Ilaria Merenda aveva quarantuno anni e un'officina di gommista in via Tiburtina, a Roma, ereditata dal padre. Non l'aveva ricevuta in regalo: l'aveva pagata in quattro anni, cento euro per ogni gomma che cambiava con le proprie mani, perché il meccanico, Sandro, se lo potevano permettere solo mezza giornata.
Il padre era morto a marzo, due giorni prima di Pasqua. L'ambulanza aveva impiegato venti minuti, perché sulla Tiburtina stavano rifacendo l'asfalto e la deviazione passava per viale Palmiro Togliatti. Ilaria si ricordava l'odore di gomma bruciata che restava nell'aria quel giorno — non se n'era andato nemmeno dopo che tutto era finito.
Testamento non ce n'era. Il notaio, nello studio di via del Corso, l'aveva detto chiaro: successione legittima, officina e appartamento per metà alla figlia e per metà al figlio. Il figlio, cioè Marco, il fratello di Ilaria, che in via Tiburtina non si era fatto vedere per tre anni perché — diceva lui — "non aveva tempo, tra l'azienda, i figli e il mutuo".
Si era presentato al funerale con un vestito ancora con l'etichetta sotto il colletto. Era rimasto vicino alla bara, aveva pianto forte, e due settimane dopo aveva telefonato per chiedere quanto valesse l'officina e se si potesse "vendere, perché guarda caso gli serviva l'anticipo per una casa a Casal Palocco".
Ilaria aveva proposto: lei gli avrebbe pagato la sua metà, in quattro anni, a rate, e l'officina sarebbe rimasta sua. Marco aveva accettato — a voce, davanti a un caffè al bar di piazza Bologna, con la madre, Rosanna, presente. Rosanna in quel momento aveva detto: "finalmente vi siete messi d'accordo, non c'è bisogno di un avvocato, siamo in famiglia".
Quattro anni. Cento euro per ogni gomma finivano sul conto di Marco, con bonifico, causale precisa: "saldo quota eredità paterna, rata X di 48". Ilaria teneva tutto su un foglio Excel — data, importo, numero della rata. Aveva anche una cosa che non aveva mai controllato: la firma del fratello su un documento qualsiasi. Perché il documento non esisteva. C'era solo il caffè a piazza Bologna e una parola data.
A settembre, pagata l'ultima rata, la quarantottesima, aveva chiamato Marco per fissare l'appuntamento dal notaio e mettere per iscritto il passaggio della sua metà. Marco era rimasto in silenzio un momento, poi aveva detto che doveva "parlarne con la moglie".
Una settimana dopo era arrivata una lettera. Non da Marco — da uno studio legale dell'Eur. Nella lettera si diceva che il signor Marco Merenda, in qualità di comproprietario dell'immobile di via Tiburtina, chiedeva lo scioglimento della comunione tramite vendita dell'immobile e divisione della somma, oppure il pagamento della sua quota secondo la valutazione di mercato attuale — e l'officina, dopo il rifacimento del tetto e il cambio dei ponti elevatori, era stata stimata ottocentodiecimila euro, non i quattrocento su cui Ilaria aveva calcolato le rate.
Lo aveva chiamato quella stessa sera. Aveva risposto al quarto squillo.
— Marco, che significa questa storia? Ti ho pagato per quattro anni!
— Ilaria, scusami, ma erano regali. Informali. L'avvocato dice che senza un accordo scritto non contano come saldo della quota, ma come donazione.
— Donazione? Ti ho mandato bonifici con scritto "saldo rata"!
— È la tua interpretazione. Io non ho firmato niente.
Lei era in officina, il telefono all'orecchio, e nell'altra mano una chiave a bussola con cui stava smontando un cerchione da una Golf di un cliente. Aveva posato la chiave sul banco così di scatto che il metallo aveva sbattuto contro il metallo, facendo saltare una graffetta appoggiata sopra le fatture.
La madre, Rosanna, quando Ilaria l'aveva chiamata, aveva detto solo: "forse in effetti bisognava scrivere tutto, io mica me ne intendo di legge". Nient'altro. Nessun "Marco, come hai potuto". Ilaria ricordava quel silenzio più della lettera dello studio legale.
Era andata da un'avvocata, Beatrice Cortesi, con studio a piazza Bologna. Beatrice aveva guardato il foglio Excel con le rate, i bonifici della banca, i messaggi in cui Marco, al terzo anno di pagamenti, scriveva "grazie Ilà, so che ti stai facendo un mazzo così". Aveva detto: — I bonifici con quella causale dimostrano che qualcosa c'era. Ma senza un accordo scritto che trasferisca la quota, non è ancora proprietà tua al cento per cento. Formalmente lui ha ragione: poteva ricevere quei soldi come una donazione qualsiasi, visto che non ha firmato nulla.
