— Prima di dirmi che non lavoro, ricordati chi ti ha fatto dormire sotto il suo tetto — disse Giulia, posando la tazzina sul piattino con un colpo secco di porcellana.
Marisa Convertino si bloccò a metà frase, il cucchiaino sospeso sopra il tiramisù. Intorno al tavolo, per la festa dei trent'anni di Chiara, la cognata, calò un silenzio che pesava più del caldo di fine agosto. Qualcuno finse di controllare il telefono. Il cugino Pino si mise a studiare le venature del tavolo come se nascondessero un segreto. Loris, il marito di Giulia, strinse la forchetta ma non disse niente.
Era da un anno, ormai, che si arrivava a momenti così.
Giulia aveva trentasei anni e faceva la consulente SEO da casa, un lavoro che le fruttava bene — abbastanza da permetterle, cinque anni prima di conoscere Loris, di comprarsi un trilocale in via dei Salesiani, zona Santa Rosa, a Lecce. Novanta metri quadri, intestati solo a lei, pagati con un mutuo acceso quando ancora usciva da sola la sera e non doveva rendere conto a nessuno. Con Loris, tecnico di un'officina di carrozzeria, si erano sposati tre anni fa e si erano trasferiti lì senza troppe discussioni: era casa sua, funzionava, perché complicarsi la vita.
Marisa, la madre di Loris, era una donna che in sessantadue anni non aveva mai perso un confronto. Quando il suo secondo marito l'aveva lasciata — e si era scoperto che l'appartamento di Monteroni era intestato solo a lui — Marisa si era ritrovata in mezzo a una strada, in senso quasi letterale.
Loris era arrivato una sera, si era seduto sul bordo del divano e aveva taciuto a lungo prima di parlare.
— Mamma non ha dove andare. Due, tre mesi, finché non trova qualcosa. Che ne dici?
Giulia aveva respirato piano. Non le andava. Ma dire di no a chi non ha un tetto non le veniva neanche in mente, con quella faccia lì davanti.
— Va bene. Tre mesi.
Marisa si era presentata una settimana dopo con due furgoncini di scatoloni — servizi di piatti buoni, tappeti, sacchi di stoffe che non si capiva a cosa servissero. Sistemava tutto con la calma di chi non ha intenzione di andarsene presto.
— Mi serve solo un po' di tempo per rimettermi in piedi — aveva detto, guardandosi intorno nell'ingresso. — Appena sto bene, tolgo il disturbo.
I tre mesi erano diventati sei. Poi dieci. Poi era arrivata l'estate successiva e nessuno parlava più di scadenze. Marisa non cercava casa, non chiamava agenzie, non metteva via un euro. In compenso aveva iniziato, giorno dopo giorno, a comportarsi da padrona.
Una mattina Giulia non trovò più la sua tazza preferita al suo posto: era finita sull'ultimo ripiano della credenza. Le spezie erano state riordinate secondo un criterio suo. Gli yogurt magri erano spariti dal frigo.
— Li ho buttati — spiegò Marisa, tranquilla. — Fanno ingrassare, ci sono dentro troppi zuccheri.
— Erano miei, quegli yogurt.
— Mi preoccupo per te.
Ma quello che proprio non le andava giù era vedere Giulia al computer alle dieci del mattino.
— Ancora lì a poltrire in casa — commentava passando davanti allo studio.
— Sto lavorando, Marisa.
— Ai miei tempi si andava in fabbrica, sveglia alle cinque e mezza. Quello sì che era lavoro.
— Sono mestieri diversi.
— Schiacciare tasti al computer lo sa fare chiunque — tagliava corto, e spariva in cucina.
Giulia incassava e tornava allo schermo. Per Loris cercava di non trasformare tutto in guerra aperta. Ma una sera, passando davanti alla porta della suocera, sentì per caso una telefonata.
— …Ma dai, io li aiuto come posso — diceva Marisa a qualcuno della famiglia. — Loris lavora, la moglie sta in casa tutto il giorno, campa sulle sue spalle. Meno male che ci sono io, almeno cucino, tengo d'occhio la situazione…
Giulia si fermò nel corridoio. Ascoltò fino in fondo, con le dita stretta attorno alla maniglia della porta della sua stessa camera, senza girarla.
Quella tensione prese forma del tutto quel pomeriggio di fine agosto, al ristorante Villa Episcopo, per i trent'anni di Chiara. Marisa, al centro del tavolo, si godeva la scena.
— Giulia se la spassa mentre Loris suda — disse sorridendo, rivolta alla vicina ma con voce abbastanza alta da arrivare a tutti. — Sta in casa tutto il santo giorno a scorrere non si sa cosa su internet.
La zia Rosanna fece un cenno col capo. Qualcuno ridacchiò. Loris fissava il piatto.
