Quattrocentotrentasette giorni con una tazza vuota sul balcone

Faccio la portinaia in un palazzo di corso Vittorio Emanuele, a Lucca, da diciannove anni, e in tutto questo tempo ho visto entrare e uscire più scatoloni di trasloco che persone. Ma quella storia del gatto dei Ferretti, al terzo piano, non l'ho più dimenticata.

Li conoscevo bene, Renzo e sua moglie Ombretta. Lui, sessantatré anni, ex tecnico delle Poste, ora in pensione, sempre con la bicicletta arrugginita legata al palo davanti al portone. Lei insegnava disegno alle medie, prima di andare in pensione anche lei. Avevano un gatto rosso e bianco, Girino lo chiamavano — non so perché, forse per quella macchiolina bianca sotto il mento, a forma di goccia, che sembrava davvero uno di quei girini che si vedono nelle pozzanghere a primavera. Un taglietto sopra un occhio, souvenir di qualche rissa di gioventù. Passava le giornate sul davanzale del terzo piano, quello che dà sul cortile interno dove stendo io i miei panni il martedì e il venerdì.

Una sera di ottobre — mi ricordo perché avevano appena riacceso il termosifone del vano scale e puzzava di ruggine bruciata — Renzo bussò alla mia guardiola. Aveva la faccia di chi ha perso qualcosa di importante, tipo le chiavi di casa o peggio.

"Signora Adele, per caso ha visto Girino? Da stamattina non si trova."

Io non l'avevo visto. Quel pomeriggio c'era stato un via vai di operai per portare su un divano nuovo ai Bonomelli, del quinto piano, e la porta del cortile era rimasta aperta più volte del solito. Dissi che tenevo gli occhi aperti, come faccio sempre — è il mio mestiere, in fondo, sapere chi entra e chi esce.

I giorni dopo affissero i volantini in tutto il palazzo, anche sulla bacheca dell'ascensore dove di solito ci sono solo gli avvisi del condominio. Una foto di Girino con gli occhi verdi spalancati, e sotto: "Smarrito, molto affezionato ai proprietari, si prega di chiamare". Ombretta veniva a chiedermi ogni mattina, prima di uscire per la spesa al mercato di piazza Anfiteatro, se qualcuno avesse telefonato. Io scuotevo la testa e lei se ne andava con le spalle un po' più curve di quanto non fossero il giorno prima.

Girarono voci, come succede sempre in un palazzo. Qualcuno l'aveva visto vicino ai cassonetti di via del Fosso. Un'altra signora giurava di averlo notato sotto un furgone parcheggiato in via Santa Croce. Ogni volta Renzo prendeva la bici e andava a controllare. Tornava sempre a mani vuote, con la faccia più grigia della volta prima.

Passarono le settimane, poi i mesi. A Natale i Ferretti non misero l'albero nell'androne come facevano sempre, quello con le palline rosse che i bambini del palazzo guardavano incantati. Io notai che la ciotola dell'acqua era sparita dal balconcino solo verso febbraio — Ombretta l'aveva tenuta lì per mesi, vuota, come se aspettasse ancora qualcuno che tornasse a berci.

Un giorno, forse a marzo, mentre sistemavo la posta nelle cassette, sentii Renzo dire alla moglie, sul pianerottolo: "Forse dobbiamo accettarlo". Lei non rispose. Restarono lì, fermi, per un bel po', e poi salirono le scale senza dire più niente.

Io, per la verità, avevo smesso di aspettarmi qualcosa. Passavo davanti al portone tutte le mattine alle sette per aprire, e ormai il pensiero di Girino non mi tornava più in mente come i primi tempi.

Poi, un pomeriggio di fine estate — erano passati più di quattordici mesi da quella sera d'ottobre — stavo appendendo le lenzuola quando vidi Renzo tornare a piedi, con la bici a mano invece che in sella, camminando piano lungo il muretto del cortile. Aveva qualcosa in braccio, avvolto nella giacca a vento blu che portava sempre d'inverno anche se faceva ancora caldo.

Mi si avvicinò senza dire una parola. Aprì un lembo della giacca. Dentro, un gatto magrissimo, il pelo sporco e opaco, gli occhi socchiusi per la stanchezza. Ma sotto il mento, quella macchiolina bianca a forma di goccia c'era ancora.

"L'ho trovato sotto un camion, dalle parti di San Concordio," mi disse, con la voce che gli tremava. "Ho fischiato come facevo sempre — due note corte, una lunga — e lui è corso da me."

Io mi fermai con una molletta ancora in mano. Non sapevo cosa dire. Renzo si sedette sul gradino dell'ingresso, proprio lì davanti alla mia guardiola, e pianse come raramente ho visto piangere un uomo della sua età. Il gatto, in braccio, faceva le fusa — le sentivo anche da dove stavo io, a tre metri di distanza.

Salì a chiamare Ombretta dal citofono del cortile, perché non voleva muoversi con quel peso fragile tra le braccia. Lei scese di corsa, in ciabatte, i capelli ancora raccolti dal fazzoletto che usava per le pulizie. Si fermò sulla soglia del portone. Si portò una mano alla bocca.

"Girino?"

Il gatto la fissò senza muoversi, come a riconoscere qualcosa di lontano. Poi scattò dalle braccia di Renzo e corse verso di lei. Ombretta si inginocchiò sul marciapiede, senza badare al vestito, e lo strinse contro il petto.

Io rientrai nella guardiola, perché certe cose non vanno guardate troppo da vicino, anche se abiti nello stesso palazzo da diciannove anni. Ma prima di chiudere la porta a vetri, vidi Renzo tirare fuori dal borsello il libretto sanitario del gatto — quello vecchio, con la foto di Girino cucciolo attaccata sopra — e segnarci a penna la data di quel giorno, come per fissarla per sempre.

Il veterinario di via dei Bacchettoni, il dottor Salviati, disse poi che Girino era sopravvissuto probabilmente tra i tetti e i cortili della zona, nutrito qua e là da qualche anima pietosa, per quattordici mesi e mezzo: quattrocentotrentasette giorni esatti, li contò Renzo quella notte stessa, segnando ogni mese sul calendario in cucina. Nessuno seppe mai dire con certezza dove fosse stato tutto quel tempo.

La sera stessa vidi Ombretta salire con la ciotola dell'acqua, quella tenuta vuota per mesi sul davanzale. La riempì al rubinetto del lavandino e la posò di nuovo al suo posto, sul balconcino del terzo piano. E da quella sera, ogni volta che stendo i panni nel cortile e alzo gli occhi, Girino è sempre lì, sul suo davanzale, come se non fosse mai andato via.

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