Il mio nome è Piero Bellandi, quarantatré anni: la storia che devo raccontare è quella vista dai miei occhi, non da quelli di lei.

# Le tre settimane in cui non ho detto niente a Marta

Faccio il direttore commerciale da undici anni in un'azienda di componenti idraulici alla periferia di Bergamo, tra i capannoni oltre la tangenziale, dove d'inverno la nebbia arriva prima delle sei di sera e i lampioni si accendono che sembra ancora pomeriggio. Sono sposato con Marta da diciannove anni, abbiamo due figli — Tommaso ha sedici anni, Bice dodici — e una casa a Seriate con il mutuo quasi finito: mancano ventitré rate.

Ilenia è arrivata in ufficio a gennaio, assunta come responsabile acquisti. Trentaquattro anni, precisa fino all'ossessione, di quelle che rileggono tre volte un'email prima di inviarla. Le ho affidato la commessa più delicata dell'anno — un cliente tedesco che pesava per il dodici per cento del fatturato — perché era l'unica che non sbagliava mai un dettaglio nei preventivi.

Non ho scelto di innamorarmi. Nessuno lo sceglie, per quanto la gente voglia farvi credere il contrario. È successo nelle riunioni che si allungavano oltre l'orario, nel modo in cui rideva alle mie battute peggiori senza sforzarsi di essere gentile — le trovava davvero divertenti — nel fatto che fosse l'unica, in un'azienda di quaranta persone, che mi contraddiceva in riunione senza paura di conseguenze.

A marzo abbiamo lavorato fino a tardi per chiudere l'offerta di Stoccarda. L'ufficio open space era vuoto, restava accesa solo la luce sopra la sua scrivania. Le nostre mani si sono sfiorate passandoci lo stesso foglio e ho sentito una cosa che non provavo da anni: la paura di dire una parola sbagliata.

Gliel'ho detto io, non lei. "Mi piaci. Troppo. E lo so che è sbagliato."

Ha sbarrato gli occhi, poi ha guardato la tazza di caffè ormai freddo che teneva tra le mani, come se dovesse controllare che fosse ancora lì. "Hai una famiglia," ha detto piano.

"Lo so. Per questo tra noi non può succedere niente."

Silenzio. Uno di quei silenzi che pesano più di qualunque frase. Poi mi sono alzato: "Devo andare. Altrimenti farò qualcosa di cui poi mi pentirò." Sono uscito e ho guidato fino a Seriate senza accendere la radio, con le mani strette sul volante come se dovessero tenermi fermo da qualcos'altro.

I giorni dopo sono stati un esercizio di recitazione. Ci incrociavamo in corridoio e parlavamo solo di scadenze, di container in ritardo, di listini prezzi. Professionali fino all'esasperazione. Ma la sera, a cena con Marta e i ragazzi, mentre Bice raccontava della gita scolastica al Vittoriale, io pensavo a un'altra voce, ad altri occhi. Mi vergognavo di me stesso più di quanto avrei mai potuto vergognarmi di fronte a chiunque altro.

Un pomeriggio l'ho sentita, in sala fumatori — dove non fumavo ma andavo a prendere aria — dire a una collega: "Piero e sua moglie stanno insieme dal liceo. Coppia perfetta, non litigano mai." Parole che mi hanno colpito come un pugno allo stomaco. Non era vero, ovviamente: io e Marta litighiamo, come tutti, per la lavastoviglie non svuotata o per chi porta i ragazzi a calcio. Ma capivo cosa intendeva dire davvero: che per lei io non ero disponibile, che quel "noi" tra me e lei non poteva mai esistere.

Due settimane dopo ha lasciato una lettera di dimissioni sulla scrivania della responsabile del personale. L'ho saputo da un collega prima ancora che me lo dicesse lei. Sono andato a cercarla al distributore automatico del terzo piano.

"Perché te ne vai?"

"Motivi personali."

"È per me?"

Non ha risposto. Non ne aveva bisogno.

"Non andartene. Lavori bene, ti piace questo posto."

"Non posso restare," ha detto infine, con la voce che le tremava appena. "Non posso vederti ogni giorno sapendo che…" Non ha finito la frase. Non serviva.

Mi sono seduto sulla panca accanto al distributore, con il bicchierino di plastica in mano che non avrei bevuto. "Anche per me è difficile. Ma ho scelto la mia famiglia tanto tempo fa. Non la distruggerò per un sentimento che magari… passerà."

"Magari?" ha ripetuto, con l'amarezza di chi si aspettava una parola più definitiva.

"Non ne sono sicuro. Ma so che ho due figli, una moglie, una vita costruita in diciannove anni. E non la abbandono."

Aveva ragione lei ad andarsene, e lo sapevo. Ma non è servito a rendere le cose più leggere.

"Scusa," ho detto. "Non volevo che succedesse. È successo e basta."

"Mi scuso anch'io. Avrei dovuto tenere le distanze fin dall'inizio."

Se n'è andata dopo quindici giorni di preavviso. Ha trovato lavoro in un'altra azienda, a Treviglio, mi hanno detto. Io sono tornato a essere quello che ero prima: il direttore commerciale che porta i figli a calcio il sabato mattina, che litiga con Marta per la lavastoviglie, che compra il pane dal fornaio sotto casa dove la commessa mi chiama ancora "signor Bellandi" con quella formalità gentile di chi ti conosce da vent'anni ma non ti dà mai del tu.

Quello che ho scoperto dopo, e che lei probabilmente non ha mai saputo, è che quelle tre settimane mi hanno costretto a guardare in faccia qualcosa che avevo smesso di guardare da tempo: quanto avevo dato per scontata Marta. Non per colpa sua — per pigrizia mia, per abitudine, per quella specie di anestesia che arriva dopo tanti anni insieme. Non gliel'ho mai detto, di Ilenia. Non perché avessi ancora qualcosa da nascondere, ma perché confessare non avrebbe protetto nessuno: solo scaricato su di lei un peso che era mio da portare da solo.

Quello che ho fatto, invece, l'ho fatto senza dirle il motivo esatto. Ho preso l'appuntamento che rimandavo da due anni: il consulente matrimoniale in uno studio vicino a Porta Nuova, sei sedute il martedì sera, quaranta euro l'una. Le ho detto solo: "Voglio che ricominciamo a parlarci, non solo a organizzarci." Lei mi ha guardato sospettosa per due sedute, poi ha smesso di chiedersi perché e ha iniziato semplicemente a venire.

Un anno dopo ho saputo, tramite un ex collega, che Ilenia si era sposata. Non ho provato niente di simile al dolore. Solo la sensazione tranquilla di chi ha evitato, per un pelo, di far crollare due vite invece di una.

Il mutuo di Seriate è finito da sei mesi. La rata di dicembre, l'ultima, l'ho pagata online una sera qualunque, seduto al tavolo della cucina, con Marta che tagliava il pane per la cena e Bice che urlava dalla sua stanza di aver perso il caricabatterie. Ho chiuso l'app della banca e non ho detto niente a nessuno. Non c'era niente da festeggiare che gli altri potessero capire.

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Il mio nome è Piero Bellandi, quarantatré anni: la storia che devo raccontare è quella vista dai miei occhi, non da quelli di lei.