Il mare di Baxter, e quello che mio suocero non voleva vedere

Mi chiamo Renzo Bellocchio, ho quarantun anni, faccio l'elettricista a Senigallia, e questa storia non parla di me. Parla di mio suocero Aldo, di un cane che si chiamava Baxter, e di una domenica di ottobre che io, da fuori, ho guardato senza capire finché non era troppo tardi per fingere di non aver capito.

Aldo aveva ottantadue anni e un carattere che in famiglia chiamavamo "di ferro", ma che io, sinceramente, per anni ho chiamato solo testardaggine. Viveva da solo in una casa colonica vicino a Corinaldo, con Baxter, un bovaro del Bernese di tredici anni che gli era rimasto dopo la morte della moglie, Ines. Il cane e il vecchio si erano tenuti compagnia per sei anni, ognuno curando l'altro senza dirlo.

Io e mia moglie Serena andavamo a trovarlo ogni due settimane, con i nostri due figli, Pietro e la piccola Alma. Aldo non era mai stato un uomo di tante parole con me. Mi guardava come si guarda un genero che ha sposato la figlia troppo presto e capisce troppo poco della terra, dei cani, delle cose vere. Andava bene così. Non avevo bisogno che mi volesse bene, mi bastava che volesse bene a Serena e ai bambini.

A settembre la veterinaria di Corinaldo aveva chiamato Serena, non Aldo — perché sapeva che a lui certe notizie andavano date con qualcuno accanto. Baxter aveva un tumore alla milza, inoperabile per l'età e il cuore che non reggeva. Settimane, forse un paio di mesi. La dottoressa aveva detto una frase che mia moglie mi ha ripetuto tante volte da impararla a memoria: "Quello che gli resta, fatelo contare."

Aldo, quando gliel'abbiamo detto seduti al suo tavolo di cucina, con la moka ancora sul fuoco, non ha detto niente per un tempo lungo. Ha solo guardato Baxter che dormiva vicino alla stufa spenta, e poi ha detto: "Lui il mare non l'ha mai visto."

Io pensavo scherzasse. Un cane di tredici anni, con le zampe posteriori che ormai facevano fatica anche sul prato di casa, portarlo in spiaggia mi sembrava un'idea da vecchio testardo che non vuole ammettere che il tempo è finito. L'ho detto anche, forse con meno tatto di quanto avrei dovuto: "Aldo, è a cinquanta minuti da qui, ma con questo caldo e con le sue zampe, non so se ha senso."

Mi ha guardato come se avessi detto una bestemmia in chiesa. "Ha senso per me," ha risposto. E basta.

Il sabato dopo, verso le tre del pomeriggio, siamo andati tutti a Marotta, sulla costa, io alla guida del furgone che uso per il lavoro perché il portellone dietro era l'unico modo per far salire e scendere Baxter senza fargli male alla schiena. Pietro aveva portato il pallone, tanto per fare, e Alma teneva in mano un secchiello di plastica giallo che nessuno le aveva chiesto di prendere ma che si è rivelato, alla fine, l'oggetto più importante di quel pomeriggio.

Baxter è sceso dal furgone piano, con le zampe che tremavano sulla sabbia calda, e Aldo lo teneva per il collare senza tirare, aspettando. Io stavo un po' indietro, con le chiavi del furgone in tasca e la sensazione fastidiosa di essere lì solo per guidare, non per capire.

Il cane si è fermato in cima alla spiaggia. Ha alzato il muso verso l'Adriatico, verso quell'odore di salsedine che probabilmente non aveva mai sentito in tredici anni passati tra un cortile e un tappeto consumato davanti al camino. E poi, senza che nessuno lo spingesse, ha cominciato a camminare verso l'acqua da solo, rigido, deciso, con lo stesso passo con cui — mi aveva raccontato Serena — correva verso il cancello quando sentiva arrivare la macchina di Aldo dopo il lavoro, anni prima.

Quando la prima onda fredda gli ha toccato le zampe, Baxter si è fermato di colpo. Non è scappato, non ha avuto paura. È rimasto lì, immobile, come se stesse ascoltando qualcosa che nessuno di noi poteva sentire. Poi ha continuato, piano, fino a stare in acqua fino al petto, con il sole basso dietro di lui che colorava tutto d'arancione, e Aldo che entrava in acqua vestito, scarpe comprese, per stargli accanto.

Nessuno parlava. Alma ha lasciato cadere il secchiello giallo sulla sabbia e non l'ha più raccolto. Pietro, che di solito a undici anni non sta fermo un minuto, si è seduto sulla riva e ha guardato senza dire niente per la prima volta che io ricordi.

Io sono rimasto sulla battigia, con i pantaloni arrotolati, a guardare mio suocero — ottantadue anni, l'acqua fino alle ginocchia, la camicia fradicia — che teneva una mano sul dorso del cane come se lo stesse tenendo in equilibrio, o forse era lui che si teneva a Baxter. E ho capito, tardi, quello che lui aveva capito subito: che quel viaggio non era una follia da vecchio ostinato. Era l'unica cosa sensata che si potesse fare.

Siamo rimasti finché la luce non è quasi sparita. Serena ha fatto delle foto col telefono — Baxter appoggiato alle gambe di Aldo, il secchiello giallo abbandonato, l'ombra lunga del cane sulla sabbia bagnata. Nessuno aveva fretta di tornare al furgone.

La veterinaria aveva avuto ragione sul tempo. Baxter ci ha lasciati tre settimane dopo, un martedì sera, a casa, sul tappeto davanti alla stufa, con Aldo seduto per terra accanto a lui perché non voleva che stesse su una sedia mentre il cane se ne andava sul pavimento.

Io non ero lì quella sera. Sono arrivato la mattina dopo, con Serena, e ho trovato Aldo seduto allo stesso tavolo di cucina di sempre, con la moka fredda davanti e gli occhi asciutti — non per durezza, ma perché aveva già pianto tutto quello che c'era da piangere durante la notte, da solo.

Non gli ho detto niente sulla spiaggia, quel giorno. Non gli ho chiesto scusa per aver dubitato di lui, perché non era il momento e perché lui non me l'avrebbe chiesto. Ho fatto una cosa diversa: sono andato in cantina, ho preso la cornice vuota che era appesa vicino alla porta — quella dove Ines teneva una foto del loro primo cane, morta anche quella da anni — e ci ho messo dentro la foto di Baxter in mare, quella con Aldo accanto, fradicio, con la mano sul suo dorso.

L'ho appesa io stesso, con il trapano che avevo in furgone, mentre Aldo mi guardava dalla sedia senza dire una parola. Poi, quando ho finito, mi ha detto solo: "Bene," e mi ha versato un caffè come se fosse un giorno qualunque.

Da quella domenica in poi, ogni volta che vado a trovarlo, prima di sedermi al tavolo guardo quella cornice. E ogni volta penso che avevo cinquanta minuti di macchina, un furgone con il portellone dietro, e ho quasi detto di no.

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