Il messaggio delle 23:47

Marisol Pena era sposata con Ettore da dodici anni, e quella notte, mentre sciacquava l'ultimo piatto nel lavello della sua cucina a Cinisello Balsamo, si rese conto che non vedeva in faccia suo marito dalle sette del mattino.

Qualche parola se l'erano scambiata, questo sì. "Hai preso Daniele all'allenamento?" "Sì, ma la Panda ha fatto di nuovo quel rumore strano quando frena, bisogna portarla da Romano sabato." "Manca il latte e il pane è finito." Messaggi, biglietti attaccati sulla porta del frigo con un magnete di Padre Pio, una lista della spesa a metà su un'app. Dodici anni, e a volte le pareva che il suo matrimonio fosse più un'azienda di logistica familiare che altro.

In salotto parlava la tv —il telegiornale regionale, il solito conduttore che dava le previsioni per la Lombardia— e Ettore stava buttato sulla poltrona reclinabile, ancora con la tuta da lavoro dell'officina dove faceva il meccanico, le palpebre pesanti, cedute a metà. Si era addormentato prima delle nove, come ogni sera da quando Daniele aveva iniziato le medie e gli allenamenti di calcio alle sei del mattino.

Marisol si versò quel che restava del caffè ormai freddo nella moka —quella sua mania di non buttare mai niente— e si sedette sul gradino della porta sul retro. Da lì si vedeva il filo dei panni con ancora stesi i vestiti dei gemelli, dimenticati dal pomeriggio, e più in là il cancelletto arrugginito che Ettore prometteva di ripitturare dalla primavera. Un cane abbaiava tre case più in là, sempre lo stesso cane, un pastore tedesco anziano che abbaiava al camion della nettezza urbana il martedì.

Dodici anni. E quella notte, con i piedi freddi sul cemento e una tazza di caffè che ormai non sapeva più di niente, si chiese se questo fosse tutto quello che l'aspettava. Turni che non si incontrano mai, figli che prosciugano ogni goccia di energia, bollette, il figlio più grande di Ettore del primo matrimonio che chiamava a chiedere soldi ogni due mesi, la madre di Marisol malata a Bergamo che reclamava visite che lei non aveva il tempo di fare.

Fu allora che il telefono le vibrò nella tasca della vestaglia.

Un messaggio di Ettore. Dalla poltrona, a quattro metri di distanza, senza nemmeno alzare la testa.

"Lo so, anche oggi non ci siamo parlati. Lo so che va avanti così da quasi un mese. Ma ti ho vista truccarti stamattina davanti allo specchio del corridoio, di corsa, col rossetto in mano, e ho pensato: è sempre lei. La stessa del matrimonio in chiesa a Sant'Ambrogio. Scusa se mi sono addormentato di nuovo. Tienimi da parte un caffè per domani."

Marisol lesse il messaggio due volte e posò il telefono a faccia in giù sul gradino. Che glielo chiedesse così, senza altro, dopo un mese di puro incrocio di orari, le fece più rabbia che tenerezza. Come se un messaggio potesse sistemare trenta notti di poltrona vuota dall'altra parte del letto. Pensò di non rispondere. Pensò di lasciarlo lì, nella tasca della vestaglia, finché a lui non venisse in mente di chiedersi perché non arrivava risposta.

Restò comunque a fissare il cancelletto arrugginito ancora un po', poi il filo dei panni, e le tornò in mente che il rossetto che portava quella mattina glielo aveva regalato lui, circa sei anni prima, per un anniversario che per poco non si erano scordati entrambi.

Si alzò, entrò in cucina e versò quel che restava del caffè freddo in un bicchiere con il ghiaccio —perché a Cinisello, anche in ottobre, fa ancora troppo caldo per berlo così, tiepido—. Lo mise in frigo con un biglietto scritto sul retro di uno scontrino dell'Esselunga: "Eccolo qui. E sono ancora io."

La mattina dopo Ettore trovò il bicchiere. Lo bevve tutto d'un fiato prima di uscire alle sei, con la camicia mezza abbottonata e le chiavi del furgone in mano. Passò per la cucina, la vide servire i cereali ai gemelli, e senza dire niente le stringe la spalla due secondi prima di uscire dalla porta.

Marisol rimase lì, con la scatola dei cereali ancora sospesa in aria, ad ascoltare il furgone partire fuori e allontanarsi verso l'officina. Andò a lavare il bicchiere vuoto e lo lasciò a faccia in giù nello scolapiatti, pronto per la notte seguente.

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Il messaggio delle 23:47