Mi chiamo Renzo Baldassari, ho quarantasette anni, e per undici anni sono stato il genero più discusso di Correggio, provincia di Reggio Emilia. Mia suocera, Ada Ferretti, lo ripete ancora oggi al mercato del sabato: che le ho portato via l'officina del marito morto, che l'ho lasciata sola con due carrelli elevatori e un mutuo. Io la versione la racconto diversa, e visto che l'hanno già raccontata lei, tocca a me.
L'officina si chiama Meccanica Ferretti, sta sulla provinciale per Carpi, tre elevatori, un banco prova freni e un cane bastardo di nome Diesel che dorme sotto il compressore. L'ha aperta Learco, suo marito, nel 1988. Io ci sono entrato nel duemilaquattordici, quando ho sposato Simona, la figlia, e Learco mi ha messo in mano una chiave inglese dicendomi: "Vediamo se sai usarla o se sei solo bello da vedere davanti a mia figlia." L'ho usata. Sei anni dopo Learco è morto d'infarto in officina, davanti al terzo elevatore, con le mani ancora sporche di grasso. L'ambulanza ha messo diciotto minuti perché quella strada lì il navigatore la sbaglia sempre.
Da quel giorno l'officina l'abbiamo tenuta in piedi io e Simona. Ada, sua madre, veniva due volte a settimana a fare la cassa a modo suo, cioè scrivendo i conti su un quaderno a righe che teneva chiuso a chiave in un cassetto, come se fosse il patrimonio della Banca d'Italia. Non ho mai toccato quel quaderno. Non mi ha mai interessato quanto guadagnava sua figlia o quanto guadagnavo io: mi interessava che l'officina restasse aperta, che i dipendenti — Kastriot e il giovane Filippo — prendessero lo stipendio il 27 di ogni mese, che i clienti non trovassero la saracinesca abbassata.
Il problema è nato quest'inverno, quando Simona si è ammalata. Non dico di cosa, perché non è cosa mia da spiattellare in giro, ma per quattro mesi ha fatto la spola tra casa e l'ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, e io ho fatto la spola tra l'ospedale e l'officina, dormendo tre ore a notte su una branda che tenevo nel magazzino dei pezzi di ricambio. Ada in quei quattro mesi si è fatta vedere sei volte. Sei. Le ho contate perché ogni volta che arrivava mi chiedeva se avevo controllato l'incasso della settimana, mai come stava sua figlia prima.
A marzo, quando Simona è finalmente tornata a stare meglio, ho fatto una cosa che forse non dovevo fare senza avvisarla prima: sono andato dal notaio, il dottor Miglioli in via Cavour, e ho fatto intestare a me e Simona insieme la quota che era rimasta a nome di Learco, quella che per legge doveva passare tramite successione. Non ho rubato niente: Ada aveva la sua parte, il venticinque per cento, scritta nero su bianco, con l'usufrutto sull'appartamento sopra l'officina dove abitava lei. Ma il resto, il settantacinque per cento, per legge toccava a Simona come unica figlia, e io ho solo fatto mettere il mio nome accanto al suo come comproprietario dell'attività, cosa che Learco stesso mi aveva promesso a voce, davanti a Kastriot come testimone, tre settimane prima di morire.
Quando Ada l'ha scoperto è scoppiato il finimondo. È venuta in officina un martedì mattina, con la sua Panda azzurra parcheggiata di traverso davanti alla saracinesca, tanto che Filippo non riusciva a far entrare un furgone. È entrata con la borsa di finta pelle stretta al petto e ha detto, davanti a Kastriot, davanti a due clienti che aspettavano il tagliando: "Ladro. Sei entrato in questa famiglia con le tasche vuote e ora ti prendi pure il nome sulla porta." Io non ho risposto subito. Ho spento il compressore, ho pulito le mani con lo straccio blu che tengo sempre nella tasca posteriore, e le ho chiesto di venire nell'ufficio, quello con la scrivania di metallo e il calendario dell'AC Reggiana appeso storto da tre anni.
Lì mi ha detto la cosa che mi ha fatto più male di tutto il resto: che se avessi voluto bene a sua figlia, avrei lasciato che fosse lei sola a decidere, senza mettere il mio nome vicino, come se il mio nome fosse una macchia. Ho pensato ai quattro mesi di ospedale, alle notti sulla branda tra le casse dei filtri dell'olio, ai centoquarantadue chilometri che ho fatto avanti e indietro ogni settimana tra Correggio e Reggio Emilia con la mia Punto che perdeva già la frizione. Le ho detto: "Ada, io quella branda l'ho pagata con la mia schiena, non con le tasche vuote." Lei è uscita sbattendo la porta a vetri, quella che poi Filippo ha dovuto sistemare con il silicone perché si era incrinata.
