Matteo Bellini aveva ottantatré anni e da sei mesi il letto in salotto era diventato tutto il suo mondo: quello, la finestra sul cortile di via Garibaldi a Lucca, e Micio, il suo gatto rosso di quattordici anni, quasi cieco, che dormiva ai piedi delle coperte come se montasse la guardia.
Era stato Sandro, il figlio, a spostare il letto lì, vicino ai vetri, così suo padre poteva vedere il campanile di San Frediano senza alzare la testa. L'infermiera passava tre volte a settimana, ma era Micio a restarci sempre: mattina, pomeriggio, le lunghe sere d'inverno quando il termosifone ticchettava e nessuno dei due sentiva il bisogno di dire una parola.
Quella mattina di fine settembre, con la pioggia che batteva piano sui vetri e l'odore di caffè che saliva dal bar sotto casa mischiato a quello, più acre, delle medicine sul comodino, Matteo chiamò il figlio con un filo di voce.
— "Sandro. Portami Micio. Voglio salutarlo un'ultima volta." Poi aggiunse, quasi supplicando: — "Ma non trascinarlo. Parlagli. Lui capisce tutto, sai."
Sandro annuì e uscì dalla stanza. In cucina il gatto era acciambellato sulla sedia dove un tempo sedeva la moglie di Matteo, morta ormai da sette anni. Sandro si chinò, gli parlò piano, come si parla a una persona: — "Micio, papà ti vuole. Vieni."
Quando tornò con lui in braccio, suo padre riusciva a malapena a muovere le dita sopra la coperta di lana. Gli occhi, ancora vivi, cercavano qualcosa nella stanza. Qualcuno.
Sandro posò Micio sul letto.
— "Digli addio a papà, Micio. È qui."
Ma Micio non aveva bisogno di spiegazioni. Camminò dritto verso il volto del suo uomo e vi appoggiò tutto il corpo.
— "Micio," sussurrò Matteo. — "Il mio Micio."
Il gatto sfiorava piano le guance, le palpebre, le labbra di Matteo. Come se volesse imparare a memoria ogni piega di quel viso prima che sparisse. Dagli occhi stanchi di Matteo scesero lacrime silenziose, e con uno sforzo enorme sollevò la mano — leggera, tremante — e la posò sul pelo caldo dell'animale. Le dita ormai rispondevano appena, ma Micio sentì quel tocco e si strinse ancora di più contro di lui, come se il suo calore potesse fermare l'inevitabile.
— "Grazie… di tutto…" Furono quasi le sue ultime parole.
Poi la mano rimase immobile. Micio non si mosse. Restò lì, accanto al viso, come una sentinella silenziosa. Nella stanza calò un silenzio così profondo da sembrare irreale — si sentiva solo le fusa del gatto, lente, costanti, come una preghiera.
Sandro si sedette sul bordo del letto e prese tra le mani quella di suo padre.
— "Papà. Siamo qui. Non sei solo."
In quel momento Micio alzò la testa e miagolò. Una volta sola. Un suono sommesso, carico di qualcosa che Sandro non seppe mai chiamare diversamente da dolore, e dovette chiudere gli occhi per trattenere le lacrime. Poi il gatto tornò a toccare le palpebre chiuse del suo uomo. Una volta. E un'altra ancora.
Nessuno contò le ore. Il tempo si era fermato in quella stanza, tra un uomo che stava lasciando il mondo e un gatto che si rifiutava di lasciarlo andare da solo.
Quando arrivò il mattino, Micio era ancora lì. Non si era spostato di un centimetro. Solo quando Sandro lo prese in braccio e lo strinse al petto, il gatto lasciò andare un lungo respiro, nascose il muso nella sua mano, e rimase immobile.
Aveva fatto tutto quello che poteva. Fino all'ultimo istante.
I giorni dopo il funerale furono i più strani che Sandro avesse mai vissuto. La casa di via Garibaldi era piena di gente — la sorella di Matteo arrivata da Pisa, i vicini con le loro condoglianze e i vassoi di biscotti, il parroco che era passato due volte — ma la sedia in cucina, quella dove Micio dormiva sempre, restava vuota. Il gatto si era chiuso in camera da letto e non ne voleva uscire, non mangiava, beveva appena.
Fu la vedova del piano di sopra, la signora Rossetti, a bussare la sera del terzo giorno con una scatola di sardine sott'olio e una frase che a Sandro rimase impressa: — "Lo sai che i gatti, quando perdono qualcuno, a volte si lasciano andare anche loro? Devi dargli un motivo per restare."
Sandro non aveva mai pensato a Micio come a un problema da risolvere — era sempre stato "il gatto di papà" — ma quella notte capì che ora era diventato qualcos'altro: l'ultima cosa viva che aveva conosciuto suo padre da vicino, l'unico testimone di quei sei mesi di silenzi condivisi che nessun essere umano aveva visto.
La mattina dopo prese una decisione concreta. Andò dal notaio, il dottor Failli, in piazza Napoleone, non per la successione dell'appartamento — quella l'avrebbe gestita più avanti, insieme alla sorella — ma per un'altra pratica, più piccola e più urgente per lui: fece redigere una dichiarazione scritta, firmata davanti al notaio, in cui si impegnava a farsi carico di Micio per il resto della sua vita, comprese le spese veterinarie, stimate dal dottor Bianchi della clinica di via Elisa in circa quattrocento euro l'anno tra controlli e farmaci per la vista. Non era un obbligo legale che qualcuno gli avesse imposto: era una carta che voleva vedere, toccare, tenere in una cartellina blu nel cassetto della scrivania — la prova materiale che quell'impegno non sarebbe scivolato via come scivolano le promesse dette a caldo, il giorno del lutto, e poi dimenticate un mese dopo tra il lavoro e la vita che ricomincia.
Portò Micio a casa sua, in un bilocale a Sant'Anna dove non c'era mai stato un animale. Gli sistemò una cesta vicino al termosifone, nello stesso punto in cui, per settimane, il gatto continuò a cercare — con il naso, più che con gli occhi ormai quasi spenti — l'odore di suo padre che non c'era più.
Passò un mese prima che Micio tornasse a mangiare con appetito. Passarono tre prima che ricominciasse a fare le fusa, la sera, quando Sandro si sedeva sul divano a guardare il telegiornale con il volume basso, come faceva suo padre.
Quando la sorella, arrivando da Pisa per firmare le ultime carte della successione, chiese a Sandro se non fosse il caso di dare il gatto a qualcuno "più libero, che ha tempo per lui", Sandro tirò fuori dal cassetto la cartellina blu e gliela mostrò senza dire una parola. Poi disse solo: — "L'ho già deciso. Resta con me."
Micio, quasi cieco, si arrampicò lentamente sul divano e si accucciò contro il suo fianco, proprio come faceva un tempo contro il viso di Matteo. Fuori, in via Garibaldi, il campanile di San Frediano batteva le sei.
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