Il violino di Sara: perché Marco Ferraris ha chiuso il teatro per undici anni

Sono stato io ad accompagnare Marco fuori dal cimitero di Bergamo, quel pomeriggio di marzo. Guidavo io, perché lui non riusciva a tenere dritte le mani sul volante. Ero il suo agente da otto anni, gli avevo trovato le parti nei musical al Teatro Donizetti, avevo negoziato il contratto per quella fiction Rai che lo aveva fatto conoscere a tutta Italia. Quel giorno avevo in tasca ancora una proposta firmata: un film a Cinecittà, produzione internazionale, due mesi di riprese. Non gliel'ho mai data.

Sara, sua moglie, se n'era andata in ventidue giorni. Un tumore al pancreas che nessuno aveva visto arrivare. Lasciava due bambini: Elia di sei anni e Chiara che ne aveva appena compiuti quattro, la festa di compleanno l'avevano fatta in ospedale, con un pandoro tagliato a fette sottili perché lei non riusciva più a masticare.

Io ricordo il dettaglio che nessun giornale ha mai scritto: nell'appartamento di Marco, sopra il pianoforte, c'era ancora l'astuccio del violino di Sara, chiuso, con lo spartito di un Kreisler segnato a matita. Nessuno lo ha più aperto. Ci ho fatto caso perché ogni volta che andavo a trovarlo per parlare di lavoro, i miei occhi ci finivano sopra, e lui se ne accorgeva, e cambiava discorso.

Per due anni Marco ha continuato a lavorare. Faceva il doppiaggio, qualche spot, un ruolo secondario in una serie tv girata a Milano che gli permetteva di tornare a casa la sera. Io insistevo, con delicatezza all'inizio: c'era un ruolo da protagonista, la Fininvest voleva lui per una miniserie storica, sei mesi tra Roma e Tunisi. Gli avrebbe cambiato la carriera. Gliene parlai un pomeriggio di ottobre, seduti in un bar vicino a Porta Venezia, e lui mi guardò e disse solo: "Elia ha l'interrogazione di matematica venerdì. Chi lo aiuta a studiare se sono a Tunisi?"

Non era una domanda retorica. Aspettava davvero una risposta, come se io potessi trovargliene una.

Nel 1998 mi disse basta. Non fu una scenata, non un annuncio in conferenza stampa, niente di quello che io, da agente, avrei saputo trasformare in una bella storia per i rotocalchi. Fu una telefonata di dodici minuti in cui mi disse che avrebbe rifiutato tutto ciò che richiedeva più di tre settimane fuori casa. Provai a fargli notare che a quarantatré anni, all'apice, lasciare voleva dire non tornare più agli stessi livelli. Lui rispose che Chiara aveva paura del buio da quando la madre non c'era più, e che l'unica cosa che la faceva addormentare era lui seduto sul bordo del letto a leggerle Pinocchio con le voci, tutte le sere, senza saltarne una.

Io continuavo a portargli proposte, glielo confesso, perché era il mio lavoro e perché credevo ancora che prima o poi avrebbe ceduto. Non cedette mai del tutto: accettò la voce di un personaggio in un cartone animato prodotto a Roma, che poteva registrare in due pomeriggi; fece un piccolo ruolo teatrale la domenica, quando i bambini erano dai nonni a Clusone. Ma il nome di Marco Ferraris sparì dai manifesti dei grandi teatri, dalle locandine, dai titoli di testa che contano.

La gente, nel quartiere di Città Alta dove abitava, lo vedeva la mattina portare Elia e Chiara a scuola con la Panda azzurra, sempre lo stesso percorso, sempre alla stessa ora. La bidella mi raccontò, anni dopo, che lui non mancava mai a un colloquio, nemmeno quando era pieno di impegni: entrava con la sciarpa ancora addosso, si sedeva sulla sedina piccola davanti alla maestra e ascoltava come se in quella stanza non ci fosse nient'altro al mondo.

Undici anni. Io li ho contati uno per uno perché ogni anno che passava mi convincevo un po' di più che avesse ragione lui e torto io.

Nel 2009, quando Chiara aveva già quindici anni e cominciava a portare il violino di sua madre alle lezioni del Conservatorio, Marco mi chiamò e mi disse che era pronto a rientrare, ma solo per un film all'anno, mai più di quello. Firmammo un accordo diverso da tutti quelli che avevo scritto prima: una clausola che gli garantiva di essere a casa ogni sera entro le otto, tranne durante le riprese vere e proprie, e comunque non più di quattro settimane consecutive lontano da Bergamo.

L'ultima volta che gli ho chiesto se rimpiangesse qualcosa di quegli anni perduti — i ruoli che altri avevano preso al posto suo, i premi andati a colleghi meno bravi — eravamo nel suo salotto, e lui aveva in mano proprio quello spartito di Kreisler, che ormai teneva incorniciato vicino alla finestra. Mi disse che no, non rimpiangeva niente: che ogni sera in cui aveva letto Pinocchio a Chiara valeva più di qualunque premio che io avrei potuto procurargli.

Io, che di mestiere vendo carriere, quella sera per la prima volta non ho saputo cosa rispondere. Ho solo guardato l'astuccio del violino, ormai aperto, con dentro lo strumento che Chiara suonava tutti i giorni, e ho capito che quella era la cosa che io, con tutti i miei contratti, non sarei mai riuscito a offrirgli.

Rate article
Il violino di Sara: perché Marco Ferraris ha chiuso il teatro per undici anni