— Lei cosa si crede di fare? — sbottò Marisa, quando quello sconosciuto allungò le mani sul cucciolo che teneva al guinzaglio improvvisato, un pezzo di corda da bucato.
— È mio! Lo cerco da otto giorni!
Il cane, un batuffolo color caffellatte con un orecchio più dritto dell'altro, guardava ora l'uno ora l'altra, scodinzolando come se la cosa lo divertisse parecchio.
Marisa Contarini aveva quarantasette anni e viveva a Belluno, in un appartamento al terzo piano di via Garibaldi da cui, d'inverno, si vedevano le Dolomiti incappucciate di neve e, nei giorni di bora, sentiva distintamente il campanile del Duomo battere le ore. Era diventata madre tardi, a trentadue anni, dopo un lungo fidanzamento con Renzo, l'unico uomo del paese che le avesse davvero fatto girare la testa. Le amiche, alle scuole superiori, la prendevano in giro: "Aspetti il principe, Marì? Qui i principi guidano il trattore, mica il cavallo bianco". E in effetti Renzo un trattore lo guidava per davvero, per l'azienda agricola di famiglia su, verso Feltre, ma aveva le mani larghe e uno sguardo che a Marisa pareva promettere il mondo intero.
Si erano messi insieme in fretta. Lui la portava a fare un giro sul trattore la domenica sera, tra i campi di mais, e le raccontava che un giorno avrebbero aperto un agriturismo tutto loro. Quando Marisa rimase incinta, Renzo per settimane si vantò in paese come un pavone. Poi arrivò l'ecografia: tre gemelle. Tre femmine, non un maschio come lui ripeteva da mesi di volere.
Sparì cinque giorni dopo il parto. Non si presentò nemmeno alla dimissione dall'ospedale di Belluno. Vendette la sua parte del trattore al cugino e nessuno lo vide più da quelle parti, se non una volta, anni dopo, in un bar di Trento, secondo quanto raccontò una vecchia compagna di scuola.
Marisa pianse per settimane, poi si rimboccò le maniche. Vendette la casa di famiglia, si trasferì da una zia a Belluno e crebbe da sola le tre bambine — Ludovica, Caterina e Irene — mandandole tutte all'università con due lavori e tanti sacrifici. Ma restò sola. Alle nozze di Ludovica pianse in bagno per non rovinare la festa. A quelle di Caterina scoppiò in singhiozzi davanti a tutti, tanto che le damigelle dovettero portarla fuori a prendere aria. Alle nozze di Irene, l'ultima, pianse in silenzio in un angolo, con un fazzoletto stretto in mano.
Le figlie, ormai grandi, si sentivano in colpa per quella solitudine e avevano provato di tutto: un weekend alle terme di Recoaro, un profilo su un sito di incontri compilato di nascosto, persino una cena organizzata "per caso" con un vedovo del quartiere. Niente da fare.
— Sono vecchia ormai, non mi serve nessuno — ripeteva lei. — Piuttosto, datemi dei nipoti.
Ma le tre, tra mutui appena accesi e lavori precari, di bambini per il momento non ne volevano sapere.
Per i sessant'anni di Marisa, le figlie si riunirono in cucina da Ludovica, davanti a una fetta di crostata di visciole, e decisero che bisognava fare qualcosa.
— Mamma, e se ti prendessi un cane? — propose Caterina.
— Un cane? Per farne cosa?
— Ti tiene compagnia, ti obbliga a uscire, magari conosci pure qualcuno ai giardini di Piazza dei Martiri.
— No, tesoro mio. Ho paura che vivendo con me, quel poverino diventerebbe triste quanto sua padrona.
Una settimana dopo, però, le tre sorelle arrivarono a casa della madre di domenica e trovarono un cucciolo che correva scodinzolando tra il corridoio e il salotto, abbaiando alla televisione accesa su una partita del Belluno Calcio.
— Mamma, e questo? Non avevi detto di no?
— Eh, al cuore non si comanda — rispose lei, sorridendo. — E poi è stato lui a trovare me.
Raccontò come, tornando dal Conad sotto casa con le buste della spesa, l'avesse trovato tremante vicino ai cassonetti, sotto la pioggia gelata di ottobre. Non aveva avuto il cuore di lasciarlo lì. Lo chiamò Briciola.
Da quel giorno Marisa cominciò a uscire tutti i pomeriggi, a camminare fino al parco lungo il Piave, a sorridere di più. Le figlie, vedendola così, non trattennero la commozione.
Un pomeriggio, mentre passeggiava vicino alla fontana, un uomo le corse incontro gridando:
— Birillo! Birillo, tesoro mio, credevo di non rivederti più!
E fu lì che allungò le mani sul cucciolo, e Marisa lo bloccò con quella frase che li fece guardare come due nemici, mentre il cane, felice, saltellava tra i due senza capire il problema.
— Ma io questo cane l'ho tirato fuori io da un tombino, tre mesi fa, in via Mezzaterra! L'ho curato, gli ho dato da mangiare col biberon perché era troppo piccolo! È scappato la settimana scorsa, per lo spavento di un petardo lasciato da qualche ragazzino.
— E io questo cucciolo l'ho trovato da solo, sotto la pioggia, vicino ai cassonetti. Si chiama Briciola, non Birillo!