Giulia capì, in quel momento preciso, che se taceva ancora una volta, la storia non sarebbe finita mai. Un'altra festa, un'altra cena, sempre la stessa scena recitata. Prese il telefono, tenendolo in mano senza nemmeno aprirlo, e si alzò in piedi.
— Scusate se interrompo — disse, con voce piatta e chiara. — Voglio chiarire una cosa, visto che ci siamo tutti.
Le conversazioni si spensero.
— La casa di cui si parla da un anno è mia. L'ho comprata nel duemiladiciannove, prima di conoscere Loris, con i miei soldi, con il mio mutuo intestato a me. — Fece una pausa, le mani piatte sulla tovaglia davanti alla suocera. — E la persona che ci vive gratis da quasi un anno sta raccontando in giro di campare sulle spalle altrui.
Marisa aprì la bocca. Non ne uscì niente.
Il silenzio durò diversi secondi, denso, scomodo.
— Aspetta — fece la zia Rosanna. — Quindi la casa è di Giulia? Non è della famiglia?
— È sua — confermò Loris, piano ma deciso.
Le voci ripresero tutte insieme, da più lati del tavolo. Lo zio Cosimo, che fino a quel momento non aveva aperto bocca, chiese senza giri di parole:
— Marì, ma allora tu campi da un anno gratis in casa di tua nuora?
— Mi trovo in difficoltà — provò a dire Marisa. — Non avevo dove andare.
— E tua cognata diceva che a settembre avevi visto un bilocale a San Cataldo — intervenne una nipote giovane. — E hai rifiutato.
— Era al piano terra. Scomodo.
— E quello in via Imperatore Adriano?
— Troppo rumore di traffico.
I parenti si scambiarono occhiate. Marisa sentì la direzione prendere una piega che non le piaceva, e alzò la voce:
— Non mi aspettavo tanta ingratitudine dalla mia stessa famiglia! Ho dato la vita per i miei figli e ora mi trattate così, davanti a tutti!
Ma nessuno corse in suo soccorso. La zia Rosanna guardava altrove. Lo zio Cosimo studiava la tovaglia. Marisa non era più la vittima della situazione: era qualcuno colto con le mani nel sacco. Una sensazione nuova, per lei. E decisamente sgradevole.
Il viaggio di ritorno in auto fu silenzioso. Marisa, sul sedile posteriore, guardava fuori dal finestrino con l'aria di chi è stata tradita.
A casa, però, Loris non lasciò che la cosa finisse in un broncio e basta.
— Dobbiamo parlare — disse, quando la madre fece per chiudersi in camera. — Tutti e tre, ora.
Si sedettero in cucina. Giulia intrecciò le mani sul tavolo e parlò calma, senza un tremito nella voce.
— Non voglio litigare. Ma non sono più disposta a sentirmi dire che campo alle spalle di qualcuno, in casa mia.
Loris fece un cenno col capo.
— Mamma, sono quasi dodici mesi. Eravamo d'accordo su tre. Non è giusto nei confronti di Giulia.
Marisa aprì la bocca, ma lui continuò:
— Ho già trovato un bilocale, zona Santa Rosa, a cinquecento metri da qui. Quattrocentocinquanta euro al mese. Ti aiuto col trasloco, ti aiuto a sistemarti.
— Quindi mi cacciate di casa.
— Mamma. Ti serve il tuo spazio. Serve anche a noi.
Fissarono la data: quattro settimane, non una di più. Nei giorni successivi Marisa girava per casa con l'aria da martire, parlando il meno possibile. Giulia non cercò di farla sentire in colpa, e non si scusò nemmeno una volta. Loris restò vicino alla moglie, senza tentennamenti.
Il giorno fissato, Marisa chiuse gli scatoloni e se ne andò. In silenzio. Ma se ne andò davvero.
Sei mesi dopo, in via dei Salesiani iniziarono finalmente i lavori di ristrutturazione. Giulia scelse i colori delle pareti con calma e gusto, provando campioni, discutendo con Loris, litigando per sfumature di grigio.
— Grigio perla o bianco latte? — chiedeva, accostando i cartoncini al muro.
— Decidi tu, è casa tua — rispondeva lui, passandole il pennello intinto appena nel bianco latte.
Una sera, seduti tra i barattoli di vernice, Loris disse d'improvviso:
— Solo adesso mi rendo conto di quanto pesasse tutto quello. Non me n'ero accorto, mi ci ero abituato.
— Lo so — rispose Giulia, chiudendo il coperchio del barattolo con un colpo del palmo della mano.
Marisa, nel frattempo, si era sistemata nel suo bilocale: i servizi buoni sulla credenza, un tappeto nuovo, un gatto adottato dal canile di Surbo. Si lamentava con le vicine della solitudine. Al compleanno di Loris si presentò con una torta della pasticceria Natale, la scatola legata con lo spago bianco, posata sul tavolo con due mani ferme. Del lavoro di Giulia non disse più una parola.