Per tre settimane non ci siamo parlati. Simona, appena ha ripreso le forze, ha voluto vedere tutto: il quaderno di sua madre, l'atto dal notaio, i conti degli ultimi due anni fatti con il commercialista, il dottor Panizzi di piazza Garibaldi. Ha passato due sere a incrociare i numeri sul tavolo della cucina, con la moka che si raffreddava e Diesel che le dormiva contro i piedi. Alla fine ha trovato quello che a me era sfuggito: nel quaderno di Ada mancavano tredicimilaseicento euro, incassati in contanti in diciotto mesi e mai versati in banca né segnati da nessuna parte tranne che a matita, su un foglietto ripiegato dentro la copertina.
Non erano rubati, in senso stretto. Simona ha capito subito cos'erano: sua madre li aveva messi via, uno alla volta, per pagare un funerale già scelto e già pagato in anticipo all'agenzia Corradini di Correggio — bara, fiori, la messa nella chiesa di San Quirino — perché non voleva, diceva, "essere un peso nemmeno da morta." Non l'aveva detto a nessuno perché si vergognava di aver tenuto i soldi fuori dai libri, anche se erano suoi di diritto.
La resa dei conti è avvenuta un sabato di aprile, non in officina ma nell'appartamento sopra, quello con l'usufrutto di Ada, davanti al tavolo con la tovaglia a quadretti verdi. C'eravamo io, Simona, Ada, e per volontà di Ada anche il dottor Miglioli, chiamato apposta perché mettesse tutto per iscritto, così — ha detto lei — "nessuno può più dire che ho rubato o che mi hanno rubato." Ha tirato fuori il foglietto piegato e l'ha messo sul tavolo, tra la caraffa dell'acqua e il pane. Ha detto che quei soldi erano per il funerale, e che li aveva nascosti anche a me perché temeva che, con l'ospedale, li avremmo spesi per Simona, e lei non voleva togliere niente alla nipote che ancora non c'è ma che, ha detto sottovoce, "un giorno arriverà."
Io non ho urlato. Ho preso il foglietto, l'ho letto una volta, e gliel'ho restituito. Poi ho aperto la cartellina che avevo portato: dentro c'era l'atto del notaio già corretto, quello vero, quello che ha firmato quel giorno stesso il dottor Miglioli davanti a tutti e tre. Diceva questo: il settantacinque per cento dell'officina resta come da legge a Simona, il venticinque per cento resta ad Ada con pieno diritto di voto sulle decisioni maggiori, non solo l'usufrutto della casa. Il mio nome non compare come proprietario, ma come amministratore stipendiato, con un contratto regolare, millequattrocento euro al mese, la stessa cifra che prendo da sei anni, scritta ora nero su bianco e non più "a voce come diceva Learco."
Ho chiesto ad Ada di firmare per prima. L'ho vista tenere la penna sospesa per un momento sopra la riga, poi ha firmato, e mentre firmava ha detto una cosa che non dimentico: "Non è la quota che volevo indietro, Renzo. Era il nome. Volevo che restasse il nome di mio marito, non il tuo, sulla porta." Le ho risposto che sulla saracinesca c'è scritto "Meccanica Ferretti" da trentotto anni e ce lo lasceremo scritto finché campiamo, che il mio nome non compare da nessuna parte fuori, solo dentro, su un pezzo di carta che serve a pagare le bollette e gli stipendi di Kastriot e Filippo il 27 del mese.
Con i tredicimilaseicento euro trovati nel quaderno abbiamo fatto una cosa diversa da quella che Ada aveva in testa: metà sono andati, come voleva lei, all'agenzia Corradini, a saldare in anticipo quel che restava del funerale già scelto, e l'altra metà l'abbiamo messa, tutti e tre d'accordo, in un fondo per Kastriot, che a settembre ha dovuto operare la figlia più piccola a Bologna e non voleva chiedere l'anticipo sullo stipendio per vergogna.
Ada oggi viene ancora due volte a settimana, ma non chiude più il quaderno a chiave: lo tiene sulla scrivania, aperto, e ogni tanto mi chiama per controllare insieme una cifra che non le torna, non perché non si fidi, ma perché — dice — "a quattro occhi si sbaglia di meno." Diesel dorme ancora sotto il compressore, la porta a vetri è quella nuova, e sulla saracinesca, ancora oggi, c'è scritto "Meccanica Ferretti", niente altro.












