Il salame che mio suocero nascose sotto il cappotto per la signora Iolanda

Mi chiamo Renato, ho cinquantotto anni, e quella sera del 1983 la ricordo come fosse ieri, anche se all'epoca il mio nome era ancora Renatino e avevo undici anni. Vivevamo a Cosenza, in un condominio popolare di via Popilia, terzo piano, due stanze più cucina. Mio padre faceva il tornitore alla fabbrica di infissi, mia madre puliva gli uffici del catasto tre ore al mattino. Non eravamo poveri, ma nemmeno benestanti: eravamo come tutti gli altri del palazzo.

Quell'anno c'era il razionamento non ufficiale di certe cose — non per legge, ma per la crisi: la benzina si trovava a fatica, lo zucchero spariva dagli scaffali per settimane, e la carne buona bisognava conoscere qualcuno al mercato coperto per averla. Mio padre tornava a casa sempre alla stessa ora, con la sua Bianchina blu parcheggiata sotto casa perché non si fidava a lasciarla in strada di notte.

Quella sera invece arrivò tardi, verso le otto, e non si tolse subito il cappotto come faceva sempre appendendolo all'attaccapanni dell'ingresso. Entrò dritto in cucina, dove io facevo i compiti sul tavolo con la tovaglia di plastica a fiori, e mia madre stava friggendo delle patate.

— Chiudi la porta — disse a mia madre, senza nemmeno salutare.

— È chiusa, Alfredo. Che ti prende?

Si aprì il cappotto e tirò fuori un salume avvolto in carta gialla. Non era un pezzo, non erano fette. Era un'intera soppressata calabrese, di quelle grosse, che al mercato nero costavano una follia.

— Da dove viene questo? — chiese mia madre, con la paletta ancora in mano.

— Me l'ha dato uno della fabbrica. L'ho aiutato con una pratica al catasto, tramite un amico.

— Non l'hai mica rubato?

— Ma no, Concetta. Se continui a chiedere te lo riporto indietro.

— Dio ce ne scampi — disse lei così in fretta che scoppiammo tutti e tre a ridere.

Mia madre si voltò verso di me. — E tu domani a scuola non dici niente a nessuno. Che abbiamo la soppressata in casa non lo deve sapere il palazzo.

— Perché?

— Perché lo dico io.

Tagliò il pane raffermo di due giorni prima, mio padre affettò il salume sottile, e io mangiai la mia fetta con un'attenzione che ancora oggi ricordo bene. Chiesi il bis, mia madre disse che bastava così, mio padre mi mise un'altra fetta senza dire niente.

Poi, mentre masticavamo in silenzio, mio padre si fermò con il coltello a mezz'aria.

— Senti. Chiama la signora Iolanda.

Mia madre lo guardò come se avesse detto una bestemmia. — Adesso? Di sera?

— Sì.

— E se ci vede qualcuno che va e viene?

— Chi deve vedere. Dille di venire qui, senza dire niente a nessuno.

La signora Iolanda abitava di fronte a noi, sul pianerottolo. Vedova, sui settantacinque anni, i figli emigrati a Torino che si facevano vivi a Natale e basta. La vedevamo scendere con la borsa della spesa quasi ogni giorno, o spazzare davanti alla porta. Ogni tanto veniva a chiedere a mia madre se era arrivata la bolletta del condominio. Altre volte mia madre le portava un piatto di minestra.

Mia madre bussò piano, due colpi, senza suonare il campanello.

— Iolanda… venga un attimo da noi.

— È successo qualcosa?

— No. Venga. Ma non dica niente a nessuno.

La signora Iolanda entrò con la vestaglia scura e un golf sopra. Vide subito il salume sul tavolo.

— Questo è soppressata vera?

— Vera — rise mio padre. — Se comincia anche lei come mia moglie, la rimetto sotto il cappotto.

— Io non ne mangiavo da… — non finì la frase. Non se lo ricordava nemmeno lei.

Rifiutò due volte, disse che aveva già mangiato, disse che dovevano mangiare loro che avevano un figlio. Mio padre le spinse il piatto davanti senza alzare la voce.

— Iolanda. Mangi.

