"Sicurezza, portate via quella bambina, sta spaventando i clienti!"
La voce di Beatrice Ferrante rimbombava tra le vetrine di cristallo della boutique di Via Montenapoleone. Le sue scarpe col tacco battevano sul marmo come colpi di martello. Quarantatré anni, direttrice da otto, un contratto di affitto da diciottomila euro al mese da giustificare ogni singolo giorno davanti alla proprietà.
La bambina — forse sei anni, un vestitino blu sporco di terra, i capelli incollati alle tempie dal sudore — singhiozzava rannicchiata tra due manichini, vicino all'espositore delle borse. Non si capiva da dove fosse arrivata. Si capiva solo che piangeva, un pianto a scatti, con il fiato che le si rompeva ogni due o tre parole.
Ornella Sacco, ventisei anni, commessa al reparto accessori da tre anni, fu la prima ad arrivarle vicino. Non ci pensò due volte: si tolse il soprabito grigio dell'uniforme, ancora caldo delle sue spalle, e lo passò su quelle della piccola. Si inginocchiò sul pavimento — quel marmo che Beatrice lucidava come fosse altare — e le fece scudo con una mano dai faretti troppo forti puntati sulla vetrina delle borse Hermès.
"Tranquilla, tesoro. Sono qui. Come ti chiami?"
La bambina non rispose. Le tremavano le dita, aggrappate a un lembo del soprabito.
"Ornella, cosa stai facendo, alzati immediatamente." Beatrice le fu sopra in tre secondi, l'odore del suo profumo che arrivava prima di lei. "Questa non è un'opera di carità, è un negozio di lusso. I clienti giapponesi al secondo piano stanno guardando tutto."
"Non la lascio qui da sola, Beatrice, è una bambina, sta male—"
"Non m'importa di chi è figlia. Fuori."
Ornella alzò gli occhi, ancora in ginocchio, un braccio stretto attorno alla piccola. "E se fosse successo qualcosa di grave? Se si fosse persa i genitori proprio qui dentro?"
"Allora chiamiamo i Carabinieri e la facciamo portare via con le dovute maniere, non con i tuoi exploit da eroina del weekend." Beatrice si girò verso lo sportello di sicurezza alla porta. "Giuseppe, porta via la bambina. E tu, Sacco, vieni in ufficio. Sei licenziata. Svuota l'armadietto, timbra il cartellino e vattene."
Il negozio si era già fermato. Le commesse del reparto profumi, i due addetti alle vetrine, persino un cliente che stava provando un orologio al banco accanto — tutti fermi, tutti a guardare quella scena.
Ornella non si mosse dalla bambina. "Va bene. Mi licenzi. Ma non la lascio da sola finché non arriva qualcuno."
Furono le parole "finché non arriva qualcuno" a restare in aria per esattamente novanta secondi — perché fu allora che le porte di vetro della boutique si spalancarono con un rumore secco, quasi violento.
Un uomo alto, sulla quarantina, cappotto blu notte tagliato su misura, entrò con passo svelto, quasi uno strappo. Dietro di lui, due uomini di scorta restarono sulla soglia. Tutti in negozio lo riconobbero nello stesso istante: Leonardo Vitali, fondatore del gruppo Vitali Holding, proprietario — fra le altre cose — dell'intero edificio in cui si trovava quella boutique.
La bambina alzò la testa dal braccio di Ornella.
"Papà!"
Leonardo non guardò il pavimento di marmo, non guardò le guardie, non guardò Beatrice Ferrante. Si gettò in ginocchio, il cappotto che strisciava sul pavimento, e strinse sua figlia Camilla contro il petto, una mano premuta sulla sua nuca come a trattenerla lì per sempre.
"Ero con te due minuti fa — come hai fatto a—" Non finì la frase. Si voltò verso la bodyguard più vicina, Marco Rinaldi, un bottone della sua giacca ancora slacciato dalla corsa. "Ti avevo detto di non lasciarla sola. Nemmeno un secondo. Mentre guardavo il contratto d'affitto di sopra, te l'avevo detto."
"Mi scusi, signor Vitali, si è staccata mentre controllavo il telefono, sono solo sessanta secondi—"
"Sessanta secondi." Leonardo respirò, una, due volte, come chi sta cercando di non vomitare. Poi si voltò verso Ornella, che era ancora seduta sul pavimento, il soprabito grigio ormai senza padrona sulle spalle della bambina. "Lei chi è?"
"Mi chiamo Ornella Sacco. Lavoro — lavoravo — qui."
Camilla si staccò appena da suo padre, giusto per indicare Ornella con un dito piccolo e deciso. "È stata lei, papà. Mi ha tenuta al caldo. Mi ha detto che non mi avrebbe lasciata sola."
Leonardo si alzò, ancora un po' storto, un ginocchio del pantalone grigio di polvere di marmo, e si girò verso Beatrice Ferrante. Lei aveva le labbra strette, le mani incrociate davanti al grembo come a tenersi su.
"Lei è la direttrice qui?"
