Lei aprì la cartella blu e quella iniziò a piangere

Lavoro in casa della signora Anna da dodici anni. Ogni martedì e venerdì, alle nove del mattino. So dove sta ogni tazza, ogni vecchia fotografia, il rumore di ogni persiana. Lei mi lascia le chiavi sul pensile da tre anni, ma io busso sempre due volte e le dico buongiorno dalla porta. Quel martedì, però, la porta non era chiusa come al solito. Quando sono entrata, ho visto che la maniglia era nuova. Lucida, ancora con l’adesivo del ferramenta sul bordo.

«Ha cambiato serratura, signora Anna?», ho chiesto appoggiando la borsa sulla sedia del corridoio.

«Sì, la vecchia si era inceppata», ha risposto senza voltarsi. Era già vestita, cosa strana. Di solito il martedì mattina girava in vestaglia fino alle dieci.

Poi è andata sul balcone a rinvasare i gerani. Io sono passata in cucina per preparare il caffè. La moka era già sul fuoco, il becco rivolto verso la finestra. L’ho spenta prima che uscisse tutta l’acqua. Mentre sciacquavo le tazzine, ho sentito il campanello.

Ho aperto io. Sul pianerottolo c’era una ragazza giovane, incinta di sicuro otto mesi. Cappotto color sabbia aperto, una borsa di cuoio lucida, capelli scuri perfetti. Avrà avuto venticinque anni, forse ventisei. Ha sorriso, ma non era un sorriso gentile. Era un sorriso da sopralluogo, come quando uno entra in un appartamento da affittare e controlla se la doccia è rotta.

«Sono Giulia», ha detto. «Cerco la moglie di Marco. Voi chi siete, la badante?»

Le ho risposto che lavoravo lì. Lei ha fatto un passo avanti senza chiedere permesso. Io mi sono spostata, d’istinto. Ha sfilato gli stivali e li ha lasciati storti davanti allo specchio. Poi ha spinto con la punta del piede le ciabatte della signora Anna, spostandole contro il mobile. Ha chiesto dove poteva lavarsi le mani. Io gliel’ho indicato. Lei è andata in bagno con passo sicuro, il tacco che faceva toc toc sul parquet.

Sono rimasta nel corridoio con il battito che mi saliva in gola. La signora Anna è entrata dalla porta-finestra. Aveva le mani sporche di terra. Io le ho detto a bassa voce: «Signora, c’è una ragazza. Dice che cerca la moglie di Marco».

Lei si è asciugata le mani su uno strofinaccio e non ha fatto una piega. Nemmeno un respiro più lungo. «Sta’ in cucina», mi ha detto. «Io sistemo questa cosa.»

Non sono rimasta in cucina. Mi sono appoggiata al muro nel corridoio, vicino alla porta socchiusa. Non per curiosità. Per paura. Conosco la signora Anna da dodici anni: è una donna che non alza mai la voce, che mette lo zucchero nella tazza solo dopo il caffè, che stira le lenzuola con l’amido. Una donna così, se la ferisci, non grida. Fa qualcosa di peggio.

Giulia è tornata dal bagno, è entrata in cucina e si è seduta senza aspettare l’invito. Ha passato una mano sul tavolo, poi si è sistemata il cappotto sulle ginocchia.

«Allora, signora Anna», ha esordito. «Vengo a parlarvi da donna a donna. Non serve fare scenate. Marco non ha il coraggio di dirvelo, quindi ve lo dico io. Tra noi sta per nascere un bambino.»

La signora Anna era in piedi vicino al lavello. Non beveva, non si agitava. Stava lì con le mani appoggiate sul bordo, come se contasse le piastrelle.

«Quindi?», ha detto solo.

Giulia si è sporta in avanti. «Quindi questa casa a tre stanze è sprecata per una persona sola. Voi avete una casa in campagna, a Loiano, vero? Me l’ha detto Marco. È calda, ci sono i fiori, avete pure l’orto. Perfetta per voi. Noi, invece, dobbiamo crescere un bambino. Qui vicino c’è l’asilo, il parco, la pediatra. È logico che restiate voi a fare un passo indietro. Non vi pare?»

La signora Anna ha guardato fuori dalla finestra. Ha chiuso la persiana con un gesto netto, poi si è voltata. «Vuoi un caffè?», ha chiesto.

«No», ha risposto Giulia. «In gravidanza non lo bevo.»

«Meglio così. Sarebbe stato un peccato sporcare una tazzina.»

Giulia ha sbuffato. Ha visto sul tavolo un piattino con dei cantucci alle mandorle. Li aveva fatti la signora Anna il lunedì, lo so perché l’ho aiutata a impastarli. Giulia ne ha preso uno, il più grosso, e ha dato un morso. Ha masticato due volte, poi ha storpiato la bocca. Si è portata due dita alle labbra e ha sputato il pezzo masticato direttamente sulla tovaglietta di lino bianca. Poi ci ha passato sopra il pollice, allargando la poltiglia. «C’è un pezzo di guscio», ha detto. «Non sopporto quando il cibo ha cose dure dentro.»

Io ho guardato quella tovaglietta. La signora Anna la teneva in fondo al cassetto, la usava solo per le occasioni. Sua nonna l’aveva ricamata a punto erba quando ancora si preparava il corredo. E adesso c’era sopra una macchia umida e grigia, con le briciole impastate.

La signora Anna non ha risposto. Ha aperto lo sportello del pensile, ha tirato fuori una cartellina blu e l’ha posata sul tavolo, davanti a Giulia. Poi ha tirato fuori una busta trasparente con dentro un foglio ingiallito.

