Ventitré anni. È il tempo che sono passata senza rivolgere la parola a mio fratello Sandro, per una storia di soldi che oggi, a settantuno anni, quasi mi vergogno a raccontare.
Mi chiamo Ornella. Vivo a Cesena, in un appartamento al terzo piano di un palazzo degli anni Settanta, quello con il cortile dove d'estate stendono i panni tutti i condomini insieme e in inverno la caldaia fa un rumore che sembra debba esplodere da un momento all'altro. Sandro abita a Forlì, venti minuti di macchina, non di più. Eppure per ventitré anni quei venti minuti sono stati un oceano.
Era il 2003. Nostra madre era appena morta e c'era da dividere la casa di Bertinoro, quella con l'orto e i due meli che nonno aveva piantato prima della guerra. Sandro voleva venderla e dividere i soldi. Io volevo tenerla, perché ci avevo passato l'infanzia, perché in quella cucina c'era ancora il segno della mia altezza inciso nello stipite della porta. Abbiamo litigato in un modo che non credevo possibile tra due persone che avevano dormito nella stessa stanza per vent'anni. Lui mi disse che ero egoista. Io gli dissi che pensava solo ai soldi. Alla fine la casa l'abbiamo venduta comunque, per centoquarantamila euro, settantamila a testa. E da quel giorno, silenzio.
Non un vero litigio con urla continue, no. Peggio: un silenzio educato. Ci incrociavamo ai matrimoni dei cugini, ci scambiavamo un cenno, "come stai", "bene, e tu", e via. Ai funerali degli zii sedevamo su file diverse. Io mi ero convinta che fosse colpa sua. Lui, immagino, pensasse lo stesso di me.
Poi, due mesi fa, mia nipote Federica — la figlia di Sandro — mi ha chiamata una sera di luglio, verso le nove e mezza. Aveva la voce strana, di chi ha pianto e cerca di non farlo sentire al telefono.
"Zia, papà è caduto in giardino. L'hanno portato al Morgagni. Dicono che è il cuore."
Sono arrivata al pronto soccorso di Forlì con le chiavi della macchina ancora in mano, senza nemmeno essermi cambiata le scarpe da casa. Nella sala d'attesa c'era mia cognata Bruna, che non vedevo da anni se non di sfuggita, e Federica, e il figlio di Sandro, Michele, che aveva trentadue anni l'ultima volta che ci eravamo salutati con un abbraccio vero e ora ne ha trentasette.
Il medico è uscito dopo un'ora che a me è sembrata una notte intera. Ha detto una parola che non dimenticherò: "stabile". Non guarito. Non fuori pericolo. Stabile.
Mi hanno fatto entrare venti minuti dopo, uno alla volta. Sandro era attaccato a un monitor che faceva un suono regolare, per fortuna regolare, e aveva la pelle del colore della cera delle candele che si accendono in chiesa. Mi ha visto ed è rimasto in silenzio per qualche secondo. Poi ha detto:
"Sei venuta."
"Certo che sono venuta."
"Pensavo che dopo tutto questo tempo…"
Non ha finito la frase. Io mi sono seduta sulla sedia di plastica azzurra accanto al letto, quella scomoda che ti lascia il segno sulla schiena, e gli ho preso la mano. Aveva le vene in rilievo, la pelle sottile come carta velina. Mi sono ricordata di quando gli tagliavo le unghie da bambino perché lui aveva paura delle forbici.
"Sandro, quei soldi della casa. Non mi importa più niente."
"Nemmeno a me," ha detto lui. "Non mi importava già allora. Mi importava che tu smettessi di parlarmi."
Siamo rimasti lì, io con la sua mano nella mia, senza dire altro per un pezzo. Fuori, nel corridoio, sentivo il carrello della cena che sbatteva contro gli stipiti delle porte, e qualcuno che rideva piano a un distributore automatico.
È rimasto ricoverato undici giorni. Io ci sono andata ogni giorno, portandogli le albicocche di Bertinoro che compravo al mercato del giovedì in piazza, quelle piccole e un po' acerbe che a lui sono sempre piaciute più delle pesche. Bruna un pomeriggio mi ha detto, mentre aspettavamo fuori dalla stanza durante una visita dei medici: "Sai quante volte lui ha preso il telefono per chiamarti e poi ha riattaccato prima che squillasse?"
Non gliel'ho chiesto quante volte. Non volevo saperlo, perché il numero mi avrebbe fatto piangere lì, in corridoio, davanti al distributore delle bibite.
Quando l'hanno dimesso, sono andata io stessa a parlare con il notaio, lo studio Ricci in via Cavour, quello dove vent'anni prima avevamo firmato la divisione dell'eredità tra un silenzio e l'altro. Ho fatto preparare un atto semplice: la mia quota del terreno dietro casa di Bertinoro, quello che era rimasto indiviso perché nessuno dei due l'aveva mai voluto vendere per davvero, la intesto a Federica e Michele in parti uguali. Non per rimediare a ventitré anni con un pezzo di carta. Ma perché quel terreno, con i due meli del nonno ancora vivi, deve restare in famiglia, e io non ho figli miei a cui lasciarlo.
Ho portato l'atto firmato a Sandro un sabato mattina, a casa sua, mentre Bruna preparava il caffè nella moka sul fornello. Gliel'ho messo davanti sul tavolo della cucina.
"Cos'è?"
"Guarda tu stesso."
L'ho visto leggere, aggiustarsi gli occhiali due volte, e poi guardarmi con gli occhi lucidi. Non ha detto grazie. Ha detto solo: "I meli quest'anno hanno fatto tante mele. Vieni domenica a raccoglierle con noi?"
Ci sono andata. Federica ha fatto la torta di mele nel forno della cucina di Bertinoro, la stessa cucina dove c'è ancora il segno della mia altezza sullo stipite, perché quella casa, alla fine, l'ha ricomprata Michele qualche anno fa da chi l'aveva presa nel 2003, e nessuno di noi due lo sapeva finché non ce l'ha detto lui quel pomeriggio, ridendo, mentre tagliava le fette.
Sandro sta bene ora, cammina, prende le medicine, si lamenta che non può più mangiare i salumi come prima. La settimana scorsa mi ha chiamato per dirmi che aveva vinto ottanta euro al Superenalotto e voleva offrirmi la cena. Ho riso al telefono come non ridevo da anni.
Non so quanti anni ancora ci restano, né a lui né a me. So che la sedia accanto alla sua, in quella stanza d'ospedale, poteva restare vuota per sempre, e che io l'avrei saputo solo da una telefonata di Federica, troppo tardi per dirgli qualsiasi cosa. Adesso, quando lo chiamo la domenica sera solo per sentirlo, lui risponde sempre alla seconda squillata, mai alla prima, come se dovesse prendere un attimo per crederci ancora.












