Mi chiamo Matteo Ferraro, ho quarantatré anni e faccio l'ingegnere ferroviario per una società che gestisce la manutenzione di un tratto della linea tra Bologna e Milano. Lo dico subito, perché è da qui che parte tutto: mio suocero, Renzo Bassani, ha passato trentotto anni a lavorare come capotreno sulle Ferrovie, prima che tutto cambiasse, prima che i treni regionali diventassero merce rara nei paesi piccoli e le grandi tratte finissero appaltate a operatori privati con i loro orari, le loro tariffe, i loro criteri.
Quando ho sposato sua figlia Chiara, nel duemilaundici, lui mi guardava già storto perché lavoravo "per quelli che stanno smantellando tutto". Aveva questa frase fissa, gliela sentivo ripetere ogni Natale a Reggio Emilia, seduto al capotavola con il bicchiere di Lambrusco in mano: "Ai miei tempi il treno delle sei e dieci per Modena non saltava mai, nemmeno con la nebbia. Adesso voi guardate solo i container, la gente non conta più niente."
Io provavo a spiegargli che non ero io a decidere gli investimenti, che la mia parte era tenere in sicurezza gli scambi e i binari, non scrivere gli orari. Ma per lui ero comunque uno di quelli. Uno che aveva scelto il lato sbagliato del binario, se posso dire così.
La cosa che lui non sapeva — e che io non gli ho mai raccontato fino a quest'estate — è quanto tempo passassi davvero a guardare i tabulati dei treni merci che bloccavano i convogli passeggeri. Non è una colpa mia, è come funziona il sistema quando l'infrastruttura è divisa tra chi trasporta persone e chi trasporta acciaio, cemento, container dal porto di Genova verso il Nord. Un treno merci lungo un chilometro e mezzo, quando è già impegnato sul binario, non si sposta per far passare un regionale. Prende la precedenza per inerzia, per fisica, prima ancora che per contratto.
Renzo questo lo sapeva meglio di me, in realtà, l'aveva vissuto per decenni. Solo che a lui piaceva pensare che fosse tutta colpa nostra, dei manager, dei conti, della privatizzazione. Non voleva sentire che c'entrava anche la geografia, i costi enormi di un binario nuovo, le distanze, le scelte fatte quarant'anni prima su dove mettere i soldi.
A giugno di quest'anno è successa una cosa che ha cambiato tutto. Sua nipote — mia figlia Elisa, dodici anni — doveva andare a un torneo di pallavolo a Rimini, e il regionale delle sette e quaranta da Reggio era saltato per un guasto a uno scambio vicino a Bologna Centrale. Chiara era già partita in macchina con la squadra, io ero rimasto a casa per un turno, e Renzo si era offerto di accompagnare Elisa in auto fino alla stazione. Arrivati lì, il tabellone luminoso diceva "soppresso", e basta, nessuna spiegazione.
L'ho chiamato io, da lavoro, per dirgli di non aspettare, che li avrei portati io con la macchina. E lui, al telefono, con quella voce che uso sempre per raccontare com'era diventato tagliente negli ultimi anni, mi ha detto: "Vedi? Te l'ho sempre detto. Qui il treno lo tenete in piedi solo per far girare i vagoni merci, la gente aspetta sul marciapiede come fosse bestiame."
Io, in quel momento, non avevo voglia di litigare. Avevo Elisa che piangeva perché rischiava di perdere il pullman per il torneo, e mio suocero che invece di aiutarmi a risolvere il problema stava già preparando l'ennesimo discorso sul treno delle sei e dieci. Gli ho detto solo: "Renzo, portala tu in macchina fino a Bologna, io recupero il resto." E ho riattaccato.
Quella sera, dopo aver riportato Elisa a casa da Rimini — un'odissea di quattro ore in macchina per centoottanta chilometri che in treno, se tutto fosse andato liscio, ne avrebbe richieste novanta — mi sono seduto con lui in cucina. Chiara dormiva già, esausta. E per la prima volta gli ho detto tutto quello che pensavo davvero.
Gli ho detto che non ero il nemico. Che il binario tra Reggio e Bologna non è più suo, di Renzo, e non è nemmeno mio: è di una rete che ha deciso, decenni fa, di dare la priorità a chi paga di più per far viaggiare l'acciaio invece che i pendolari. Gli ho detto che io stesso, ogni mattina, controllo i sensori di quello scambio guasto perché su quella tratta passano treni merci diretti al terminal di Dinazzano, e che la manutenzione costa, e che i fondi per rifare l'infrastruttura passeggeri in questo paese non arrivano mai abbastanza in fretta.
Lui è rimasto zitto per un bel po'. Poi ha tirato fuori dal cassetto della credenza un vecchio orario ferroviario, ingiallito, di quelli stampati su carta sottile, con la copertina delle Ferrovie dello Stato degli anni Ottanta. Me l'ha messo in mano senza dire niente.
Dentro, con una biro blu, aveva segnato ogni turno che aveva fatto per trent'anni. Ogni ritardo annotato a margine, con la causa: "neve", "sciopero", "guasto locomotiva". Una vita intera scritta a mano su quelle pagine.
"Non ce l'ho con te," mi ha detto alla fine. "Ce l'ho con il fatto che quello che ho fatto io per trent'anni, tenere la gente in orario, adesso non conta più niente per nessuno."
Non gli ho risposto con parole. Ho preso il telefono, ho aperto l'app della banca e gli ho fatto vedere una cosa che avevo tenuto per me da mesi: avevo messo da parte novemilaseicento euro, i risparmi di due anni di straordinari, per fare qualcosa che a Chiara non avevo ancora detto. Volevo comprare, insieme a lui, un vecchio vagone ristorante dismesso — ne avevo trovato uno all'asta del deposito di Voghera — e restaurarlo, non per farlo viaggiare, ma per metterlo fermo su un binario morto vicino a Reggio, trasformarlo in un piccolo museo aperto ai bambini delle scuole, con dentro tutti i suoi orari, le sue foto in divisa, i suoi racconti.
Gli ho detto: "Renzo, quello che sai tu, i turni, gli orari, le storie dei passeggeri, non lo trovo scritto da nessuna parte. Se non lo mettiamo da qualche parte, si perde con te."
Ha guardato lo schermo del telefono, poi il vecchio orario che teneva ancora in mano, e ha chiuso il pugno intorno alla copertina ingiallita come se stesse decidendo se lasciarla andare o no.
A settembre il vagone è arrivato su un carro attrezzi da Voghera. L'abbiamo scaricato su un binario dismesso dietro il deposito di Reggio, quello che una volta serviva per i treni merci diretti verso Dinazzano — la stessa infrastruttura che per anni ci aveva diviso. Renzo ci ha messo dentro i suoi orari incorniciati, la sua divisa da capotreno, e una targa con scritto: "Qui il tempo si è fermato, perché qualcuno lo ricordasse."
Elisa ci va ogni sabato con il nonno, ad ascoltare le sue storie sul treno delle sei e dieci che non saltava mai nemmeno con la nebbia. Io non ho più bisogno di spiegargli cosa faccio per lavoro. Il vagone parla per me, e i suoi orari parlano per lui.
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