Villa Caprile, sulle colline sopra Pesaro, quella sera di settembre brillava come un gioiello. Duecentoquaranta invitati, un quartetto d'archi, e sul tavolo d'onore una torta a sei piani decorata con fiori di zucchero che aveva richiesto tre giorni di lavoro alla pasticceria più cara delle Marche.
Il matrimonio era quello di Beatrice Ansaldi, ventotto anni, con Filippo Corsini, erede della Corsini Infissi, l'azienda che produceva finestre e portoni per mezza Italia. La madre dello sposo, Ornella Corsini, aveva organizzato tutto fino all'ultimo petalo. Non sopportava gli errori. E ancora meno sopportava il personale che, secondo lei, "non sapeva stare al suo posto".
Il personale di sala era arrivato da un'agenzia di catering di Fano. Tra i camerieri c'era un ragazzo di circa trent'anni, alto, con la divisa leggermente larga sulle spalle, che si muoveva con un'attenzione quasi eccessiva verso ogni vassoio. Si chiamava Nazzareno, anche se quella sera nessuno si curò di chiedergli il nome. Per Ornella era semplicemente "quello col vassoio".
Successe durante il momento del taglio della torta. Ornella, con un calice di Prosecco in mano già dal terzo giro, si era avvicinata al tavolo per controllare che tutto fosse perfetto per le fotografie. Nazzareno stava spostando un carrello con i piatti del dolce quando lei, voltandosi di scatto per chiamare la fotografa, lo urtò con il gomito.
Non fu una vera spinta. Ma bastò.
Nazzareno perse l'equilibrio, il carrello sbandò, e lui finì con il viso dritto contro il primo piano della torta, quello con la glassa più spessa, tra fiori di zucchero e nastri di cioccolato bianco.
Per tre secondi nessuno disse niente. Poi scoppiarono le risate.
Qualcuno iniziò a filmare col telefono. Un cugino dello sposo gridò "bravo, bis!" tra le risate generali. Ornella, invece di scusarsi, alzò la voce sopra il frastuono:
«Ecco, si vede chi non sa fare il suo lavoro. Guarda che disastro, la torta era costata duemilacinquecento euro!»
Nazzareno si rialzò, la glassa che gli colava dal mento, gli occhiali storti su un orecchio. Non rispose. Si pulì il viso con il tovagliolo che qualcuno gli porse — non Ornella, ma una delle damigelle, imbarazzata per quello che aveva appena visto.
Fu proprio lei, Carlotta, la damigella d'onore e migliore amica di Beatrice, a notare qualcosa di strano. Mentre gli porgeva un secondo tovagliolo per la giacca, vide che sotto la manica della divisa, al polso, c'era un orologio che non c'entrava nulla con la paga di un cameriere d'agenzia — un Omega con il cinturino in pelle consumata, di quelli che si tengono per vent'anni e si tramandano, non quelli che si comprano per una serata di straordinari.
Nazzareno si scusò con un cenno, disse che andava a cambiarsi la giacca sporca, e si allontanò verso l'ingresso di servizio.
Tornò nel salone dieci minuti dopo. Si era tolto il papillon e la giacca da cameriere, e indossava ora una giacca scura che aveva lasciato nella propria auto, parcheggiata fuori dal cancello della villa insieme a quella dei fornitori. In mano teneva una cartellina con il logo di uno studio tecnico di Pesaro.
Si avvicinò al tavolo degli sposi con una calma che contrastava con tutto quello che era successo prima. Si rivolse direttamente a Filippo.
«Mi scusi, signor Corsini. Sono arrivato prima apposta, volevo parlarle a cena, con calma, della pratica dei permessi edilizi per l'ampliamento dello stabilimento di Fossombrone. Ho visto che eravate indaffarati con gli ultimi preparativi e, non volendo disturbare, ho dato una mano in sala. Mi è bastato chiedere alla ragazza dell'agenzia una divisa di riserva: avevano un cameriere mancante, io ero in anticipo. Mi è parso un modo discreto per passare il tempo senza intralciare nessuno.»
Filippo lo guardò senza capire, poi impallidì. «Lei è… l'ingegner Taddei? Dello studio che ci segue con il Comune?»
«Esatto.»
Il salone si era zittito. Ornella, ancora con il calice in mano, sentì il sangue gelarsi: l'ingegner Taddei era l'unico che poteva far sbloccare — o bloccare per sempre — l'autorizzazione comunale da cui dipendeva l'espansione della fabbrica, il progetto più grande della Corsini Infissi degli ultimi quindici anni, un investimento da un milione e ottocentomila euro.
Taddei posò la cartellina sul tavolo, accanto al vassoio dei confetti. «Volevo informarvi che il Comune ha sollevato alcune riserve sulla pratica, risolvibili. Ma prima vorrei capire una cosa.» Si voltò verso Ornella. «Quando mi ha urtato col gomito, e io sono finito dentro la torta, lei ha gridato quanto era costata la torta. Non mi ha chiesto se mi fossi fatto male. Non mi ha chiesto come mi chiamassi.»
Ornella provò a ridere, un riso stridulo. «Ingegnere, ma era solo uno scherzo tra invitati, non potevamo sapere—»
«Lo so che non potevate sapere chi fossi» rispose lui, piano. «Il punto non è questo.»
Prese il cellulare dalla tasca interna della giacca, lo accese, e lo posò sul tavolo acceso sulla schermata delle chiamate: l'ultima, fatta quando era ancora in divisa, al socio dello studio che lo aspettava fuori in auto per accompagnarlo alla cena dei permessi del giorno dopo a Fossombrone. «Cinque minuti fa stavo parlando con il mio socio, aspettandomi che la serata finisse in modo normale. Gli avevo detto di aspettarmi in macchina, che sarei uscito presto.» Si rimise il telefono in tasca. «Invece sono finito con la faccia nella glassa, e la prima cosa che ho sentito è stata una cifra in euro.»
Filippo si alzò, pallido, cercando di salvare l'accordo. Ma Taddei alzò una mano, gentile ma definitivo: «Non si preoccupi per l'azienda, signor Corsini. La pratica andrà avanti, ha tutte le carte in regola. Solo che da lunedì se ne occuperà un collega del mio studio. Io chiederò di passare ad altro.»
Si girò verso Beatrice, che fino a quel momento era rimasta in silenzio, e le fece un piccolo inchino, serio: «Auguri, signora. Mi scuso per il disturbo nel giorno più importante.»
Riprese la cartellina dal tavolo, senza guardare più Ornella, e uscì dal salone con lo stesso passo tranquillo con cui era entrato.
Il quartetto d'archi, dopo un attimo di smarrimento, riprese a suonare. Beatrice si voltò verso la torta: il primo piano era ancora sfregiato, un fiore di zucchero caduto per terra vicino alla sua scarpa, schiacciato dal tacco di qualcuno durante la confusione. Lo raccolse con due dita e lo posò sul piattino del dolce, accanto alla sua fetta intatta.
Ornella restò ferma davanti al tavolo, il calice vuoto in mano, mentre i camerieri — quelli veri, dell'agenzia — iniziavano a tagliare il resto della torta per servirla agli ospiti, come se nulla fosse successo.












