Il portafoglio di Renata

Renata Colombo aveva sessantotto anni e una regola che ripeteva a se stessa ogni mattina davanti allo specchio del bagno: non guardare indietro, guarda solo a domani. L'aveva imparata tardi, quella regola. Troppo tardi, forse.

Viveva a Bergamo, in un appartamento al terzo piano di via Broseta, sopra una tabaccheria che vendeva anche i biglietti del Lotto. La domenica sentiva le campane di Sant'Alessandro e il profumo del panettone che la vicina, la signora Adele, cuoceva anche fuori stagione, tanto per abitudine.

Per trentun anni Renata aveva lavorato come contabile in una piccola azienda tessile della Val Seriana. Poi, tre anni fa, l'azienda aveva chiuso e lei si era ritrovata con la pensione minima e un vuoto nelle giornate che non sapeva come riempire. Suo marito Ettore se n'era andato dieci anni prima, un infarto mentre potava le rose sul balcone. Suo figlio Marco viveva a Torino, ingegnere, sempre di corsa, telefonate brevi la domenica sera.

La cosa che le pesava di più, però, non era la pensione né la solitudine. Era il portafoglio.

Quel portafoglio di pelle marrone, consumato agli angoli, che aveva prestato a Marco sei anni prima insieme a settemilacinquecento euro — i risparmi messi da parte per la casa al mare che non avrebbe mai comprato. Lui aveva bisogno di una caparra per l'appartamento a Torino, aveva giurato che li avrebbe restituiti entro un anno. Erano passati sei anni. Il portafoglio, invece, glielo aveva rimandato dopo un mese, dicendo che ne aveva comprato uno nuovo — come se restituire l'oggetto e non i soldi fosse un modo elegante di chiudere la faccenda.

Renata non ne aveva mai parlato con nessuno, tranne una volta con Adele, mentre stendevano il bucato sui fili tesi tra i balconi.

«E tu non gli hai mai chiesto niente?» aveva domandato Adele, con le mollette in bocca.

«Come faccio a chiedere soldi a mio figlio? È già così stretto con il mutuo.»

Ma dentro, ogni volta che apriva il cassetto del comò e vedeva quel portafoglio vuoto, sentiva un peso allo stomaco che non passava con nessuna camomilla.

Poi era arrivata la telefonata di marzo. Marco, la voce allegra come non la sentiva da anni: si sposava. Giulia, una collega, matrimonio a giugno, un ristorante sui colli torinesi, centoventi invitati. «Mamma, sarà bellissimo, dovresti vedere il posto.»

Renata aveva pianto di gioia, quella sera, sola in cucina, con una tazza di caffè che si raffreddava davanti a lei.

Le settimane successive furono un susseguirsi di telefonate sempre più pratiche. Il vestito. Il regalo. E poi, a metà maggio, la domanda che Marco fece con un tono leggero, come se stesse chiedendo di portare una torta:

«Mamma, senti, con Giulia stavamo pensando… per il viaggio di nozze ci mancano ancora un po' di soldi. Ottomila euro, più o meno. Pensavamo… tu hai la liquidazione, no? Ce li presteresti?»

Renata rimase in silenzio per qualche secondo, il telefono stretto in mano, gli occhi fissi sul calendario appeso in cucina, dove aveva già segnato con una crocetta rossa la data del matrimonio.

«Certo, Marco» disse, e la sua voce non tremò. «Vediamo cosa si può fare.»

Ma quella notte non dormì. Restò sveglia a fissare il soffitto, a fare i conti che conosceva già a memoria: settemilacinquecento euro prestati sei anni prima, mai restituiti. Ottomila euro richiesti ora, come se il primo debito non fosse mai esistito, come se lei non avesse già dato tutto quello che aveva da dare.

Il giorno dopo andò a trovare l'avvocato Bonetti, uno studio in centro vicino a Porta Nuova, dove era già stata anni prima per il testamento di Ettore. Portò con sé una cartellina di plastica trasparente, dentro la ricevuta scritta a mano che Marco le aveva firmato sei anni prima — un pezzo di carta ingiallito che lei aveva conservato senza sapere bene perché, forse perché già allora, in fondo, sapeva.

«Questa ricevuta ha ancora valore?» chiese all'avvocato.

«Sì, signora Colombo. Ma la domanda vera è cosa vuole fare lei.»

Renata ci pensò tre giorni. Poi chiamò Marco e gli chiese di venire a Bergamo, da solo, un sabato pomeriggio.

Lui arrivò con la sua Golf grigia, parcheggiò male davanti alla tabaccheria, salì le scale di corsa come sempre. Trovò il tavolo della cucina apparecchiato non per il caffè, ma con una cartellina blu al centro, tra la tovaglia a quadretti e la zuccheriera di ceramica che era stata di sua nonna.

«Mamma, che succede?»

Renata si sedette di fronte a lui, le mani ferme sopra la cartellina.

«Marco, tu ricordi i settemilacinquecento euro che ti ho prestato per la caparra dell'appartamento?»

Lui abbassò gli occhi un attimo, poi li rialzò, un po' infastidito. «Mamma, era tanto tempo fa, ora con il matrimonio non è il momento di…»

«È esattamente il momento» disse lei, aprendo la cartellina. «Qui dentro c'è la ricevuta che hai firmato tu. E qui» — tirò fuori un secondo foglio, un prospetto scritto a mano con l'aiuto dell'avvocato Bonetti — «c'è il conteggio di quanto mi devi, con gli interessi minimi che avrei preso da una banca. Novemilaseicento euro.»

Marco la guardò come se non la riconoscesse. «Stai scherzando.»

«No.» Renata prese un respiro. «Non ti do gli ottomila euro per il viaggio di nozze. Voglio indietro quello che è mio. E lo voglio prima del matrimonio, perché voglio venire al tuo matrimonio con la coscienza pulita, sapendo che non ho lasciato correre un'altra volta.»

«E se non li ho?»

«Allora troveremo un accordo. Cento euro al mese, duecento, quello che puoi. Ma un accordo scritto, con una data di inizio. Non un altro sì detto per non litigare.»

Marco restò seduto a lungo, il silenzio interrotto solo dal ticchettio della sveglia sul frigorifero. Poi si alzò, andò alla finestra, guardò giù verso la tabaccheria dove un cliente usciva contando le monete del resto.

«Perché non me l'hai mai chiesto prima?»

«Perché pensavo che chiedere indietro i soldi a un figlio fosse una cosa brutta da fare. Ho impiegato sei anni a capire che era una cosa brutta lasciarli lì, in silenzio, a marcire tra me e te.»

Marco tornò al tavolo. Prese la penna che sua madre aveva già preparato accanto al foglio. Firmò un piano di restituzione: trecento euro al mese, a partire dal primo luglio, dopo il matrimonio.

Non si abbracciarono, quel pomeriggio. Marco se ne andò con la cartellina blu sotto il braccio e un'espressione che Renata non seppe decifrare del tutto — forse vergogna, forse sollievo, forse entrambe le cose insieme.

Il matrimonio si tenne il ventuno giugno, sui colli torinesi, come promesso. Renata ballò con suo figlio, indossò un vestito color lavanda comprato coi propri risparmi, e quando Marco le versò il primo bonifico da trecento euro, il due di luglio, lei non disse niente a nessuno. Cancellò semplicemente, con una biro rossa, la prima casella di un calendario che aveva appeso nel cassetto del comò, proprio accanto al vecchio portafoglio marrone, ormai vuoto ma non più pesante.

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