Il prezzo della firma di mio padre

Non dimenticherò mai quella telefonata. Ero in riunione da Feltrinelli, a Milano, stavamo chiudendo il budget trimestrale. Sul display è comparso un numero sconosciuto di Torino. Ho risposto pensando a un fornitore.

«Signor Conti? Parla l'ufficio recupero crediti di Intesa. Il finanziamento per la Sua Jeep Compass risulta scoperto da quattro mensilità. L'importo dovuto, comprese le mora, è di ventiseimila euro. La pratica passa oggi all'ufficio legale per il pignoramento del conto.»

Ho riattaccato. Non ho mai comprato una Jeep in vita mia. A Milano mi muovo in metropolitana e con il car sharing. La prima cosa che ho pensato: è una truffa, una delle solite. Poi ho aperto l'app della banca. Il conto era bloccato. Ventisei euro e quaranta centesimi di saldo disponibile.

Ho preso l'auto aziendale e sono corso a Rivoli, dove vivono i miei. Tre quarti d'ora di tangenziale con il cuore in gola. Ho suonato tre volte, mi ha aperto mio padre con in mano un cannolo mangiato a metà.

«Ah, Matteo. Sei venuto per il brindisi?»

In salotto, sul tavolo di cristallo, c'erano le chiavi di una Jeep Compass rossa, nuova di zecca. Il contratto di finanziamento. E una copia della procura notarile che avevo firmato due anni fa, quando partivo per sei mesi a Dublino, per la gestione della casa di famiglia a Sciacca. Procura ampia. Molto ampia.

Mia madre è uscita dalla cucina con un vassoio di arancini. Nemmeno mi ha guardato.

«Matteo, non fare storie. Tuo padre a settant'anni ha diritto a una macchina decente. In concessionaria con la pensione non ci davano nemmeno la metà. Tu hai il contratto a tempo indeterminato. Fai una bella figura con la banca.»

Sono rimasto fermo in corridoio. La casa profumava di ragù e di incenso. Sul mobile d'angolo c'era la mia foto di laurea, coperta di polvere.

«Papà. La rata è di quattrocentottanta euro al mese. Mi avete bloccato il conto. Io tra quindici giorni devo versare la caparra per il bilocale in zona Isola. Trentamila euro. Me li ridate voi?»

Lui ha spento il sigaro nel posacenere. «La caparra aspetta. Noi ti abbiamo cresciuto, pagato gli studi, la Bocconi non era mica gratis. Adesso tocca a te. La macchina è intestata a te, quindi è pure tua. Dovresti ringraziarci.»

«Papà, avete firmato un contratto a mio nome. Senza dirmi niente.»

«E allora? Sei nostro figlio.»

Il giorno dopo sono andato in filiale. Il direttore mi ha spiegato che la procura era legittima, che mio padre aveva presentato la mia carta d'identità, il codice fiscale, il contratto di lavoro. Tutto regolare.

«Se vuole, può sporgere denuncia per falso. Ma per i suoi genitori significa un procedimento penale. Truffa aggravata. Fino a tre anni.»

Sono uscito dalla banca. Pioveva. Mi sono seduto su una panchina in piazza San Carlo e ho guardato la pioggia cadere sul monumento. Poi ha squillato il telefono. Mia sorella Giulia.

«Matteo, non ti azzardare a denunciare papà. Lo ammazzi. Ha lavorato quarant'anni in Fiat, non ha mai avuto una macchina nuova. Paga 'sto cazzo di finanziamento e non se ne parla più. Con quello che guadagni, quattrocento euro al mese non ti cambiano niente.»

«Giulia, mi hanno bloccato il conto. Ho perso l'appartamento che aspettavo da due anni.»

«Eh, te ne troverai un altro. Non fare il figlio degenere.»

Ho spento il telefono. Sono rimasto lì a guardare i piccioni che beccavano briciole tra i sampietrini.

Poi ho chiamato il mio avvocato, l'avvocato Rinaldi. Sono stato due ore nel suo studio. Non per fare causa ai miei. Per un'altra cosa.

