Mi chiamo Renata Casadei, ho cinquantasette anni e faccio la notaia da ventidue, in uno studio con vista sul porticciolo di Portofino, dove d'estate l'odore del pesto si mischia a quello della salsedine e i clienti arrivano sudati dalle barche ormeggiate proprio sotto le mie finestre. Non sono io la protagonista di questa storia. Io l'ho solo vista passare, due volte, davanti alla mia scrivania — e la seconda volta ho capito che la prima non era andata come pensavo.
La prima volta fu in aprile. Entrò una donna sui quarantacinque anni, capelli scuri raccolti, un tailleur grigio troppo elegante per un martedì mattina qualunque: Ilaria Bertozzi. Veniva a formalizzare, mi disse, "una donazione preventiva" a favore del marito, Corrado Falchi, sessantatré anni, proprietario di un cantiere navale a Chiavari che dava lavoro a più di trenta persone. Corrado non venne con lei. Mandò una procura firmata e un messaggio gentile scritto a mano: "Mi fido di mia moglie più che di me stesso." Io firmai i documenti, timbrai, archiviai. Ilaria uscì con un sorriso che — lo confesso solo ora — mi sembrò un po' troppo composto per una donna che stava semplicemente proteggendo il futuro del marito.
Non seppi altro, per mesi. Il mio lavoro è fatto così: la gente entra, firma, esce, e raramente torna a raccontarti come è andata a finire.
Poi arrivò agosto, e con agosto arrivò la notizia che girava per tutto il golfo come il vento di libeccio: Corrado Falchi era scomparso in mare, al largo di Portofino, durante una gita in barca notturna con la moglie e un amico di famiglia, un certo Davide Solmi, personal trainer alla palestra dove Ilaria andava tre volte la settimana da un anno abbondante. La versione ufficiale, quella che Ilaria ripeteva ai carabinieri e agli amici con gli occhi gonfi, era semplice: Corrado aveva bevuto troppo Vermentino, era salito in coperta a prendere aria, ed era caduto. Le ricerche della Capitaneria di Porto durarono tre giorni. Non trovarono nulla.
Io, dal mio studio, vidi Ilaria tornare una seconda volta — questa volta non per una donazione, ma per chiedere l'apertura della successione. Era ottobre. Portava con sé un fascicolo di documenti già pronti: l'atto di morte presunta da avviare, l'elenco dei beni, persino i preventivi di due agenzie immobiliari per la vendita anticipata della villa di Camogli. Mi chiese quanto ci sarebbe voluto. Le dissi la verità: mesi, forse un anno, perché senza corpo la legge italiana richiede l'accertamento giudiziale della morte presunta, non basta la buona fede di una vedova in lutto.
Ilaria strinse le labbra. Fu l'unica cosa che vidi vacillare in lei, quel giorno: non il pianto, non lo sguardo perso — le mani, che si chiusero sul bordo della cartellina come se volessero spremerla.
Quello che accadde davvero al largo di Portofino, lo ricostruì piano piano il maresciallo dei carabinieri di Rapallo, un uomo paziente di nome Alberto Ferro che veniva spesso nel mio studio a controllare atti notarili durante le indagini patrimoniali. Fu lui, mesi dopo, a raccontarmi — non tutto, mai tutto, ma abbastanza — come erano andate davvero le cose quella notte di agosto.
Corrado era salito sulla sua barca, un gozzo ligure di dodici metri, convinto di passare un fine settimana romantico con la moglie. Al largo, oltre la punta del Faro, trovò ad aspettarlo Davide Solmi. E un uomo che non conosceva: un marinaio ingaggiato dalla stessa Ilaria, pagato in contanti, con la promessa di una somma ben più grande a lavoro concluso.
— Cosa ci fa lui qui? — chiese Corrado, guardando Davide con la fronte corrugata.
Ilaria non rispose. Il marinaio gli si mise dietro e lo bloccò per le braccia. Corrado si divincolò, ma erano in tre contro uno, e in pochi secondi lo costrinsero in ginocchio sul ponte di teak, le mani legate con una cima da ormeggio.
— Ilaria, perché? — chiese lui, la voce rotta.
— Perché sono stanca di aspettare — rispose lei, senza alzare la voce, come se stesse dando indicazioni per una cena.
Davide portò una catena arrugginita e un'ancora pesante presa dal gavone di prua. La legarono alla caviglia destra di Corrado. Lui li guardava, uno per uno, cercando negli occhi della moglie un ripensamento che non arrivò mai. Lo trascinarono fino al bordo. Fu il marinaio a spingere per primo l'ancora oltre la murata; Davide finì il lavoro spingendo Corrado in acqua.
Ilaria si affacciò alla battagliola. Per qualche secondo vide le bolle salire, poi il mare tornò liscio, nero, indifferente. Davide le mise un braccio intorno alla vita.
— Ora è tutto nostro.
