Mio nipote ha sei mesi e io lo tengo in braccio da meno di venti minuti a testimoniana, in un corridoio di ospedale che sa di disinfettante e caffè della macchinetta. Mi chiamo Renzo Bellucci, ho sessantotto anni, faccio il magazziniere in pensione da tre, e fino a un mese fa non sapevo nemmeno che questo bambino esistesse.
Mia figlia Ilaria non mi parla da quattro anni. La colpa, se vogliamo chiamarla così, è mia: quando lei si è messa con Davide, un uomo di dodici anni più grande, separato, con due figli da un altro matrimonio, io le ho detto che stava buttando via la sua vita. Gliel'ho detto a cena, davanti a un piatto di orecchiette che nemmeno abbiamo finito, a Bari, nella casa dove sono cresciuta anche lei. Lei si è alzata, ha preso la borsa, ed è uscita senza chiudere la porta. L'ho sentita chiudersi da sola, sbattuta dal vento di scirocco.
Da allora, niente. Un messaggio a Natale, "buone feste papà", e basta. Io non ho ceduto — per orgoglio, diciamolo pure, perché pensavo che prima o poi sarebbe tornata lei a dirmi che avevo ragione. Mia moglie Concetta è morta due anni fa, di infarto, mentre stendeva i panni sul balcone di via Sparano. Non ha fatto in tempo a vedere questa nipotina. Ilaria è venuta al funerale, si è seduta in fondo alla chiesa, ha aspettato che tutti se ne andassero prima di avvicinarsi alla bara. Non mi ha guardato negli occhi. Io non ho trovato le parole.
Un mese fa mi ha telefonato Davide, non lei. Mi ha detto solo: "Renzo, è nata sua nipote. Si chiama Concetta, come sua moglie. Ilaria vorrebbe che lei la conoscesse, ma non ha il coraggio di chiamarla lei. Ci pensi lei se venire o no." Poi ha riagganciato, secco, come uno che ha fatto il suo dovere e non vuole aggiungere altro.
Ci ho pensato tre giorni. Ho girato per casa con quel numero scritto su un foglietto attaccato al frigorifero con la calamita della Madonna di Pompei che Concetta teneva da sempre. Il terzo giorno ho preso la Panda e sono andato all'ospedale San Paolo, dove Ilaria era ricoverata ancora per un problema alla pressione dopo il parto.
L'ho trovata nel corridoio del reparto maternità, seduta su una sedia di plastica azzurra, con la bambina in braccio e gli occhi gonfi. Quando mi ha visto non ha detto niente. Le ho chiesto solo: "Posso?" Lei ha guardato Davide, che era vicino con un sacchetto della farmacia in mano, e lui ha annuito piano. Ilaria mi ha messo la bambina tra le braccia senza una parola.
Il peso di quella bambina — non più di tre chili e mezzo, immagino — mi ha riportato di colpo a trentadue anni prima, quando tenevo Ilaria neonata proprio così, con la stessa paura di romperla. Le sue dita minuscole si sono strette attorno al mio mignolo, quello con la cicatrice del magazzino, e io ho sentito la gola stringersi come non mi succedeva da anni.
"Si chiama Concetta," ho detto, non era una domanda.
"Sì," ha risposto Ilaria. "Perché la nonna non l'ha mai conosciuta. E perché tu potessi almeno avere questo."
Non ho pianto lì, davanti a tutti. Ho aspettato di essere di nuovo in macchina, nel parcheggio dell'ospedale, con le mani ancora che sapevano di crema per neonati, per lasciarmi andare. Ma quello che ho fatto dopo non è stato piangere e basta. Il giorno dopo sono andato dal notaio Fabrizi, in via Putignani, quello che aveva già seguito le pratiche della successione di Concetta, e ho cambiato il testamento. La casa di via Sparano, quella che avevo intenzione di lasciare divisa fra Ilaria e un cugino a cui non parlo da vent'anni per una storia di un terreno a Modugno, l'ho intestata tutta a Ilaria, con un vincolo: un piccolo fondo, ventimila euro, destinato esclusivamente agli studi di Concetta, svincolabile solo al compimento dei diciotto anni.
Ho firmato con la stessa penna con cui avevo firmato, tredici anni prima, il rogito della casa. Il notaio mi ha chiesto se ero sicuro, visto che non parlavo con mia figlia da così tanto tempo. Gli ho detto che ero più sicuro di quella firma che di qualunque altra cosa avessi fatto negli ultimi quattro anni.
Ora sono tornato all'ospedale con la busta del notaio nella tasca interna della giacca, quella buona, quella del matrimonio di mio nipote che non ho più. Ilaria è seduta sul letto, Davide le tiene la mano, la piccola Concetta dorme nella culletta di plastica trasparente vicino alla finestra, con quel respiro veloce e irregolare che hanno i neonati.
"Non sono venuto a chiedere scusa con le parole," le dico, posando la busta sul comodino, sopra una rivista di gossip che nessuno ha aperto. "Le parole le ho sprecate già troppe, quella sera a tavola. Questa è la casa di tua madre. È tua. E c'è un fondo per Concetta, per quando avrà bisogno di studiare, di partire, di fare quello che vuole senza chiedere permesso a nessuno — nemmeno a me."
Ilaria apre la busta con le mani che tremano un po', legge in fretta, poi alza gli occhi. Non dice "grazie". Dice: "Perché adesso?"
"Perché ho quasi perso il funerale di tua madre per l'orgoglio, e non voglio perdere anche il battesimo di mia nipote." Mi fermo un secondo. "E perché tua madre, se fosse qui, mi avrebbe tirato uno schiaffo per come mi sono comportato con Davide."
Davide, dall'angolo della stanza, fa un sorriso storto, il primo gesto morbido che gli vedo fare da quando lo conosco. Ilaria piange, ma non è il pianto di quattro anni fa sulla porta sbattuta: è un altro pianto, quello che si fa quando finalmente si può smettere di tenere le spalle dritte per forza.
Fuori, nel corridoio, sento un carrello della cena che sbatte contro lo stipite di una porta, qualcuno che ride a bassa voce in una stanza vicina, la televisione di un altro reparto che trasmette il telegiornale delle venti. La piccola Concetta si sveglia, fa un piccolo verso, e io mi avvicino alla culletta prima ancora che qualcuno mi dica di farlo. La prendo in braccio di nuovo, e questa volta non ho fretta di restituirla a nessuno.
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