Il Debito di Suor Assunta, Millecinquecento Euro e una Bimba che Scalcia

Quando entrai nel salone di Villa Contarini per il pranzo di fidanzamento, il piattino del tè mi tremò tra le dita al punto che dovetti appoggiarlo sul tavolino di marmo. Un uomo anziano sedeva vicino alla finestra, la giacca di lino grigio, gli occhiali calati sul naso. Erano passati undici anni. I capelli erano diventati completamente bianchi, il viso più scavato. Ma quello sguardo calmo, quello no, non potevo dimenticarlo.

Mi chiamo Chiara Bellandi, ho trentun anni, e sono al quinto mese della mia prima gravidanza. Il mio fidanzato, Matteo Contarini, gestisce con la famiglia un'azienda vinicola nelle colline del Chianti, poco fuori Greve. Stavamo insieme da un anno e mezzo. Il bambino era arrivato prima del previsto, ma nessuno dei due se n'era pentito nemmeno per un secondo. Avevamo deciso di sposarci a maggio, in fretta, prima che la pancia diventasse un problema per il vestito.

Quella mattina mi ero alzata alle sette, avevo scelto un abito color crema che non stringesse in vita. Mia madre, prima di partire, mi aveva infilato in borsa una bottiglietta d'acqua, due mandarini e dei taralli, "che il viaggio è lungo e tu con la nausea non mangi mai abbastanza". Matteo, guidando verso Greve, mi aveva chiesto ogni dieci minuti se stavo bene. "Ti gira la testa?" "No." "Se ti viene da vomitare, dimmelo subito." "Matteo, sono incinta, non sto scappando dall'ospedale." Aveva riso, tenendo una mano sul volante e l'altra appoggiata sulla mia. "Porto due persone in macchina, la responsabilità è doppia."

La famiglia mi aveva accolta meglio di quanto sperassi. Sua madre, Ornella, mi aveva abbracciata sulla soglia, gli occhi lucidi guardando la mia pancia. "Benvenuta, tesoro. Ci farai diventare nonni." Il padre di Matteo mi aveva stretto la mano dicendo: "Prima pensa a stare bene tu, al matrimonio ci pensiamo dopo." La villa si era riempita di zie, cugini, un prozio che parlava solo in dialetto fiorentino stretto. Tutti volevano sapere per quando era previsto il parto, se sapevamo se era maschio o femmina, se avevamo già scelto il nome.

Pensavo che tanta gente mi avrebbe stancata. Invece mi sentivo a casa. Finché non vidi quell'uomo seduto in fondo al salone, vicino alla finestra, che mescolava piano il caffè parlando con qualcuno accanto a lui. Girò la testa di profilo e il cuore mi si fermò per un istante. Quella ruga sottile fra le sopracciglia. Quel modo di spingere gli occhiali su con l'indice mentre ascoltava. Lo riconobbi subito: il dottor Alberto Serafini, il chirurgo che undici anni prima mi aveva operata all'ospedale di Careggi.

Rimasi immobile. Matteo mi toccò il gomito. "Tutto ok?" Non riuscivo a staccare gli occhi da quell'uomo. "Chi è quel signore?" Matteo seguì il mio sguardo. "Lo zio Alberto, fratello di mia madre." "Faceva il medico?" "Chirurgo generale. In pensione da qualche anno."

Mi si strinse la gola. Avevo diciassette anni, ero all'ultimo anno del liceo scientifico a Bagno a Ripoli, studiavo per la maturità e pensavo che la vita fosse appena cominciata. I primi dolori li avevo sottovalutati: una fitta al fianco destro, ricorrente, che io e mia madre avevamo scambiato per un colpo d'aria. Una sera il dolore diventò così forte che caddi a terra mentre andavo in bagno. Mia madre chiamò il vicino di casa, un tassista, e mi portò di corsa al pronto soccorso di Ponte a Niccheri.

