La sartoria di via Frangipane e il conto che Mirko non pagò mai

Rosanna Levigni aveva sessantun anni e una sartoria di dodici metri quadrati in via Frangipane, a Bari, incastrata tra un bar tabacchi e un negozio di alimentari che chiudeva sempre in ritardo, verso le nove. D'inverno l'umidità del mare saliva dai muri e le macchine da cucire prendevano ruggine sui bordi se non le passava l'olio ogni settimana. Aveva imparato il mestiere da sua madre, che l'aveva imparato dalla nonna, e per trentotto anni aveva rammendato, orlato, aggiustato abiti da cerimonia per mezzo quartiere.

Suo figlio Mirko si era laureato in economia con i suoi soldi. Non tutti — una parte, seimila euro in tre anni, messi via centesimo su centesimo mentre lei stessa portava gli stessi due cappotti da un decennio. Lui adesso lavorava per un'azienda di logistica a Milano, guadagnava bene, e da quattro anni tornava a Bari solo a Natale, quando capitava, e per pochissime ore.

Il telefono di Rosanna squillava sempre meno. All'inizio si era detta che era normale — i figli crescono, si fanno una vita, hanno impegni. Poi era arrivato il giorno del suo sessantesimo compleanno, un anno prima, quando aveva apparecchiato per due nel retrobottega della sartoria, con la focaccia barese comprata apposta dal panificio all'angolo, e aveva aspettato fino alle undici di sera. Mirko non si era fatto vivo. Nessuna chiamata, nessun messaggio. Solo tre giorni dopo un audio di WhatsApp, frettoloso, con il rumore della metropolitana sullo sfondo: "Scusa mamma, giornata di fuoco, ti chiamo io."

Non l'aveva richiamata.

Quello che Rosanna non aveva mai detto a nessuno — nemmeno alla sua amica Concetta, che veniva a prendere il caffè ogni martedì mattina seduta sullo sgabello vicino alla vetrina — era che dieci anni prima aveva intestato a Mirko un piccolo terreno vicino a Modugno, eredità di suo padre. Non gliel'aveva regalato per debolezza: gliel'aveva dato perché a vent'anni lui le aveva promesso che un giorno, con quel terreno, ci avrebbero costruito qualcosa insieme, magari un piccolo laboratorio più grande della sartoria attuale. Una promessa detta a cena, con la voce di chi ancora non sa quanto pesano certe parole nel tempo.

Il terreno era rimasto lì, incolto, per una decina d'anni. Mirko non ci aveva mai messo piede.

A marzo Rosanna aveva ricevuto una lettera dal Comune: il terreno era stato messo in vendita. Mirko l'aveva ceduto a un'agenzia immobiliare senza dirle nulla, per pagare l'anticipo di un attico in zona Isola, a Milano, dove si era trasferito con la sua fidanzata Chiara. Rosanna l'aveva saputo per caso, parlando con il geometra che aveva seguito la pratica catastale anni prima e che l'aveva chiamata solo per un controllo di routine.

Non aveva urlato. Non aveva pianto al telefono con nessuno. Aveva chiuso la sartoria un pomeriggio di martedì — cosa che non faceva da anni, nemmeno per l'influenza — ed era rimasta seduta sulla sedia dietro il bancone, con le mani appoggiate sulle ginocchia, a fissare la vetrina dove un manichino portava ancora l'abito da damigella che doveva consegnare venerdì.

Quella sera aveva chiamato Mirko. Lui aveva risposto distratto, le aveva detto che aveva fatto bene, che tanto quel terreno "non serviva a nessuno", che lei "non ci sarebbe mai andata comunque a costruire niente". Aveva aggiunto, con un tono che voleva sembrare gentile e invece suonava solo stanco: "Mamma, sei sempre stata brava a fare la vittima."

Rosanna aveva chiuso la telefonata senza rispondere.

Per due mesi non si erano sentiti. Poi era arrivata l'estate, e con l'estate la telefonata che Rosanna aspettava senza saperlo: Mirko e Chiara si erano lasciati, l'attico era saltato, e i soldi del terreno — quelli che avrebbero dovuto coprire l'anticipo — erano finiti in parte in una causa legale con l'agenzia che li aveva raggirati su una clausola del contratto di intermediazione. Mirko aveva chiamato la madre alle dieci di sera di un giovedì di luglio, la voce rotta, chiedendole se poteva "prestargli qualcosa, giusto per non affondare".

Rosanna era seduta nel retrobottega, la stessa sedia di sempre, il ventilatore che girava piano perché il condizionatore si era rotto ad aprile e lei non aveva ancora chiamato il tecnico. Aveva ascoltato tutto senza interromperlo. Aveva sentito, dietro le sue parole, la stessa voce di quando aveva sette anni e si era rotto il ginocchio cadendo dal muretto di scuola — la voce di chi cerca sua madre solo quando il resto del mondo si chiude.

Non gli aveva detto di no subito. Gli aveva detto: "Vieni a Bari. Ne parliamo di persona."

Mirko era arrivato tre giorni dopo, con la faccia di chi non dorme da settimane. Si erano incontrati non a casa, ma in sartoria, tra i rocchetti di filo e gli scampoli di stoffa appesi, perché Rosanna voleva che lui vedesse dove aveva lavorato ogni giorno mentre lui cresceva altrove.

Gli aveva messo davanti, sul bancone di legno consumato dagli anni, una cartellina verde con dentro tre fogli: l'estratto conto di un deposito postale intestato solo a lei, quarantunmila euro messi da parte in trentotto anni di orli e rammendi; la fotocopia dell'atto con cui, quella stessa settimana, aveva fatto donare l'intera somma non a lui, ma a un'associazione barese che aiuta sarte e sarti anziani senza pensione a pagare l'affitto del laboratorio; e una lettera, scritta a mano, in cui gli spiegava che non gli avrebbe dato un euro per il debito, non per punirlo, ma perché aveva smesso di sentirsi in dovere di riparare le sue scelte.

Mirko aveva guardato i fogli, poi lei. "Mamma, ma è già firmato?"

"Da lunedì," aveva risposto Rosanna, con le mani ferme sul bancone. "Il notaio è in via Sparano, se vuoi controllare."

Lui non aveva controllato. Era rimasto in piedi, la cartellina aperta tra le dita, mentre fuori il negozio di alimentari abbassava la saracinesca con il solito rumore metallico delle nove di sera. Aveva detto qualcosa su come lei "non capiva la situazione", su quanto fosse "dura la vita a Milano", e lei lo aveva lasciato parlare fino in fondo, senza alzare la voce, senza cercare di consolarlo.

Poi gli aveva detto solo una cosa: "Il terreno di tuo nonno l'hai venduto senza chiedermi niente. I miei soldi, quelli che ho fatto io con queste mani, li do a chi mi ha chiesto scusa senza aspettarsi niente in cambio."

Mirko era uscito dalla sartoria senza salutare. La campanella sopra la porta aveva suonato come tante altre volte, per un cliente qualunque.

Rosanna non lo aveva più sentito per settimane. Poi, a settembre, era arrivata una cartolina — non una telefonata, non un messaggio: una cartolina vera, con un francobollo e la sua calligrafia incerta — in cui Mirko le scriveva solo: "Ho trovato un lavoro nuovo. Non ti chiedo niente. Volevo solo che lo sapessi."

Rosanna l'aveva letta due volte, poi l'aveva infilata tra le pagine del quaderno dove annotava le misure delle clienti, accanto a un numero di telefono scritto a matita e mai più chiamato. Aveva riacceso la macchina da cucire, e aveva ripreso l'orlo dell'abito che l'aspettava da un'ora.

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