«La macchina è intestata a lei, signor Conti. Il finanziamento è suo. Quindi la macchina è sua. Può venderla quando vuole. Non deve chiedere niente a nessuno.»

L'avvocato ha sorriso. «I suoi genitori hanno fatto un bel regalo. A se stessi, con i suoi soldi. Ma il mezzo è suo.»

Sabato mattina sono andato a Rivoli. Sapevo che i miei erano al mercato di Porta Palazzo. C'era mercato, sì. Il giorno giusto.

Ho aperto il portone con la mia copia delle chiavi. La Jeep era parcheggiata nel cortile, sotto il balcone. Lucida. Dentro c'era un deodorante a forma di conchiglia, quello classico da autogrill. Sul cruscotto una foto di mia madre e mio padre davanti al santuario di Oropa.

Ho chiamato il carro attrezzi. L'autista è arrivato in venti minuti. È sceso, ha guardato la macchina, poi me.

«È sua?»

«Sì. Ecco libretto, contratto, tutto.»

«E questi?» Ha indicato il nome di mio padre sul contratto. «Chi è?»

«Il delegato alla firma. Ma il proprietario sono io. La vuole vedere la procura?»

Ha alzato le spalle. Ha agganciato la Jeep e l'ha caricata. La signora Rosi del primo piano guardava dalla finestra, con il grembiule da cucina. Non ha detto niente. Ha scosso la testa e ha chiuso la finestra.

La sera mio padre ha chiamato. Gridava talmente forte che ho dovuto allontanare il telefono dall'orecchio.

«Sei un ladro! Ti denuncio! Hai rubato la macchina sotto casa di tuo padre!»

«Papà, la macchina è a nome mio. Il finanziamento è a nome mio. L'ho solo ripresa. Domani la porto al concessionario per la vendita. Con i soldi chiudo il finanziamento e vi restituisco i settemila euro di anticipo che avete versato. Fino all'ultimo centesimo.»

Silenzio. Poi la voce di mia madre. «Matteo. Quella macchina era il sogno di tuo padre. Sai da quanti anni la sognava?»

«Mamma. Quella macchina stava distruggendo la mia vita. Non me l'avete chiesto. Avete preso la mia firma, il mio nome, il mio conto. Come se fossi una banca. Io non sono una banca.»

«Non sei più nostro figlio.»

Click.

Il lunedì ho venduto la Jeep a un rivenditore di Moncalieri. Diciottomila euro. Il finanziamento era di ventiseimila, ho coperto la differenza con i miei risparmi. Il conto è stato sbloccato nel giro di una settimana. L'appartamento in zona Isola ormai era andato, il proprietario aveva già firmato con un'altra persona.

Ai miei ho fatto un bonifico di settemila euro. Causale: «Restituzione anticipo». Non un euro di più, non un euro di meno.

Giulia mi ha bloccato su WhatsApp. Gli zii di Asti hanno scritto nel gruppo di famiglia che sono un mostro, che ho tolto l'auto a due anziani, che mio padre ora deve andare in ospedale con il bus. Bugie. Papà va in ospedale con la sua vecchia Panda del 2009. La Panda c'è ancora. Va bene, non è nuova, ma c'è. Non sono mica rimasti a piedi.

Sono passati due mesi. Ieri ho rivisto la foto della Jeep sul profilo Facebook di un concessionario. «Venduta in tre giorni» c'era scritto. Un ragazzo di Cuneo l'ha comprata per la moglie.

Ho chiuso Facebook. Ho fatto il caffè. Sul bancone della cucina c'era il modulo per un mutuo. Un bilocale in zona Gorla, più piccolo, più lontano. Ma mio. Solo mio.

I miei non mi hanno più chiamato. Nemmeno per Natale. Nemmeno per il mio compleanno.

Io il bonifico l'ho fatto. La macchina l'ho venduta. Il debito l'ho chiuso.

E quando la zia Lucia mi ha scritto su Facebook che «mamma piange tutte le sere», non ho risposto. Ho solo girato il telefono. E sono uscito a comprare il pane.

La signora del panificio mi ha chiesto perché non passo più a Rivoli. Ho pagato un filone da due euro e ottanta.

«Abbiamo impegni», ho detto.

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