Litigarono per un buon quarto d'ora, finché non si sedettero — esausti, e un po' ridicoli anche ai propri occhi — sulla panchina di ferro accanto alla fontana, quella con la vernice verde scrostata dove i pensionati del quartiere giocavano a carte il sabato mattina.
L'uomo si chiamava Giorgio Bellavista, sessantatré anni, vedovo da quattro, ex ferroviere in pensione. Le raccontò come aveva salvato il cucciolo dal tombino, come gli aveva tenuto compagnia dopo la morte della moglie, come l'avesse cercato per otto giorni interi, affiggendo manifesti su ogni palo tra il centro e la stazione.
— Sa, dopo che è morta mia moglie, non ho più nessuno all'infuori di lui.
— Neanch'io — disse Marisa, quasi sorpresa di se stessa.
Le si sciolse qualcosa in petto mentre lo ascoltava, e cominciò a raccontare a sua volta: la spesa, la pioggia, il cucciolo tremante, l'affetto che le era cresciuto dentro senza che se ne accorgesse.
Giorgio ascoltò tutto, accarezzò il cane, e disse:
— Va bene così. Se le cose stanno così, se lo tenga lei.
— No, no, aspetti. Come si chiama, di cognome?
— Bellavista, Giorgio Bellavista.
— Piacere, Marisa Contarini. Ma non posso accettare. Lei ci ha messo l'anima, in questo cane, e io glielo porterei via. Non sarebbe giusto.
— E allora non me lo tolga per davvero: veniamo a un accordo.
Il cane intanto guardava ora l'uno ora l'altra, leccava le mani a entrambi, come se il suo unico desiderio fosse che quei due non si separassero mai più.
— Sa cosa le dico? Venga a bere un caffè da me. Ho una crostata in frigo, l'ho fatta ieri.
— Volentieri — rispose Giorgio, senza pensarci due volte, aiutandola ad alzarsi dalla panchina.
Camminarono verso casa mano nella mano, in silenzio, ciascuno pensando la stessa cosa: che forse, dopo tutto, il destino aveva un pessimo senso dell'umorismo ma buone intenzioni. Vicino al portone di via Garibaldi, Marisa si accorse che le tremavano le gambe come non le succedeva da trent'anni.
Per un mese intero si frequentarono ogni giorno, portando a spasso insieme il cane — che ormai rispondeva indifferentemente a Birillo e a Briciola, tanto gli bastava avere entrambi vicino — e chiacchierando fino a tardi davanti a una tazza di caffè d'orzo. Alle figlie non disse nulla, temendo scherzi o domande imbarazzanti; chiese solo di essere avvisata prima di ogni visita, perché "potrei non essere in casa".
Poi, una domenica di marzo, Giorgio si presentò da lei vestito di tutto punto, con un mazzo di fresie gialle, una scatola di pasticcini della pasticceria Tonon e una confezione di crocchette.
— Non mi inginocchio, che poi con la sciatica non mi rialzo più — disse, sorridendo appena.
— Non dirmi che vuoi…
Lui annuì.
— Vuoi sposarmi, Marisa? Passare con me quello che ci resta, nel bene e nel male?
Lei provò a trattenere le lacrime, ma le colarono comunque lungo il viso, tra le rughe che negli ultimi mesi sembravano essersi ammorbidite da sole.
— Sì.
Il cane abbaiò due volte, corse in cerchio attorno alle loro gambe, e nell'euforia lasciò una piccola pozza sul pavimento della cucina. I due scoppiarono a ridere, mentre Giorgio andava ad apparecchiare e Marisa correva a prendere lo straccio, stendendo per sicurezza anche un tappetino assorbente vicino alla porta.
Proprio quel giorno le tre figlie decisero di farle una sorpresa: passarono dalla pasticceria a comprare i bignè alla crema che a Marisa piacevano tanto, e salirono le scale ridendo tra loro. Quando entrarono in cucina e videro un uomo sconosciuto seduto a tavola, rimasero a bocca aperta.
— Mamma, questo chi è? — chiesero quasi in coro, dopo un lungo minuto di silenzio imbarazzato. Con tutte le truffe che si sentivano in giro, ai danni di donne sole di una certa età, il primo pensiero fu tutt'altro che romantico.
La risposta della madre le spiazzò completamente.
— Ve lo presento, ragazze: Giorgio. Il mio fidanzato.
Ludovica sorrise, incrociando le braccia.
— Mamma, tu proprio non finisci mai di stupirci.
— Eh, cosa vuoi farci — rispose lei, appoggiando la spalla contro quella di Giorgio. — Al cuore non si comanda.
Il cane abbaiò per confermare, e corse dritto sul tappetino, colto da un nuovo, incontenibile moto di gioia. Tutti scoppiarono a ridere, mentre Giorgio versava il caffè in cinque tazze diverse, tirate fuori una a una dalla credenza come se le conoscesse da sempre.
Tre mesi dopo si sposarono nella chiesetta di San Rocco, con le tre figlie come testimoni e il cane — ormai chiamato semplicemente Fortuna, nome su cui alla fine avevano trovato l'accordo — che dormì tutta la cerimonia acciambellato sotto il primo banco.