«Visto che parliamo da donna a donna», ha detto con voce calma, «già che ci sei, guarda questo. È l’atto di donazione. Questa casa me l’ha data mia madre nel 1996, tre anni prima che sposassi Marco. L’ho fatta registrare dal notaio una settimana prima del matrimonio, giusto per non avere sorprese. Marco non è mai stato proprietario di niente. Nemmeno della lampada del corridoio.»

Giulia ha riso, ma la voce le tremava. «Marco mi ha mostrato gli scontrini dei lavori fatti qui. Ha rifatto il bagno, la cucina, il pavimento.»

«Certo. Ha pagato lui. Nel 2019, con i soldi che gli aveva prestato mio fratello. E comunque, anche se avesse pagato di tasca sua, non cambierebbe niente: l’immobile resta mio. C’è l’articolo del codice civile, se ti interessa. Ma c’è un altro dettaglio che Marco ti ha raccontato un po’ meno bene.»

Giulia si è passata la lingua sui denti. «Quale sarebbe?»

«Che da un anno e mezzo non lavora. La sua ditta di trasporti è fallita a febbraio dell’anno scorso. È pieno di debiti con due banche e con un’agenzia di recupero crediti. Ti ha mai parlato di una certa pratica numero 842? No, vero? Eppure è intestata anche a te, come convivente dichiarata al fintech che gli ha prestato i soldi per la tua borsa.»

La faccia di Giulia è cambiata in un secondo. Non sembrava più una ragazza che faceva il sopralluogo. Sembrava una che sta per cadere da una scala.

«Stai inventando tutto», ha detto. Ma le dita si sono attaccate al bordo del tavolo.

La signora Anna ha aperto la cartellina blu. Dentro c’erano fogli stampati da poco: estratti conto, lettere di messa in mora, una visura catastale, una nota del creditore con l’importo evidenziato in giallo. Centoquattordicimila e rotti di euro. Ho letto la cifra da lontano, non perché volessi, ma perché era scritta in grande.

«Centoquattordicimiladuecentottanta euro», ha detto la signora Anna. «Questo è il debito complessivo al mese scorso. Poi ci sono interessi. E siccome io ho rifiutato l’eredità di quei debiti, la responsabilità solidale è solo sua. Anzi, vostra, se avete in comune qualche conto. Ma voglio essere generosa: ti lascio leggere tutto con calma, anche se il tuo avvocato dovrà pagarselo da solo.»

Giulia è rimasta immobile. Una vena le pulsava sul collo. Poi ha guardato la signora Anna dritta negli occhi e ha detto, con un filo di voce: «Ma tu non puoi…»

«Posso eccome. E sai perché?», ha risposto la signora Anna chiudendo la cartellina. «Perché stamattina ho cambiato la serratura. Le valigie di Marco sono in cantina, due trolley neri. Li ho riempiti io, ho pure piegato le camicie. Quando stasera tornerà a casa, troverà la porta chiusa. E sai dove andrà? Da te. Non con le chiavi di questa casa, ma con i fogli della banca e un ordine di pagamento. Goditi il lieto fine.»

Giulia ha aperto la bocca. Nessun suono. Poi ha preso la borsa, l’ha stretta al petto come una bozza e si è alzata di scatto. La sedia è caduta indietro con un tonfo. Lei non l’ha raccolta. È corsa nel corridoio, ha infilato gli stivali senza chiusura e ha iniziato a tirare la porta. Il campanello del palazzo ha suonato due volte, forse per il citofono. Poi la porta si è chiusa con forza e nel pianerottolo è rimasto solo l’eco.

Sono entrata in cucina. La signora Anna era seduta al tavolo. Con calma ha preso la tovaglietta sporca, l’ha piegata in quattro e l’ha buttata nel secchio dell’umido. Poi ha versato l’acqua dalla moka ormai fredda e ha passato lo straccio sul piano.

«Signora, vuole che…», ho iniziato.

«Sì. Scendi in cantina e portami i due trolley. Li mettiamo davanti alla porta.»

L’ho fatto. Erano pesanti. Nel risalire le scale ho visto dal vetro del portone una Fiat Punto bianca ferma dall’altra parte della strada, con una ragazza al volante che piangeva. Non ho detto niente.

Quando ho messo i trolley davanti alla porta, la signora Anna ha preso il telefono e ha composto un numero. «Pronto? Sì, sono Anna. La pratica di sfratto? No, non serve. Mi serve solo la voltura delle spese condominiali a mio nome esclusivo. E mi porti la dichiarazione di cambio serratura, quella con la marca della mandata. Sì, oggi stesso se possibile.»

Ha riattaccato. Poi mi ha guardata. «Lucia, puoi andare prima oggi. Devo andare da un avvocato per una cosa di trent’anni fa. Meglio chiuderla adesso.»

Sono rimasta ferma un momento. Non le ho chiesto perché. Lei ha preso la nuova chiave dal tavolo, una chiave argentata con la testa lunga, e l’ha appesa al chiodo accanto alla porta. Poi ha spento la luce della cucina, ha indossato un cappotto blu e se n’è andata con la cartellina sotto il braccio. Il colpo del portone è stato netto, senza eco.

Sono uscita poco dopo. Sul pianerottolo c’era ancora l’odore del suo caffè bruciato. Ho chiuso la porta con attenzione, ho appoggiato la guancia sul legno e mi sono accorta che, per la prima volta in dodici anni, la casa della signora Anna faceva un rumore nuovo. Quello di una serratura straniera.

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Lei aprì la cartella blu e quella iniziò a piangere