— E quindi cosa facciamo?
— Andiamo in tribunale per lo scioglimento della comunione tenendo conto delle spese sostenute. Hai le prove dei versamenti per quattro anni, le prove che sei stata tu a mantenere l'officina, a pagare l'IMU, i contributi tuoi e di Sandro. Questo conta come miglioria sul bene comune. Ma ci vorrà tempo. Un anno, forse più.
Ilaria non era rimasta con le mani in mano per un anno. A ottobre, un mese dopo la lettera dell'Eur, era andata dalla commercialista e aveva controllato una cosa che Marco aveva dimenticato: l'officina, da quattro anni, era registrata alla Camera di Commercio a suo nome, come unica titolare dell'attività a quell'indirizzo. Marco non era mai stato comproprietario dell'attività — solo dell'immobile, del capannone. Macchinari, ponti elevatori, compressore, contratti con i fornitori di gomme, tutta la clientela: era tutto registrato a nome di Ilaria personalmente, perché era stata lei, dopo la morte del padre, a rilevare formalmente la ditta, per poter continuare a lavorare e a pagare le rate.
Questo cambiava i rapporti di forza. Beatrice Cortesi lo aveva spiegato chiaramente: Marco poteva chiedere la divisione del capannone o il saldo della sua quota sull'immobile, ma non aveva alcun diritto sull'attività in sé, sull'attrezzatura comprata da Ilaria coi propri guadagni, né sui clienti. Se si fosse arrivati alla vendita del capannone, Ilaria aveva il diritto di trasferire in ogni momento l'officina — macchinari, ponti, compressore — in un altro locale, e Marco sarebbe rimasto con quattro muri vuoti, che avrebbe dovuto vendere lui stesso, trovandosi da solo un compratore per un capannone senza un'attività funzionante dentro.
A novembre la causa era arrivata al tribunale di Roma. Prima udienza, poi una seconda, con un perito per la valutazione dell'immobile. Marco si era presentato alla seconda udienza con un nuovo avvocato, più giovane, in un vestito visibilmente nuovo — come quello del funerale del padre. Si era seduto dall'altra parte dell'aula, senza guardare verso la sorella.
Il perito aveva valutato il capannone settecentosessantamila euro — meno di quanto chiedeva Marco, perché nella stima si teneva conto delle condizioni precedenti al rifacimento del tetto, che Ilaria aveva finanziato dopo la morte del padre, con soldi propri, senza alcun contributo del fratello. Il tribunale aveva riconosciuto questa come una spesa migliorativa che aumentava il valore dell'immobile, da conteggiare a favore di Ilaria nella divisione.
L'accordo era arrivato a febbraio, dopo quattro mesi di causa. Ilaria avrebbe pagato a Marco la sua metà della quota sul capannone — non sull'attività, solo sulle mura — meno la metà delle spese per il rifacimento del tetto e dell'impianto elettrico che lei aveva finanziato da sola. Cifra finale: duecentonovantamila euro, da versare entro sessanta giorni dalla firma dell'accordo, in cambio della rinuncia notarile di Marco a qualsiasi pretesa sull'immobile e sull'attività.
Ilaria aveva preso un mutuo di duecentomila euro in banca, in una filiale di via Nomentana, il resto lo aveva aggiunto coi risparmi messi da parte in quattro anni "per ogni evenienza" — ora sapeva per quale, esattamente.
Erano andati dal notaio ad aprile, un anno dopo la prima lettera dello studio dell'Eur. Anche Rosanna era venuta, si era seduta in sala d'attesa, senza entrare nello studio. Marco aveva firmato l'atto di rinuncia, ritirato il bonifico lo stesso giorno, ed era uscito senza una parola. Ilaria era uscita un quarto d'ora dopo, con una cartellina in cui c'era ormai un solo documento — l'atto notarile che dichiarava che l'officina di via Tiburtina, il capannone e l'attività, appartenevano soltanto a lei.
Fuori pioveva, una pioggia d'aprile, quella dopo la quale in officina odorava sempre di asfalto bagnato mischiato alla gomma. Ilaria era salita in macchina, aveva appoggiato la cartellina sul sedile del passeggero e le aveva allacciato la cintura, come si fa con qualcosa che potrebbe scivolare via in curva. Aveva chiamato Sandro, gli aveva detto che da lunedì lo assumeva a tempo pieno. Il motore si era acceso al secondo tentativo, come sempre nelle giornate umide.











