Il Diamante di Via Montenapoleone

Carla Spinosi aveva imparato a riconoscere il disprezzo dalla sfumatura della voce prima ancora che dalle parole. Quel martedì di ottobre era entrata nella gioielleria Castellani di Via Montenapoleone con un tailleur bianco comprato tre stagioni prima, le scarpe lucidate la sera stessa, e una busta di pelle consumata agli angoli che teneva stretta sotto il braccio come si tiene qualcosa di prezioso quando non si ha altro.

Non era lì per comprare. Era lì per vendere.

Dentro la busta c'era un anello: uno smeraldo di sei carati incastonato in platino, appartenuto a sua nonna, l'unica cosa rimasta dopo che la pensione non bastava più a coprire le bollette e l'affitto del monolocale di Porta Romana. Carla aveva sessantuno anni, aveva fatto la sarta per trentotto di quegli anni nello stesso laboratorio di Brera, ed era abituata a essere guardata come se non contasse niente da chi portava borse più costose del suo stipendio mensile.

Fu proprio mentre aspettava il direttore che la vide entrare: Loretta Fumagalli, vestito bordeaux attillato, ricami dorati sulle maniche, al braccio di un uomo in completo scuro che sembrava più annoiato che innamorato. Loretta era stata la vicina di pianerottolo di Carla per dodici anni, prima che un'eredità improvvisa le permettesse di trasferirsi in un attico a Brera e di dimenticare, con la rapidità di chi non ha mai davvero sofferto, da dove veniva.

Loretta la riconobbe subito. Le labbra si tirarono in un angolo storto, quello che Carla aveva già visto anni prima quando Loretta scopriva un pettegolezzo succulento sul pianerottolo.

«Ma guarda chi si vede» disse, attraversando la sala con il passo di chi è convinta che ogni pavimento le appartenga. «Carla. Ancora in giro con quel completo? Sai che qui dentro un bottone costa più del tuo affitto mensile, vero?»

L'uomo accanto a lei si voltò, la fronte corrugata. «La conosci?»

«La conoscevo» rispose Loretta, con quella risata secca che usano le persone quando vogliono far ridere qualcun altro a proprie spese. «Abitavamo nello stesso palazzo. Lei è rimasta lì. Io no.»

Carla non rispose. Stringeva la busta di pelle con entrambe le mani, i polpastrelli che ne seguivano il bordo cucito come facevano da sempre con gli orli difficili, quelli che richiedono punti piccoli e pazienza. Quel gesto bastava a tenerla dritta, senza bisogno di alzare la voce.

«Niente da dire?» insistette Loretta, alzando il tono quel tanto che bastava perché due commesse si voltassero. «Sempre la stessa, eh. Buona per rammendare, non per stare qui dentro.»

Fu in quel momento che dal retro arrivò il signor Antonio Ferraris, direttore della filiale, un uomo sulla cinquantina con un gilet grigio perla e un tono che non ammetteva repliche. Non si fermò davanti a Loretta. Non la degnò di un'occhiata. Attraversò la sala a passo svelto, fino a fermarsi davanti a Carla, e le fece un inchino breve, misurato, rispettoso.

«Signora Spinosi, mi scusi il ritardo. Il perito ha confermato la valutazione dello smeraldo: centoquarantamila euro. La cassaforte della collezione privata è pronta, come richiesto.»

Il silenzio che calò nella sala fu così netto che si sentì il ronzio dell'impianto di climatizzazione.

Loretta impallidì. L'uomo al suo fianco si staccò da lei di un passo, come se improvvisamente il suo braccio scottasse.

«Centoquarantamila…» mormorò Loretta, la voce incrinata. «Ma tu… tu facevi la sarta…»

«La faccio ancora» rispose Carla, calma. «Il laboratorio di mia nonna, quello che tu chiamavi la bottega dei poveri quando vivevamo nello stesso pianerottolo. L'ho tenuto aperto undici anni dopo la sua morte, cucendo abiti da sera per signore che non mi hanno mai guardata come te. Una di loro, tre anni fa, mi ha lasciato in eredità questo anello e le quote di una piccola collezione di gioielli di famiglia. Non l'ho detto a nessuno. Non dovevo giustificazioni a nessuno.»

Il signor Ferraris attese, impeccabile, con le mani giunte davanti a sé, mentre Carla apriva la busta di pelle consumata e ne estraeva una cartellina con l'intestazione dello studio notarile Bianchi di Corso Venezia: l'atto di successione, il certificato di valutazione del perito, e un documento che autorizzava la vendita immediata dell'anello per finanziare l'acquisto delle mura del laboratorio di Brera, lo stesso che rischiava lo sfratto da due mesi per morosità del proprietario precedente.

«Firmo oggi» disse Carla al direttore, senza più guardare Loretta. «Il bonifico arriva in giornata?»

«Certamente, signora. Come da accordi.»

Loretta cercò ancora una parola, qualcosa che ristabilisse la distanza che pensava di avere, ma non le uscì niente. L'uomo al suo fianco si era già girato verso l'uscita, con la faccia di chi calcola quanto tempo serve per sparire da una stanza senza sembrare che stia scappando.

Carla firmò i documenti con la stessa calma con cui per trentotto anni aveva infilato aghi nel tessuto, senza fretta e senza bisogno di essere vista. Quando il signor Ferraris le porse la ricevuta del bonifico, lei la ripiegò e la mise nella stessa busta di pelle consumata, accanto all'atto notarile.

Si alzò, si sistemò il bavero del tailleur bianco, e passò accanto a Loretta diretta all'uscita.

«Il bottone di questo completo» disse, senza fermarsi, «l'ho cucito io, tre anni fa. Buona serata, Loretta.»

La porta a vetri della gioielleria si richiuse alle sue spalle con un piccolo campanello che suonò come l'ultima parola di una conversazione finita.

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