"Sì, signor Vitali. Beatrice Ferrante. Io—"
"L'ho sentita. Dalla porta. Ha ordinato alla sicurezza di portare via mia figlia come fosse un pacco smarrito. E ha licenziato questa ragazza perché si è comportata come un essere umano."
"Non sapevo che fosse sua figlia, signor Vitali, se l'avessi saputo—"
"Appunto. Non doveva saperlo." Leonardo si passò una mano sulla faccia, stanco più che minaccioso. "Non lo so nemmeno io cosa avrei fatto, al suo posto, con due clienti giapponesi di sopra e una bambina che urla in mezzo ai manichini. Ma lei ha scelto di buttarla fuori. E ha licenziato chi si è inginocchiata per terra a consolarla."
Beatrice provò ancora a parlare, aprì la bocca, poi la richiuse. Nessuno in negozio disse niente; si sentiva solo il ronzio dell'impianto dell'aria condizionata.
Leonardo si rivolse a uno dei suoi due accompagnatori, un uomo sulla cinquantina con una cartellina di pelle sottobraccio — l'avvocato Stefano Cordero.
"Stefano. Il contratto con il gruppo Lumière per questo spazio, quando scade?"
"Fine mese, signor Vitali. Trentuno dicembre."
Leonardo rimase un attimo in silenzio, lo sguardo fisso sulla vetrina delle borse, come se stesse facendo i conti con qualcosa che non c'entrava solo col contratto. "Valutalo. Non deciderlo ora. Voglio prima capire con chi altro ha lavorato questa signora, prima di buttare all'aria un contratto da diciottomila al mese per una mattinata storta." Si voltò di nuovo verso Beatrice. "Non le sto promettendo niente, signora Ferrante. Ma non licenzio nessuno a sangue freddo in un corridoio."
"Signor Vitali, la prego, ho una famiglia, due figli, il mutuo—"
"Lo so cosa vuol dire un mutuo." La voce di Leonardo si incrinò leggermente, non per lei — per la mano di Camilla che ancora gli stringeva il dito. "Ma non è una scusa per quello che ho sentito dalla porta."
Ornella, ancora seduta sul pavimento con Camilla che ormai le teneva una mano, provò a intervenire: "Signor Vitali, non voglio che qualcuno perda il lavoro per colpa mia—"
Leonardo si inginocchiò di nuovo, questa volta davanti a lei, il cappotto blu ormai irrimediabilmente sporco di polvere. La guardò un momento, come se stesse decidendo qualcosa lì, sul momento, senza averlo preparato. "Lei che lavoro fa, oltre a questo?"
"Studio contabilità alla serale. Due sere a settimana."
"Nella mia holding mi serve qualcuno all'ufficio del personale, area Lombardia. Non so ancora bene cosa farle fare di preciso — glielo dico onestamente, non ho un piano, ho deciso adesso, in questo momento. Ma voglio lei. Lo stipendio sarebbe più alto di quello che fa qui. Il doppio, forse un po' più. Dovrei controllare i numeri con Stefano."
Beatrice, dietro di loro, lasciò partire un piccolo suono soffocato.
Ornella non rispose subito. Girò la testa verso Camilla, che le stringeva ancora la mano, poi tornò a guardare Leonardo. "Non so se sono la persona giusta per gestire il personale di dodici negozi, signor Vitali. Non ho mai fatto niente del genere."
"Nemmeno io sapevo come si dirige una holding, i primi anni." Leonardo si strinse nelle spalle, un gesto quasi imbarazzato. "Ci pensi. Non deve rispondermi adesso."
"Ci penso," disse Ornella. "Ma a una condizione, se decido di sì."
"Quale?"
"Che la signora Ferrante abbia il tempo di cercarsi un altro lavoro. Non voglio essere il motivo per cui qualcuno si ritrova senza stipendio da un giorno all'altro."
Leonardo la guardò a lungo, come si guarda qualcosa che non ci si aspettava di trovare in una boutique di Montenapoleone. Non rispose subito nemmeno lui.
"Due mesi," disse infine, voltandosi verso Beatrice. "Pagati. Userà questo tempo per trovare un'altra posizione, e non mi interessa come lo spiegherà al prossimo. Da oggi, però, il vicedirettore gestisce il negozio. Lei resta sulla carta, non sul pavimento."
Beatrice non annuì — restò immobile un secondo di troppo, poi si voltò e andò verso l'ufficio sul retro, i tacchi che per la prima volta in tutta la mattina non facevano rumore sul marmo, come se avesse smesso di appoggiare bene i piedi.
Camilla tirò la manica di Ornella. "Resti con noi anche dopo, vero? Non solo oggi?"
Ornella non rispose subito. Guardò Leonardo, poi la bambina, poi il soprabito grigio ormai macchiato di terra sulle spalle della piccola, che probabilmente non si sarebbe mai più tolta quella macchia.
"Vediamo," disse, e fu l'unica cosa vera che riuscì a dire in quel momento.












