Il banchetto era per i sessant'anni di Eleonora Ferrante. Sul prato della villa sotto San Gimignano c'erano tavoli con tovaglie color panna, lampade appese ai rami dei pini e camerieri in giacca bianca. Dall'angolo dove erano sedute Silvia e le bambine, il profumo di rosmarino arrivava solo quando cambiava il vento. Vicino a loro, oltre la siepe bassa, c'era il parcheggio del personale: due furgoni frigo e un motorino rosso. La lampadina sopra l'ingresso di servizio era fulminata.
Giancarlo Ferrante, marito di Silvia, si muoveva tra gli ospiti con il bicchiere alzato. Parlava della villa come di una conquista personale.
— Due milioni e quattrocentomila euro. Colpo dell'anno, ve lo dico io. Questa tenuta è la prova di fin dove sono arrivato.
Silvia lo sentì mentre toglieva il cappottino a Nora. La bambina di cinque anni teneva in mano una foglia d'ulivo raccolta vicino al cancello. Non la lasciava andare da mezz'ora.
Eleonora stava poco distante, davanti al tavolo dei buffet, con due signore vestite di blu. Silvia non voleva ascoltare. Ma le voci arrivavano nette, come se la donna parlasse apposta perché arrivassero.
— Il mio Giancarlo si è fatto da solo. Non aveva niente quando è nato il primo nipote… ah no, la prima nipote.
Le due signore risero piano. Eleonora prese un grissino e lo spezzò in tre.
— Dico sempre a mio figlio: per portare avanti il nome Ferrante servono figli maschi. Ma quella lì… ha saputo fare solo due femmine.
Silvia strinse il bordo del tavolo con due dita. Il bicchiere davanti a Nora traballò. Lei lo fermò con il palmo.
Poi Eleonora attraversò il prato verso il tavolo dove sedevano Silvia e le bambine. Alice, otto anni, stava ancora mangiando un pezzo di focaccia con la mortadella. Aveva appena tagliato il bordo duro con la forchetta, come le aveva insegnato la madre.
Eleonora arrivò alle spalle di Alice. Allungò le mani e prese il piatto.
— La nonna ha deciso che questa roba non vi spetta.
Nora alzò la testa dal disegno che faceva con il dito sulla tovaglia. Alice guardò il piatto sparire tra le mani della nonna.
— Nonna, non ho finito — disse Alice. La voce era ferma, ma il piede sotto la sedia batteva contro la gamba del tavolo.
Eleonora sorrise a labbra chiuse e passò i piatti a un cameriere.
— Niente storie, bambina. Il tavolo principale è per chi ha dato a questa famiglia dei veri eredi.
Diversi parenti ascoltarono. Uno zio si abbassò a sistemarsi la cravatta. Una cugina aprì la borsetta e controllò il telefono. Nessuno disse una parola. Un cameriere versò altro vino a un tavolo non lontano.
Eleonora appoggiò davanti alle bambine un contenitore di plastica. Il coperchio era incrinato. Dentro c'erano verdure fredde, pane secco e pezzi di carne mischiati a sugo e pangrattato.
— Questo basta per tre.
Quando spinse il contenitore verso Alice, il coperchio si aprì. Una macchia di sugo finì sul vestito giallo di Nora. Un'altra rimase sulla manica di Alice.
Le bambine non piansero. Guardarono il padre. Giancarlo alzò il calice dal tavolo principale.
— Silvia, non ricominciare. Mia madre sa come si organizzano queste feste. Lasciami passare la serata in pace.
Silvia prese il tovagliolo. Strofinò con calma la manica di Alice, poi il vestito di Nora. La stoffa era ormai segnata. Buttò il tovagliolo nel contenitore di plastica.
— Andiamo — disse alle bambine.
Alice la tirò per la manica.
— Mamma, in tasca ho ancora un ovetto di cioccolato. Non ho fame.