Gli esami mostrarono una cisti ovarica grande, torta su se stessa, che bloccava il flusso sanguigno. Serviva un intervento urgente, e siccome lì mancava lo specialista giusto, mi trasferirono a Careggi. Fu lì che incontrai il dottor Serafini. Allora aveva forse cinquant'anni. Mia madre, Assunta, piangeva mentre entravamo nell'ambulatorio: era rimasta vedova quando io avevo sei anni, e mi aveva cresciuta facendo le pulizie in tre case diverse. I costi dell'intervento, i materiali, il ticket sanitario: tutto superava di gran lunga quello che potevamo permetterci.

Mia madre telefonò a tutti i parenti. Chiese prestiti ai vicini. Vendette l'unico anello d'oro che aveva, quello del suo matrimonio. Ancora non bastava. Ricordo, sdraiata sulla barella nel corridoio, sua voce al telefono: "Vi prego, prestatemi ancora qualcosa, mia figlia deve operarsi." Chiusi gli occhi per la vergogna.

Poco dopo il dottor Serafini chiamò mia madre nel suo studio. Non seppi mai cosa si dissero. Quando tornò, aveva ancora gli occhi lucidi, ma il panico sul viso era sparito. "Ti operano," mi disse. "E i soldi?" "Non ci pensare tu."

L'intervento durò quasi tre ore. Mi svegliai con un dolore sordo al basso ventre, mia madre che mi baciava le mani accanto al letto. Il dottor Serafini, durante il giro visite, mi disse con voce piana: "La cisti era grande e l'ovaio si era torto. Ma siamo arrivati in tempo. Abbiamo rimosso solo il tessuto danneggiato e salvato l'ovaio." Non capii davvero cosa significasse quella frase, allora. "Quindi guarirò?" "Guarirai." "Potrà succedere di nuovo?" "Se fai i controlli, teniamo tutto sotto osservazione." Poi, rivolto a mia madre, più piano: "Non vedo motivi per cui in futuro non possa diventare madre."

A diciassette anni la maternità era un concetto lontanissimo. Pensavo solo a tornare a scuola in tempo per l'interrogazione di matematica. Solo anni dopo, arrivata all'età di sposarmi e aspettare un figlio, avrei capito il vero peso di quella decisione. Sarebbe stato più semplice, per lui, asportare tutto l'ovaio. Invece aveva pensato al futuro di una ragazzina, e aveva fatto il possibile per salvarlo.

Mia madre mi raccontò la verità solo dopo: la parte del conto che mancava, il dottor Serafini l'aveva coperta di tasca sua. "Consideratelo un prestito," le aveva detto. "Che guarisca prima sua figlia, poi restituite quando potete." Mia madre aveva messo da parte piccole somme per mesi, cinquanta euro alla volta, dentro una scatola di latta per i biscotti. Quando era tornata all'ospedale per restituire il denaro, le avevano detto che il dottore era stato trasferito in un altro reparto, a Pisa. Non riuscimmo mai a rintracciarlo. Mia madre tenne quei soldi, millecinquecento euro esatti, chiusi in una busta gialla nel cassetto del comò per undici anni. "Prima o poi lo incontriamo," diceva. Non lo avevamo mai più incontrato.

E adesso quell'uomo sedeva nel salone della famiglia dell'uomo che stavo per sposare. Matteo aspettava ancora una risposta. "Da dove lo conosci, lo zio Alberto?" chiese di nuovo. Mi si riempirono gli occhi. "Mi ha operata quando avevo diciassette anni." Matteo sgranò gli occhi. "Sul serio?" Annuii. "Mi ha salvata."

La nostra voce aveva attirato l'attenzione di chi ci stava vicino. Il dottor Serafini alzò la testa e ci guardò. Matteo mi prese per un braccio e mi accompagnò da lui. "Zio, Chiara dice di conoscerti." Il vecchio medico si sistemò gli occhiali. "Ah sì?" Per lui ero stata una fra migliaia di pazienti: era normalissimo che non mi ricordasse. Eppure la voce mi tremava. "Undici anni fa mi ha operata a Careggi, per una cisti ovarica. Mia madre si chiama Assunta."