Mangiò una fetta, poi un'altra, con le mani un po' tremanti, e a un certo punto disse una frase che non ho più dimenticato: — Lasciate, che vi resti anche per domani. A me è bastato ricordarmi che sapore ha.

Quando se ne andò, mio padre le fece un cenno con la mano dalla porta. Io rimasi lì a fissare il salume, che era diventato visibilmente più piccolo.

— Papà, perché l'hai chiamata? Potevamo mangiarlo noi per più giorni.

— Potevamo.

— E allora?

— A te è piaciuto?

— Sì.

— A lei le piace di meno?

Non sapevo rispondere. Lui si sedette sulla sedia accanto alla mia. — Proprio quando hai poco si vede quanto sei disposto a dividerlo. Quando il frigo è pieno, è facile.

A undici anni non ne fui per niente convinto. Mi sembrava solo che la signora Iolanda avesse mangiato troppo del nostro salume.

Quello che io non sapevo, e che ho scoperto solo molti anni dopo, quando ormai mio padre non c'era più e io stesso avevo famiglia, è che quella soppressata non gliel'aveva regalata nessun collega per riconoscenza. L'aveva comprata lui, pagandola quasi un terzo del suo stipendio di quella settimana, da un allevatore che conosceva a Rende, apposta perché sapeva che la signora Iolanda non toccava carne da mesi e non lo diceva a nessuno per vergogna.

Quella crisi con il razionamento non finì subito. Passarono altri due anni prima che tornasse una certa normalità nei negozi. In quel periodo mio padre continuò, di tanto in tanto, a bussare a quella porta di fronte con qualcosa in mano — un pacco di pasta, delle uova, una volta perfino un pollo intero — sempre di sera, sempre in silenzio, sempre con la stessa scusa: "L'ho avuto in più".

La signora Iolanda morì nel 1994, a Cosenza, nella stessa casa. I figli tornarono da Torino solo per il funerale e per vendere l'appartamento. Mio padre, che allora aveva sessant'anni, andò a parlare con loro prima che firmassero il contratto con l'agenzia immobiliare.

Chiese di poter comprare lui l'appartamento, allo stesso prezzo che avrebbe offerto chiunque altro: quarantadue milioni di lire, tutti i suoi risparmi di una vita più un piccolo prestito in banca. I figli, che non avevano mai saputo niente di quelle sere, accettarono senza fare domande, contenti di chiudere in fretta.

Io ero già andato via da casa, lavoravo a Cosenza in un ufficio tecnico, e quando mio padre mi disse cosa aveva fatto pensai che fosse un'idea assurda: comprare la casa di una vecchia vicina morta, quando lui e mia madre stavano ancora bene nel loro appartamento.

— Perché, papà?

— Perché quella casa non deve finire in mano a estranei che la trasformano in un B&B per turisti, e la porta di fronte alla nostra non deve restare vuota per anni.

Non la affittò mai a nessuno. La tenne chiusa, pulita, con le chiavi appese in cucina, fino al giorno in cui morì lui, nel 2011. Nel testamento lasciò scritto, con la sua calligrafia incerta da tornitore, che quell'appartamento andava a me, a condizione che non lo vendessi mai a un'agenzia, ma solo — se proprio serviva venderlo — a una famiglia del quartiere che ne avesse davvero bisogno.

Io quella condizione l'ho rispettata. L'appartamento della signora Iolanda oggi ci vive una ragazza madre con due bambini, pagando un affitto simbolico di duecento euro al mese, la metà di quello di mercato in quella zona. Ho firmato io il contratto, davanti al notaio di via Roma, con la stessa chiave che stava appesa in cucina da mio padre per diciassette anni.

Ogni tanto vado a controllare che vada tutto bene. Busso, e di solito è lei ad aprirmi con un bambino in braccio e l'altro attaccato alla gonna, mi fa entrare in cucina, mi versa il caffè nella moka che tiene sempre pronta sul fornello. Restiamo cinque minuti sul pianerottolo, o seduti al tavolo, a parlare della scuola dei bambini o di una tubatura che perde. Poi scendo le scale, con la chiave di scorta in tasca che mio padre teneva appesa in cucina, e sento ancora dietro di me la voce del più piccolo che chiama la madre dall'altra stanza.

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