Silvia sollevò Nora in braccio. Prese Alice per mano. Attraversò il prato senza voltarsi. Dietro di lei, i camerieri portavano in tavola vassoi di pappardelle al cinghiale. Qualcuno rise. Qualcuno fece un brindisi al compleanno.
Sulla ghiaia del viale, Silvia si girò appena. Parlò senza alzare la voce.
— Da stasera nessuna delle due mangerà più quello che qualcuno decide che si meritino.
Giancarlo abbassò il bicchiere.
— E cosa vorresti fare, tu?
Silvia si voltò. Lo guardò dritto negli occhi. Fece con le dita il gesto di strappare qualcosa nell'aria.
— Prima smetto di pagare per le tue invenzioni.
Giancarlo restò con la bocca semiaperta. Eleonora lo raggiunse sulla ghiaia.
— Falla andare. Domani le sarà passata.
Silvia uscì dal cancello con le bambine. Nora teneva ancora la foglia d'ulivo nel pugno chiuso. La macchina di Silvia era parcheggiata in salita, accanto al muro di cinta. Sali le bambine sui sedili posteriori, allacciò le cinture. Poi si sedette al posto di guida. Girò la chiave. Il motore si accese al primo colpo.
Nora chiese:
— Mamma, dove andiamo?
— In centro. A mangiare qualcosa di caldo.
Silvia uscì dalla strada sterrata e imboccò la provinciale. Guido per qualche minuto senza parlare. Poi prese il telefono dal portaoggetti. Trovò il numero. Chiamò.
— Signor Bruni, buonasera. Sono Silvia Ferrante, sì. Mi spiace per l'ora. Ho bisogno di un favore.
Il signor Bruni era il gestore del conto presso la Cassa di Risparmio di Siena. Silvia gli spiegò due cose, con voce piana, come quando si dà un'istruzione a un geometra.
— Sì, il mutuo sulla tenuta è intestato solo a me. Voglio che da lunedì mattina i pagamenti automatici vengano bloccati. Tutti. Anche l'assicurazione? Sì. E mandi una comunicazione scritta alla villa. Con copia al notaio.
Ascoltò qualche secondo.
— No, non è un errore. Mi richiami quando è pronto il prospetto.
Chiuse la telefonata. Inserì il telefono nel vano accanto al cambio. Dietro, Alice e Nora guardavano fuori dal finestrino. Il buio scendeva sui campi filari, le colline toscane diventavano sagome scure. La luce del cruscotto illuminava il profilo di Silvia. Non tremava. Non piangeva. Cambiò marcia in quarta e accelerò.
L'orologio sul cruscotto segnava le 19:17 quando, alla villa, i camerieri cominciarono a servire il dolce.
Sul viale davanti al cancello arrivò una berlina scura. Poi una seconda. Dalla prima scese un uomo con una cartella di pelle. Dalla seconda, un funzionario con una busta intestata. Il cameriere al cancello li fermò.
— C'è una festa privata, signori.
Il funzionario mostrò un tesserino.
— Devo consegnare un atto al signor Giancarlo Ferrante.
Il cameriere li accompagnò verso il prato. Giancarlo stava facendo un brindisi con un gruppo di colleghi. Quando vide la busta, alzò il mento.
— Che c'è?
Il funzionario gli porse la busta.
— Comunicazione della banca. Il mutuo ipotecario sulla tenuta è stato sospeso per disposizione dell'intestataria. Copia della risoluzione del comodato è stata inviata al notaio. La proprietà verrà messa sul mercato.
Giancarlo prese la busta. La strappò con il pollice. Dentro c'era un foglio con la firma di Silvia. Sotto la firma, una cifra: due milioni e quattrocentomila euro. E una data di scadenza: sessanta giorni.
Eleonora arrivò alle sue spalle. Guardò il foglio sopra la spalla del figlio.
— Cosa hai firmato?
— Niente, mamma. È… non è niente.
Ma Giancarlo aveva già il telefono in mano. Cercò il numero di Silvia. Chiamò. Silvia era ferma a un semaforo all'ingresso di San Gimignano. Guardò lo schermo e rispose.
