La festa di Anna Rizzo

Il salone del Castello di Belmonte era illuminato come per un matrimonio reale, e in un certo senso lo era: cinquecento invitati, tre fornitori di catering, e al centro di tutto, Anna Rizzo con un abito color ocra che le era costato quattro mesi di stipendio.

Anna aveva quarantatré anni ed era la direttrice finanziaria della Lambretti Costruzioni, un'impresa di appalti pubblici con sede a Bergamo che da vent'anni vinceva gare d'appalto per la ristrutturazione di scuole e ospedali in tutta la Lombardia. Quella sera si festeggiava il trentesimo anniversario dell'azienda, fondata dal padre del titolare attuale, Carlo Lambretti.

E Carlo Lambretti era sposato con Giulia.

Giulia Lambretti, capelli biondo platino, quarantasei anni, da sempre convinta che Anna le avesse rubato qualcosa—non un uomo, non un amante, ma qualcosa di più prezioso agli occhi di Giulia: la fiducia di Carlo. Perché era stata Anna, tre mesi prima, a scoprire che due milioni e seicentomila euro erano scomparsi dai conti della società attraverso fatture gonfiate per lavori mai eseguiti su un cantiere a Treviglio. E il nome che compariva su quei bonifici, nascosto dietro una società di consulenza fittizia, era quello di Giulia.

Anna non aveva ancora parlato con Carlo. Aveva scelto di aspettare, di raccogliere prove, di muoversi solo quando fosse stata sicura di non potersi sbagliare. Ma Giulia, che aveva intuito il pericolo, aveva deciso di agire prima.

La torta a sorpresa era arrivata proprio mentre Anna stava ricevendo gli applausi per il discorso sui risultati dell'anno. Due camerieri, pagati da Giulia con duecento euro ciascuno, avevano "inciampato" rovesciandole addosso un vassoio di panna e glassa al cioccolato, dalla testa ai sandali dorati.

"Questo è quello che si merita," aveva gridato Giulia, alzando il flûte di champagne, la voce che rimbombava tra le colonne di marmo del salone. Gli invitati, increduli, erano scoppiati in una risata nervosa, pensando a uno scherzo di cattivo gusto organizzato per gioco. Nessuno aveva notato cosa fosse caduto dalla borsetta di Anna nell'urto: un piccolo registratore digitale nero, finito proprio nella pozza di glassa, la sua lucina rossa che continuava a lampeggiare.

Quel registratore era lì da settimane. Anna lo portava sempre con sé da quando aveva iniziato a indagare, convinta che Giulia, messa alle strette, non avrebbe negato—avrebbe minacciato. E aveva ragione: due giorni prima, in un parcheggio sotterraneo di Bergamo, Giulia l'aveva affrontata, confessando quasi tutto, certa che nessuno potesse sentirla. "Quei soldi mi servivano per il debito di mio fratello," aveva detto. "E se provi a dirlo a Carlo, ti faccio passare per pazza. Ho già preparato le prove false. Hai capito bene cosa ti aspetta?"

Tutto registrato. Data, ora, voce chiaramente riconoscibile.

Anna si chinò in mezzo alla glassa che le colava dai capelli sul vestito ormai rovinato. Le dita le tremavano—non per paura, ma per la scarica che ti viene dopo un urto, quella che arriva sempre in ritardo. Raccolse il registratore, lo passò due volte sui pantaloni di un cameriere lì vicino per togliergli la glassa, e se lo tenne in mano come un sasso raccolto da terra, senza sapere ancora se l'avrebbe lanciato.

Le risate si spensero di colpo. Il viso di Giulia virò allo stesso colore della glassa sul vestito della sua rivale. Il flûte le scivolò dalle mani e si frantumò sul marmo—unico rumore in una stanza ormai paralizzata dal silenzio.

Carlo Lambretti, che fino a un istante prima rideva accanto a sua moglie, smise di sorridere. "Giulia, che cosa significa 'quello che si merita'? Di cosa stai parlando?"

Nessuno rispose. Anna guardò il registratore, poi il podio, poi di nuovo il registratore. Non aveva previsto niente di tutto questo—aveva un notaio prenotato per il giorno dopo, un piano fatto di carte e appuntamenti, non di cioccolato e cinquecento persone. Ma il microfono era lì, acceso, a due metri da lei, e qualcosa dentro le disse che non ci sarebbe stata un'altra occasione così.