Stapparono una bottiglia di Franciacorta che Ilaria aveva portato apposta, chiusa nel ghiaccio da tutto il viaggio, come se avesse già saputo cosa festeggiare.
Quello che non sapevano — quello che nessuno dei tre poteva immaginare — era che Corrado, da ragazzo, aveva fatto il sub professionista per otto anni prima di ereditare il cantiere del padre. Sotto il ponte, in un piccolo vano stagno vicino al motore, teneva sempre un coltello da sub e una muta d'emergenza, retaggio di un'abitudine che nessuno in famiglia aveva mai preso sul serio. Non gliel'aveva servita quella notte — non ebbe tempo di raggiungerla. Ma aveva ancora, cucito nella cintura dei pantaloncini, un piccolo coltello pieghevole che portava sempre, per superstizione, da quando il mare gli aveva insegnato a non fidarsi mai del tutto.
Mentre affondava, con la catena che lo trascinava giù, l'ancora urtò contro una sporgenza metallica dello scafo — probabilmente il supporto dell'elica di manovra — e per due, tre secondi il peso smise di tirare. Bastò a Corrado per portare le mani legate al fianco, aprire il coltello con i denti e tagliare la corda che gli stringeva i polsi, poi la catena attorno alla caviglia, ormai allentata dall'impatto. Risalì in apnea, il petto che scoppiava, e riemerse a un centinaio di metri dalla poppa, nascosto dal buio e dalla scia della barca che già si allontanava verso Portofino.
Restò in acqua quasi due ore, portato dalla corrente verso il largo, finché due pescatori di Camogli, usciti presto per calare le reti, non lo videro sbattere le braccia a fatica sotto il fascio della loro torcia. Lo tirarono a bordo mezzo assiderato, convinti in un primo momento di aver ripescato un annegato.
Corrado voleva chiamare subito i carabinieri. Fu il maresciallo Ferro, informato quella stessa notte dal comandante del porto, a chiedergli di aspettare: per incastrare chi lo aveva quasi ucciso serviva che Ilaria si credesse al sicuro, che continuasse a muoversi come se il marito fosse davvero sul fondo del Tirreno.
E lei si mosse, eccome. Nelle settimane successive scrisse decine di messaggi a Davide — messaggi che i carabinieri intercettarono con un decreto della Procura di Genova — parlando di vendere la villa di Camogli, di trasferire quote del cantiere, di un conto aperto a Lugano dove far confluire, poco alla volta, il patrimonio di Corrado. Trovarono anche il bonifico fatto al marinaio il giorno prima della gita: seimila euro, causale "consulenza tecnica imbarcazione". E c'era la telecamera di sicurezza che Corrado, dopo due furti di attrezzatura subacquea l'estate precedente, aveva fatto installare in coperta senza dirlo a nessuno, nemmeno alla moglie: una telecamerina grande quanto un pollice, nascosta nella lampada di via.
Ferro mi raccontò l'ultima scena come l'aveva vista lui, perché quel giorno era in servizio davanti alla villa di Camogli. Erano le nove del mattino di un martedì di ottobre — lo stesso identico giorno, per una coincidenza che nessuno aveva cercato, in cui Ilaria era passata dal mio studio a chiedere l'apertura della successione. I carabinieri suonarono al cancello. Ilaria aprì convinta fosse una formalità, un aggiornamento sulle ricerche. Il maresciallo posò sul tavolo della cucina, senza dire una parola, una fotografia: Corrado, vivo, seduto su una sedia della Capitaneria di Rapallo, con addosso ancora la coperta termica dei soccorsi.
Ilaria restò con la fotografia in mano per un tempo lungo, immobile, come se aspettasse che l'immagine cambiasse. Non cambiò.
Arrestarono Davide quella stessa sera, mentre usciva dalla palestra col borsone in spalla. Il marinaio fu fermato due giorni dopo a Sanremo, mentre cercava di imbarcarsi su un traghetto per la Corsica.
Io rividi Corrado solo una volta, a gennaio, quando tornò nel mio studio — da solo, questa volta — per far annullare la procura e revocare formalmente la donazione fatta ad aprile. Portava una cartellina blu, sottile, dentro c'era tutto: l'atto originale, il certificato medico dell'ospedale di Rapallo, la copia della denuncia. Firmò con calma, senza fretta, la mano ferma sul foglio.
— Vuole aggiungere altro, prima che registri l'atto? — gli chiesi, come faccio sempre.
Lui guardò fuori dalla finestra, verso il porticciolo dove le barche dondolavano piano nell'acqua di gennaio.
— No — disse. — Ho già tolto tutto quello che c'era da togliere.
Firmai anche quello. Timbrai. Lo archiviai insieme al primo fascicolo, quello di aprile, così che restassero vicini nello schedario: la donazione e la sua cancellazione, una accanto all'altra, come due facce della stessa moneta.