— Silvia, ma che roba è? I miei ospiti…
— Tuoi ospiti, villa tua, festa tua. Paghi tu.
— Ma io non posso pagare due milioni e…
Silvia non lo lasciò finire.
— Giancarlo, tu hai ripetuto per tutta la sera che la villa è la prova del tuo successo. L'hai comprata, no? Allora è tua. Io sono solo la signora che non ha saputo fare altro che due femmine.
Giancarlo tacque. Dietro di lui, gli ospiti guardavano. Eleonora prese la busta dalle mani del figlio e la gettò sul tavolo.
— Ricominci a lavorare, ecco cosa fai. E quelle due impariamo a educarle alla buona educazione.
Giancarlo non rispose. Riuscì solo a dire, con la voce stretta:
— Silvia, non davanti a tutti…
— Buon compleanno a tua madre.
Silvia riattaccò. Posò il telefono sul sedile del passeggero. Guardò le bambine nello specchietto retrovisore. Alice stava aprendo un tovagliolo con attenzione. Nora aveva appoggiato la testa al finestrino e guardava le luci del paese che si avvicinavano.
— Mamma, possiamo prendere un gelato? — chiese Nora.
— Due gusti?
— Tre.
Silvia accennò un piccolo cenno con il capo. Era il primo della giornata.
— Tre.
La berlina scura uscì dal cancello con i due funzionari. Il cameriere notò che la lampadina sopra l'ingresso di servizio si era accesa. Non sapeva chi l'avesse cambiata. Forse l'elettricista che era lì per le luci del giardino.
Sul prato, Giancarlo raccolse il foglio caduto a terra. Lo lisciò con le dita sulla gamba. Eleonora era andata a sedersi al tavolo principale, da sola, con i due grissini spezzati davanti al piatto vuoto.
Quando Silvia entrò in gelateria con Alice e Nora, la ragazza dietro il banco stava abbassando la saracinesca del frigorifero. Alzò lo sguardo.
— Siamo aperti — disse.
Silvia prese Nora in braccio per arrivare all'altezza dei vasetti.
— Cioccolato, fragola e crema — disse Nora, contando sulle dita.
Alice scelse solo crema. E mentre la ragazza preparava i coni, Silvia aprì la borsa. Trovò il blocchetto degli assegni. Lo sfoglio. Lo piegò in due e lo mise nella tasca del giacchetto di Nora, vicino alla foglia d'ulivo.
— Mamma, cos'è? — chiese Nora.
— Una cosa che non mi serve più.
Il cono era freddo tra le dita. Uscirono in strada. Fuori, la luna era bianca sopra le torri del paese. Nora diede un morso al gelato. Si sporcò il mento. Alice guardò la madre.
— Mamma, papà è arrabbiato?
— Credo di sì.
— E la nonna?
Silvia le porse un tovagliolo. Camminarono verso la macchina.
— La nonna resterà a mangiare il dolce.
Alice sorrise piano. In tasca, il suo ovetto di cioccolato si stava sciogliendo. Lo tolse e lo aprì. Ne diede metà a Nora. L'altra metà la tinse verso la madre.
— Tieni, mamma. È ancora buono.
Silvia prese il pezzetto di cioccolato. Era morbido. Lo mangiò. Poi si chinò e guardò Alice negli occhi.
— Grazie.
Risalirono in macchina. Il motore si accese. La provinciale era vuota. Silvia guidava con una mano. Con l'altra asciugò il mento di Nora con il tovagliolo. Il blocchetto degli assegni restava nella tasca del giacchetto, gonfio appena sopra la foglia di ulivo.
Dietro di loro, il paese si allontanava. Davanti c'era la strada scura con le luci gialle dei lampioni. E una cosa nuova nell'aria: il profumo di rosmarino veniva da fuori, dal campo, e non c'era più nessuno a decidere chi potesse sentirlo.












