Livia Ferrante li ha contati uno per uno, seduta sul divano di casa sua a Perugia, guardando la scatola di cartone che sua sorella Beatrice le aveva lasciato davanti alla porta senza suonare il campanello. Dentro c'erano tre foto di famiglia, un maglione dimenticato l'estate scorsa e la tazza con le violette dipinte a mano — quella che era stata della nonna, e che ogni volta finiva sul tavolo di Beatrice a Natale, come se la memoria si potesse ereditare per squadra.
Aveva quarantasette anni, Livia. Faceva l'estetista in un salone di via dei Priori da vent'anni, aveva cresciuto due figli quasi da sola dopo il divorzio, e per undici anni — undici, li aveva contati anche quelli — aveva accettato di essere quella che sbagliava sempre, in ogni pranzo domenicale, in ogni battesimo, in ogni telefonata che cominciava con "senti, non prendertela, ma…"
Non prendertela, ma tuo marito non ti ha mai saputo scegliere bene.
Non prendertela, ma i tuoi figli sono un po' maleducati, dai, dillo che è colpa tua che lavori troppo.
Non prendertela, ma quella storia del negozio, undici anni fa, ancora non l'abbiamo capita bene.
La storia del negozio era semplice, in realtà: la madre, prima di morire, aveva lasciato a Livia una piccola somma — settemila euro — perché l'aveva aiutata per tre anni con le medicine e le notti in ospedale, mentre Beatrice, più giovane e più libera, viveva a Milano e tornava per Pasqua. Beatrice non l'aveva mai detto chiaramente che le sembrava ingiusto. L'aveva fatto capire ogni volta, per anni, con una frase buttata lì a fine cena, con uno sguardo alla sorella quando qualcuno tirava fuori l'argomento eredità, con un "ah, tu che hai sempre saputo come sistemarti" detto ridendo, che rideva solo lei.
Livia aveva provato a parlarne davvero una volta sola, l'anno scorso, a Ferragosto, in cucina, mentre lavavano i piatti e gli altri erano fuori a guardare i fuochi dal terrazzo. Aveva detto: mi fai male, Bea, ogni volta che tiri fuori quella storia mi fai sentire una ladra in casa mia. Beatrice aveva asciugato un piatto, l'aveva messo nella credenza, e aveva risposto: ma dai, è solo per scherzare, sei sempre così permalosa te.
Era finita lì. Come sempre.
Poi era arrivato il matrimonio della figlia di Beatrice, Chiara, fissato per il tredici settembre in una villa vicino al lago Trasimeno. Livia aveva aiutato a scegliere il catering, aveva prestato duemila euro per l'acconto della location — soldi che nessuno le aveva mai restituito, e lei non li aveva mai chiesti — e tre settimane prima del matrimonio aveva scoperto, per caso, sfogliando la lista degli invitati lasciata aperta sul tablet della madre durante una visita, che il suo nome non c'era.
Non era stato dimenticato. Era stato cancellato con una riga sopra, a penna, sulla stampa cartacea che teneva in un cassetto: si vedeva ancora "Livia + accompagnatore", con una linea netta sopra, e a fianco, di suo pugno, Beatrice aveva scritto: "meglio di no, fa scena col discorso dei soldi, poi si mette a piangere davanti a tutti come l'anno scorso al battesimo."
Livia era rimasta in piedi davanti a quel cassetto per un tempo che non sapeva quantificare. Fuori, in strada, un motorino passava e ripassava, e dalla finestra della cucina entrava l'odore di un ragù che qualcuno stava preparando al piano di sotto. Aveva richiuso il cassetto piano, aveva salutato la sorella con una scusa qualunque, ed era tornata a casa senza dire una parola.
Non aveva urlato. Non aveva scritto messaggi furiosi. Aveva semplicemente smesso di rispondere.
Beatrice aveva provato a chiamarla tre volte nella prima settimana. Poi aveva mandato un vocale di due minuti in cui diceva che Livia stava esagerando, che era solo un problema organizzativo con i posti a tavola, che non capiva perché si stesse comportando così, dopo tutto quello che la famiglia aveva fatto per lei. Livia aveva ascoltato il vocale una volta sola, seduta al tavolo della cucina, con la luce del lampadario che faceva un piccolo ronzio perché andava cambiata la lampadina da mesi — un dettaglio stupido a cui in quel momento pensava più che a Beatrice — e poi aveva cancellato il messaggio.
Aveva scritto un'unica risposta, dieci giorni dopo, breve: "Ho visto la lista, Bea. Ho visto cosa hai scritto. Non servono altre spiegazioni."
Da lì, silenzio.
Il matrimonio si è celebrato il tredici settembre, come previsto. Livia non c'era. Ha passato quella domenica a Perugia, ha aperto il salone anche se era chiuso per festa, ha risistemato gli scaffali dei prodotti solo per avere le mani occupate, e verso le sei del pomeriggio ha ricevuto una telefonata dalla madre — la loro madre era morta cinque anni prima, ma per un attimo, prima di guardare lo schermo, il cuore le ha fatto un salto assurdo, come se fosse ancora possibile. Era invece la zia Rosanna, la sorella della madre, che le chiedeva perché non fosse alla villa, e Livia le ha detto solo: "Chiedilo a Beatrice, zia. Lei sa."
Sono passate tre settimane. Oggi, venti settembre, Livia ha in mano quella tazza con le violette, tirata fuori dalla scatola lasciata sulla porta. La gira tra le dita, guarda il piccolo segno di usura sul manico, dove per anni ci hanno passato tante mani diverse — quella della madre, la propria, quella dei figli da bambini.
Non la rimette nella credenza vicino alle altre tazze di famiglia. La lava, la asciuga con cura, e la mette da parte in una scatola diversa, quella dei ricordi che tiene solo per sé, in cima all'armadio della camera.
Poi prende il telefono e fa una cosa che non aveva ancora fatto in tre settimane: apre l'app della banca, cerca il bonifico di duemila euro fatto a marzo per l'acconto del matrimonio di Chiara, e scrive un messaggio a Beatrice — il primo dopo il silenzio — senza rabbia, senza punti esclamativi: "Ti mando l'IBAN. Aspetto la restituzione dei duemila euro entro fine mese. Per il resto, non aspettarti più una mia chiamata: quella parte l'ho chiusa io."
Manda il messaggio. Appoggia il telefono sul tavolo, capovolto, e va ad aprire la finestra della cucina, perché fuori, nel cortile condominiale, qualcuno ha acceso il barbecue e l'odore di carne alla griglia si mescola a quello dei gerani che ha piantato in primavera, e per la prima volta da settimane, Livia si accorge che ha fame.
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