Salì i due gradini del podio con le scarpe che le scivolavano per la panna. Girò il registratore, cercando a tentoni la porticina del vano batterie, le mani sporche che le facevano perdere la presa sul cavo dell'adattatore pescato in borsa—quello che usava di solito per collegare il telefono alle cuffie durante i viaggi di lavoro. Ci mise tre tentativi prima di sentire lo scatto giusto nel jack.

La voce di Giulia riempì il salone, distorta dall'eco ma perfettamente comprensibile: "Quei soldi mi servivano per il debito di mio fratello… E se provi a dirlo a Carlo, ti faccio passare per pazza…"

Trenta secondi. Bastarono trenta secondi a distruggere trent'anni di reputazione.

Carlo si avvicinò alla moglie, il viso grigio, la voce che tremava più di rabbia che di sorpresa. "Il cantiere di Treviglio. I due milioni e seicentomila euro." Si fermò, come se dover pronunciare il nome della moglie gli costasse. "Eri tu."

Giulia provò a ridere, un suono stridulo e falso. "Carlo, è un montaggio, questa donna vuole prendere il mio posto, vuole—"

"Ho le fatture originali, Giulia," disse Anna dal podio, la glassa che le colava ancora lungo un braccio e le si seccava sul gomito. Si accorse solo in quel momento che aveva la gola secca, che la voce le usciva più bassa del solito. "Ho le firme sui conti della Delta Consulting, la società che hai aperto a nome di tua cugina a Cremona nel duemilaventiquattro. Ho le ricevute dei pagamenti in contanti al casinò di Campione d'Italia. Domani mattina tutto questo era già destinato alla Guardia di Finanza. Ho solo anticipato la data."

Il silenzio nel salone era così assoluto che si sentiva il ronzio dei condizionatori.

Carlo restò fermo per un tempo troppo lungo, gli occhi che andavano da Giulia ad Anna e poi di nuovo a Giulia, come se cercasse in una di loro due il permesso di crederci davvero. Si tolse la fede—non con un gesto da film, ma impacciato, perché l'anello gli era un po' stretto da anni e dovette girarlo due volte prima che uscisse—e la posò sul tavolo più vicino, davanti a cinquecento testimoni. La voce gli si spezzò su una sola parola: "Fuori." Poi chiamò la sicurezza del castello e chiese che accompagnassero sua moglie via, "con calma, ma subito."

Anna scese dal podio e si chiuse nel bagno delle signore prima ancora che la sicurezza arrivasse. Si tenne ai lati del lavandino, aspettando che lo stomaco si decidesse, e quando non successe niente si limitò a guardarsi nello specchio: i capelli incollati di cioccolato, il mascara che aveva ceduto sotto un occhio. Pensò, senza nessuna soddisfazione particolare, che da quella sera Carlo l'avrebbe sempre guardata come la donna che aveva visto tutto crollare—e che non era sicura le piacesse, quel ruolo.

Nei giorni successivi non ci fu niente di cinematografico. L'avvocato della Lambretti Costruzioni le telefonò alle sette del mattino per dirle che il dossier—centoquattordici pagine tra bonifici, registrazione e estratti conto della Delta Consulting—era già nelle mani della Guardia di Finanza, e Anna rispose "bene" stando ancora in vestaglia, con il caffè che le si freddava sul bancone della cucina. Il sequestro preventivo sui beni personali di Giulia arrivò una settimana dopo; Carlo depositò la domanda di separazione lo stesso giorno in cui la notizia finì sui giornali economici locali, e in ufficio nessuno osò chiederle niente per tre giorni di fila.

Alla Banca Popolare di Bergamo, l'impiegata allo sportello—una donna sulla cinquantina che Anna non aveva mai visto prima—le riconobbe il nome dalla carta d'identità e per un attimo smise di digitare. "È lei quella della festa," disse, non come domanda. Anna annuì una volta sola e le passò i documenti per far annullare la delega di firma che Giulia aveva ancora sul conto aziendale; l'impiegata non fece altre domande, ma le restituì la carta con una gentilezza in più, come si fa con chi è appena uscito da un ospedale. Il conto nuovo, con firma congiunta soltanto tra lei e Carlo, fu aperto nel giro di un'ora, mentre fuori pioveva e Anna aspettava con l'ombrello bagnato appoggiato alla gamba della sedia.

La cartellina del notaio Franchetti finì in una cassetta di sicurezza, nello stesso istituto. Il lunedì dopo tornò al lavoro con il suo tailleur grigio di sempre—quello con la piega sulla manica sinistra che non era più venuta via dal primo lavaggio, da quella sera—e per due giorni, nonostante tre docce, le restò addosso un filo di odore di cioccolato tra i capelli. Nessuno, in ufficio, glielo fece notare.

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