segue racconta che di notte dorme ancora con il muso rivolto verso la porta del box, come se aspettasse un passo che riconosce.
Il fascicolo contro Lentini è arrivato in procura a Bologna a fine agosto. La sentenza, se arriverà una condanna, prevede oltre alla pena anche l'interdizione dalla proprietà di animali per un periodo stabilito dal giudice — di solito non inferiore a tre anni.
Ornella, il giorno in cui le hanno detto che l'affidamento definitivo sarebbe passato a una famiglia di Casalecchio con due bambini e un giardino recintato, è scesa un'ultima volta al livello -3, da sola, con la torcia spenta stavolta. Si è fermata davanti al posto auto numero 47, quello vuoto ormai da settimane, e ci ha lasciato una ciotola d'acqua piena, come si fa per gli animali di strada quando fa caldo.
«Non serviva a niente, lo so» dice. «Ma mi sembrava giusto che quel posto, almeno una volta, restasse pieno invece che vuoto».











