L’ultima volta che abbiamo comprato un hamburger insieme in via del Corso

Il cartone dell'hamburger era ancora caldo quando Rosa lo appoggiò sulle ginocchia, seduta sul muretto basso vicino alla fontana, in via del Corso. "Quattro euro e cinquanta per due panini," brontolò, dividendo il suo a metà con le mani già segnate dai turni in corsia. "Ti sembra normale?" Giulia rise con la bocca piena, le dita unte di maionese, senza sapere che sarebbe stata l'ultima volta. Rosa aveva un turno alle quattro, e prima di tornare in ospedale volle fare quella passeggiata, come se qualcosa dentro di lei sapesse già che il tempo stava per restringersi.

Giulia aveva otto anni quando sua madre morì. Il padre non era mai stato nel quadro. La parola "papà" non si pronunciava in casa, non appariva nelle foto né nei discorsi. La madre l'aveva cresciuta da sola in un piccolo appartamento ad Ancona, con un balcone che guardava il mare e quell'odore di salsedine che restava sempre attaccato ai vestiti. Quando se ne andò, il silenzio nell'appartamento era così denso che Giulia rimase seduta sul pavimento per due ore senza riuscire a piangere.

A aprirle la porta furono nonna Teresa e zia Rosa. Vivevano insieme a Bologna, in via Zamboni, in una vecchia casa con il tetto di coppi rossi e un melograno in cortile. Senza troppe parole, sistemarono un letto per bambini nella stanzetta, svuotarono un cassetto dell'armadio, e nonna Teresa posò sul comodino una scatola di latta con i biscotti al burro — come faceva sempre per i nipoti in visita. Solo che Giulia non era in visita. Era venuta per restare.

Nessuna delle due la fece mai sentire un peso. Anzi, il contrario. Nonna Teresa si alzava presto, metteva su l'acqua per il caffè, le pettinava i capelli e le raccontava dell'infanzia di sua figlia nel quartiere — di come scappava scalza per i portici e tornava con le ginocchia sbucciate e un sacco di storie da raccontare. Zia Rosa lavorava come infermiera all'ospedale Sant'Orsola, tornava a casa sfinita, ma trovava sempre la forza di portare Giulia a fare un giro ai Giardini Margherita, o semplicemente su una panchina davanti a San Luca. A volte avevano i soldi solo per due gelati al cono da comprare al chiosco. Bastava.

Quando Giulia, a quindici anni, le chiese perché zia Rosa non si fosse mai sposata, Rosa prese un sorso di camomilla e posò la tazza sul marmo del tavolo. "Avevo già la figlia che mi serviva," disse. Senza drammi. Senza grandi parole. Una frase detta come si passa il sale a tavola.

Nonna Teresa morì due anni dopo. Fu la prima volta che Giulia vide zia Rosa spezzarsi davvero. La trovò in cucina alle tre di notte, seduta davanti a una tazza di caffè freddo, le mani stretta attorno alla tazza senza portarla alle labbra. Rosa non disse nulla — la tirò semplicemente a sé, l'abbracciò così forte che facevano male le costole, e disse: "Adesso ci siamo solo noi due."

Gli anni seguenti furono tranquilli. Rosa faceva i doppi turni in ospedale, risparmiando ogni centesimo perché Giulia potesse iscriversi all'Università di Bologna, Scienze dell'Educazione. La sera cucinavano insieme — Rosa le insegnava a fare il ragù come si deve, ridendo quando la pasta scuoceva, borbottando "ecco, ancora bruciata come l'altra volta". La vita non era facile, ma c'era tra loro un sentimento comune: ce la caviamo.

Cinque mesi fa Rosa cominciò a lamentarsi di essere stanca. "È l'età," diceva, stendendo il bucato sul balcone. "Prima finivo un turno e correvo al mercato della Montagnola, adesso devo sedermi dieci minuti dopo ogni rampa di scale." Ma la stanchezza si trasformò in un dolore che non mollava la presa. Per settimane rifiutò di andare dal medico. "Sarà un virus," insisteva, proprio come negava che il rubinetto della cucina perdesse. Giulia la costrinse a prendere un appuntamento. Gli esami rivelarono una malattia già in stadio avanzato, di quelle per cui ti svegli una mattina e scopri che tutti i progetti — la vacanza in Puglia, la ristrutturazione della cucina di cui parlavano da mesi — si chiudono dietro una sola porta d'ospedale.

I ricoveri arrivarono a catena. Esami, terapie, notti su una sedia pieghevole nel reparto di medicina interna. L'ultima volta che riuscì a parlarle sul serio, Rosa le chiese di non lasciare l'università. "Prendi l'esame di diritto, devi capire come funzionano i contratti," disse con la fermezza di un'impiegata che ti manda a firmare un modulo. Poi aggiunse, con una voce completamente diversa: "E non passare la vita a cercare un uomo che non si è mai preso la briga di cercare te." Le prese la mano, dita fredde e sottili, e disse: "Non mi preoccupo più per te. Hai imparato ad andare avanti."

Giulia promise. Non disse che dentro era ancora la bambina di dieci anni che aveva visto chiudersi una porta.

Il funerale fu in una giornata di scirocco, nel reparto comune del cimitero della Certosa. La gente disse quello che si dice sempre: che donna straordinaria, si prendeva cura di tutti. Giulia stava in disparte, pensando una sola cosa: questa donna mi ha cresciuta. Non è mia zia. È mia madre. Senza carte bollate. Senza accordi. Solo una vita intera di scelta.

Quando tornò all'appartamento dopo i giorni di lutto, aprì la porta e si bloccò. Per un attimo fu certa che avrebbe sentito la voce dalla cucina: "Hai mangiato qualcosa, Giuli'? C'è il brodo in frigo." Il silenzio era pesante come una tenda di velluto. Richiuse la porta da fuori. Respirò a fondo. La riaprì. Questa volta si costrinse a entrare.

In frigorifero l'aspettava un contenitore. Brodo di gallina che Rosa aveva preparato l'ultimo giorno prima del ricovero, con le carote tagliate a rondelle sottili. Sulla porta del frigo, sotto una calamita a forma di Vespa comprata al mercatino dell'Antiquariato, c'era un bigliettino. Non un addio. Non un testamento. Una lista della spesa: "Cuscus, carote, cannella, ritirare le medicine in farmacia." Le parole erano scritte con la sua calligrafia tonda, e la cosa più dolorosa era che stava già pensando a un altro pranzo. Un'altra sera qualunque. Non sapeva.

Giulia si sedette sul pavimento, esattamente come a dieci anni, e stavolta pianse. Pianse tenendo il bigliettino contro il petto con entrambe le mani, le ginocchia tirate su, il contenitore di brodo ancora freddo posato di fianco a lei sulle piastrelle della cucina.

Poi si alzò, chiuse la porta del frigorifero, e disse piano: "Zia Rosa, sono a casa."

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L’ultima volta che abbiamo comprato un hamburger insieme in via del Corso