Lo sguardo del dottor Serafini cambiò. "Assunta…" Mi guardò con attenzione per qualche secondo, poi abbassò gli occhi sulla mia pancia. "Stavi per finire il liceo," disse piano. "Piangevi perché avevi paura di perdere la maturità." Mi portai una mano alla bocca. Si ricordava.

Il dottor Serafini si alzò in piedi. "Sei tu, quella ragazzina." Non riuscii a trattenere le lacrime. "Sì." Mi prese le mani. "E questa dentro la pancia, è tua figlia?" Annuii. "Cinque mesi." Gli occhi del vecchio medico si inumidirono. "Allora quel futuro che cercavamo di proteggere quel giorno è cresciuto, ed è tornato davanti a me."

Nel salone si era fatto silenzio. Matteo guardava alternativamente me e suo zio, cercando di capire. In quel momento il dottor Serafini chiese a sua sorella di andargli a prendere la vecchia valigetta di cuoio, quella che teneva in soffitta. Dentro, tra vecchie carte e ricette ingiallite, tirò fuori una busta con su scritto, a penna, "Assunta Bellandi". Era la lettera che mia madre gli aveva lasciato undici anni prima, quando eravamo state dimesse dall'ospedale. L'aveva conservata tutto quel tempo.

Ma nella busta non c'era solo un biglietto di ringraziamento. C'era anche una seconda pagina, scritta più tardi, che mia madre gli aveva spedito per posta un paio d'anni dopo, all'indirizzo dell'ospedale di Careggi, sperando che venisse inoltrata: raccontava che, non riuscendo a restituire il denaro, mia madre lo aveva usato — a nome suo, del dottor Serafini — per pagare l'intervento di una bambina di sei anni, figlia di una collega delle pulizie, che aveva bisogno di un'operazione all'appendice e la cui famiglia non aveva un centesimo. L'ultima riga diceva: "Se mia figlia diventerà madre un giorno, lei e la sua bambina porteranno sempre il suo nome nelle preghiere."

Il dottor Serafini lesse quella riga ad alta voce, la voce che gli si spezzava. Ornella si portò una mano al petto. In quel momento la bambina, dentro di me, diede un calcio così forte che la mia mano, appoggiata istintivamente sul ventre, sfiorò quella del dottore.

Restammo tutti in silenzio per un momento lungo, poi mio suocero ruppe il ghiaccio dicendo che quella busta andava incorniciata, non chiusa in un cassetto. Il matrimonio si fece a maggio, in giardino, sotto i cipressi della villa, e il dottor Serafini accompagnò me e mia madre all'altare tenendoci entrambe per un braccio, come se avesse il diritto di consegnarci qualcosa che gli apparteneva da undici anni.

Ma prima di quel giorno c'era una cosa che mia madre voleva fare, e la fece nel modo in cui aveva sempre fatto le cose: senza chiedere permesso a nessuno. Andò alla Banca di Credito Cooperativo di Bagno a Ripoli, ritirò dal libretto quei millecinquecento euro che aveva tenuto da parte per undici anni, aggiunti a poco a poco, cinquanta euro al mese, e li mise in una busta nuova insieme a un biglietto scritto di suo pugno. Non li diede al dottor Serafini: sapeva che li avrebbe rifiutati di nuovo. Li portò invece alla parrocchia di Santa Caterina, alla cassa per le famiglie in difficoltà che pagano le cure mediche, e li intestò a nome di Alberto Serafini, chirurgo, con su scritto: "Perché il debito non si chiude restituendo, si chiude passandolo avanti."

Quando il dottor Serafini lo seppe, qualche settimana dopo, si presentò a casa nostra senza preavviso, la busta gialla ancora in mano, gli occhi lucidi, e disse a mia madre soltanto: "Assunta, lei non mi doveva niente." Mia madre gli versò il caffè, si sedette di fronte a lui al tavolo di cucina, e rispose: "Lo so. Per questo non ho restituito a lei. Ho restituito a qualcun altro, per non doverlo più a nessuno."

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